Lawrence sotto il barracano

di Paolo Vita-Finzi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 4 maggio 1970]  

Un giovane biondo, avvolto in seriche vesti, con una scimitar ­ra d’oro alla cintura, cavalca alla testa di una schiera d’armati. Il sole ardente d’Arabia dardeggia sui volti riarsi; dai ciottoli levigati scoccano scintille sotto i ferri delle cavalca ­ture. Ogni tanto, fra un flut ­tuare di veli variopinti, un guerriero si solleva sulle larghe staffe, brandisce la carabina e lancia un grido: « A Damasco, a Damasco! Allah è grande! ».
Questo fumettone imperversa ormai da mezzo secolo, e di re ­cente anche il film ha contri ­buito a perpetuarlo. Il flavo condottiero è il colonnello Law ­rence, principe della Mecca, re senza corona degli arabi ribel ­li: colui che siederà, caso unico nella storia, in vesti orientali a fianco dell’Emiro Feisal alla Conferenza della Pace; che, de ­luso nelle sue speranze, rifiu ­terà onori e decorazioni e si ar ­ruolerà sotto altro nome, come semplice soldato, in un’oscura guarnigione inglese, per poi ri ­comparire alla frontiera afga ­na, mentre gli agenti russi ne denunzieranno gli oscuri com ­plotti; sinché nel 1935 perirà in un incidente stradale, misterio ­so come tutto il resto… Ma sa ­rà veramente morto? Con tipi di questo genere non si è mai sicuri. E’ morto il comandante Crabb?
La leggenda del colonnello Lawrence ha origine nel suo ce ­lebre libro I sette pilastri della saggezza, che gli italiani cono ­scono nella riduzione tradotta da Arrigo Cajumi, La rivolta nel deserto: anche un critico co ­sì smaliziato è stato sedotto dal ritmo ondeggiante di questo ca ­valcatore di cammelli: dai tra ­monti di fuoco, dagli scoppi di treni dinamitati di cui è ricca la sua tavolozza. Non risulta in ­vece che Lawrence of Arabia di Richard Aldington (1955) sia stato tradotto nella nostra lin ­gua, Aldington, noto poeta e romanziere, invitato da un am ­miratore di Lawrence a scriver ­ne la biografia, s’era messo al ­l’opera con entusiasmo; ma a misura che proseguiva nel suo diligente lavoro, scopriva una sottile, « sistematica falsifica ­zione » sia in ciò che Lawrence aveva detto o scritto, sia in quel che abilmente aveva fatto dire o scrivere ad altri. La rivolta « degli arabi » si era rivelata, più semplicemente, la rivolta di alcuni arabi, i figli di Hussein sceriffo della Mecca, largamen ­te sussidiati dagli inglesi e osti ­li ad altri arabi, fra cui quell’Ibn Saùd che finirà per bat ­terli in campo nel 1924. La cam ­pagna appare nella puntigliosa ricerca di Aldington infinita ­mente meno importante di quel che fosse sembrato sino ad al ­lora: un semplice episodio in un fronte secondario, e per di più diretto non da Lawrence ma dal quartier generale di Lord Allenby dal Cairo, e portato a termine, più che dagli arabi, dalle forze regolari britanniche. La conquista di Akaba, uno dei principali titoli di gloria di Lawrence, si rivela una modesta azione contro una guarnigione di trecento uomini. Il titolo di « principe della Mecca » risul ­ta essere la trovata d’un gior ­nalista fantasioso, il che non impedì a Lawrence di metterlo fra i suoi dati biografici nel Chi è britannico del 1921. Il po ­sto dì alto commissario per l’Egitto non gli venne mai of ­ferto. E così via.
La principale scoperta di Al ­dington fu che un giornalista americano, Lowell Thomas, in ­caricato nel 1917 dal suo gover ­no di rendere popolare la guer ­ra presso il grande pubblico, aveva trovato nel fronte del Medio Oriente tutti gli elemen ­ti pittoreschi e teatrali che mancavano negli atroci fronti occidentali, dove si accumula ­vano migliaia di morti per con ­quistare cento metri di trincee fangose. Laggiù invece, tramon ­ti di fuoco, albe opaline, caval ­cate nel deserto, pistoloni, sci ­mitarre; e questo strano eroe, un biondo britanno che vesti ­va all’orientale e parlava l’ara ­bo con gli sceicchi.
Lowell Thomas comprese di colpo, appena giunto ad Aka ­ba, l’importanza del soggetto; e le sue conferenze con proie ­zioni, benché nel frattempo la guerra fosse finita (ma in Oriente ne continuavano gli strascichi), attirarono in Ame ­rica e in Inghilterra centinaia di migliaia di spettatori, e gli fruttarono un milione di dolla ­ri, cifra mai raggiunta sino ad allora. Lawrence si mostrava seccato per l’indiscreta pubbli ­cità, ma Aldington scoprì che aveva collaborato al testo di quelle conferenze. Lo strano eroe apparteneva alla categoria dei geniali semi-bugiardi di cui abbiamo avuto recenti esempi in Axel Munthe e Curzio Malaparte.
Ma perché dopo aver ricevuto alte decorazioni, svolto impor ­tanti incarichi, lavorato al Colonial Office ove Churchill lo stimava e gli offriva nuove mis ­sioni, Lawrence rifiutò tutto, e come semplice aviere si sotto ­pose a quelle umilianti corvées militari che più tardi denunzierà nel libro The Mint? Egli stesso dà varie spiegazioni: era indignato per il trattamento usato ai suoi amici arabi; ave ­va avuto un collasso nervoso; cercava pace ed oblìo (in ca ­serma!) ; si era fortemente in ­debitato per l’edizione di lusso dei Seven Pillars; voleva «de ­gradarsi per rendersi incapace di uffici responsabili ». In una parola, era un « masochista mo ­rale »: espressione che usa egli stesso. Secondo Aldington, Law ­rence si vergognava d’essere il figlio adulterino d’un baronetto e d’una ragazza d’umile origine, e sentiva un desiderio intenso di degradazione « accompagna ­to da un irresistibile impulso a sopravvalutarsi ». Quel che co ­munque appare a tutt’oggi ine ­splicabile è l’acquiescenza delle autorità militari inglesi a quel ­la straordinaria e imbarazzante situazione.
E non lo spiega nemmeno il nuovo libro, The secret lives of Lawrence of Arabia, dovuto a due diligenti giornalisti, Philip Knightley e Colin Simpson, e apparso poche settimane fa a Londra. Esso completa Alding ­ton, attingendo a lettere priva ­te e documenti ufficiali sinora inediti. Si sapeva che Lawren ­ce, appena laureato, aveva in ­trapreso una campagna archeo ­logica in Siria sotto la guida del professor Hogarth, ma si ignorava che sin da allora am ­bedue raccogliessero notizie per il governo britannico. Si sape ­va della sua affettuosa amicizia per Dahoum, un giovane arabo; ma solo ora se ne ap ­prezza l’intensità, come si ap ­prezza l’intensità del suo amore filiale per la moglie di Bernard Shaw. anch’esso noto, ma non fino a questo punto. Si sa ­peva della sua antipatia per i francesi; ma qui l’inesplicabile astio   raggiunge   limiti impre ­visti.
E già s’è detto del suo « ma ­sochismo morale »: ma che egli giungesse, inventando elabora ­te frottole, a pagare un giovane commilitone perché gli desse una razione periodica di auten ­tiche frustate, questo davvero non si sapeva. Per quanto ben scritte, le cronache dei Sette pilastri, con le loro marce, ca ­valcate, uccisioni ed esplosioni finiscono per riuscire piuttosto monotone: questo curioso docu ­mento psicologico invece non annoia mai. Ed è logico: i meandri dell’animo umano sono più interessanti di quelli d’un secco uadi nel deserto. Forse abbiamo perso un personaggio di Sal ­gari, e ne abbiamo acquistato uno di Dostojevskij.

 

 

 

 

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Commenti

3 risposte a “Lawrence sotto il barracano”

  1. Molto interessante, al pari di tutti gli altri articoli da te, Bartolomeo, sapientemente e pazientemente “scovati”. Grazie anche per questo
    Gian Gabriele

  2. Anche ora, Gian Gabriele, sto cercando nel mio archivio, ed ho già trovato nuove cose da proporvi. Spero che siano gradite.