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LETTERATURA: I MAESTRI: Le parole del bandito

7 Gennaio 2014

di Alberto Bevilacqua
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 27 agosto 1969]

Era, nel linguaggio della mala emiliana, o meglio di una certa mala che specchia le sue imprese nelle acque del Po, una bachetta: un ca ¬≠tenaccio, in poche parole, e quando chiudeva, secco e con un colpo solo proprio come certi catenacci lunghi a mo’ di spada, i topi rimanevano in trappola, cio√® il bottino era certo. E’ morto al babi, all’ospedale, avendo seduto al fianco, inquadrato dal suo grande occhio scettico e lacrimosamente bovino, un bar ¬≠betta: un frate cappuccino, piantato in grandi piedi e in grandi sandali, pesanti dice ¬≠va come gli zoccoli di un batafangh, di un battifango, alias (sempre per la sua vec ¬≠chia mala) di un cavallone da tiro, di quelli che trasci ¬≠navano i carri colmi di sacchi dai vecchi mulini alla cit ¬≠t√†. E’ morto ascoltando intor ¬≠no a s√©, alla sua grande testa cieca, con quel solo ciuffo rosso, un piccolo fez di ca ¬≠pelli piantato in mezzo al cranio rapato √Ę‚ÄĒ il ridicolo residuo di una fanciullezza in cima al suo grande corpo di vecchio novantenne √Ę‚ÄĒ ascoltando dicevo i martel ¬≠lanti passi del barbetta den ¬≠tro i sandali, senza riconoscerli pi√Ļ nella lunga agonia.

Forse pensava fossero an ¬≠cora gli scarponi dei secon ¬≠dini, su e gi√Ļ, notte e d√¨, lun ¬≠go il corridoio o sopra il tetto della cella, fucile in spalla, a darsi la voce da un torracchione all’altro della galera, splendendo la luna dentro le celle; o forse li confondeva davvero con gli zoccoli dei cavalli sopra i selciati della fine dell’altro secolo, quando anche i suoi amici √Ę‚ÄĒ i cioch (ricettatori), il durista (rapi ¬≠natore), il gra (il ladro) insomma il locch (il delin ¬≠quente) da contrada, pi√Ļ anarchico che criminale √Ę‚ÄĒ se ne andava al cimitero ti ¬≠rato da un par di cavalli, avendo comunque messo da parte il contante per l’ultimo tragitto, soldi mai toccati nemmeno nei momenti di fame pi√Ļ nera, perch√© il fu ¬≠nerale zoccolasse appunto, e la gente lo scambiasse magari per quello di un bravo borghese. L’ho visto morire, eravamo io e il barbetta, di qua e di l√† dal letto come due carabinieri di piantone, e lui, sparando l’ultimo re ¬≠spiro (per usare un’espressio ¬≠ne che sarebbe stata sua), non s’√® mosso in tutto il cor ¬≠po, cio√® ha lasciato le lun ¬≠ghe braccia ciondoloni, verso i nostri piedi, il ciuffo rosso immobile sopra il cuscino, il torace senza un fremito: ha dato solo un calcio in aria con il piede destro, un gran calcio, e il piede m’√® sem ¬≠brato che restasse l√† in aria con tutte le dita arricciate per un istante ancora dopo che lui gi√† era morto. Un cal ¬≠cio nel sedere alla vita e amen.

*

Ma prima mi aveva affer ¬≠rato la mano e mi aveva sof ¬≠fiato in faccia: ¬ę E’ l√†, √® la certa… capito? ¬Ľ. Io avevo fatto segno di s√¨ con la testa, guardando dove lui guardava, verso il fondo di pareti bian ¬≠che del camerone, con quel po’ di pulviscolo solare che, fluttuando a mezzo con la penombra, poteva anche sug ¬≠gerire l’idea di una figura che aspettasse. La certa, nel ¬≠la sua lingua, era la morte. E qui si attacca la storia mia e sua, della nostra stramba amicizia. Mi venne a cercare, una decina d’anni fa; la car ¬≠ne dell’omone cascava ormai da tutte le parti e sembrava tenuta su, voglio dire con di ¬≠gnit√†, dal rampino di capelli rossi appeso all’aria. Il cam ¬≠po era nero di catrame, ap ¬≠postato dietro il ponte della ferrovia, solitario fino alla desolazione; mi aveva dato appuntamento in quel preciso punto, ossia era stato un in ¬≠termediario a fissare luogo e giorno, e lui ora avanzava per incontrarsi con me con lo stesso dondol√¨o strafotten ¬≠te e sospettoso, le stesse ma ¬≠ni nascoste ma pronte dentro la palandrana, di quando si incontrava con gli altri ras pari al suo grado per svali ¬≠giare qualche banca o far razzia allo scalo ferroviario. Si sedette accanto a me, senza levare le mani dalla palan ¬≠drana, la testa un po’ reclinata nell’atto di chi riflette su di una decisione terribile, ma in realt√† recitando e pren ¬≠dendo tempo, affinch√© il fiato gli riaffluisse nei polmoni dandogli possibilit√† di parola Pensavo, scrutandolo e a mia volta aspettando cosa avesse da rivelarmi, agli uccisori di cangaceiros nelle foreste del Brasile; gli mancava il fucile o forse lo teneva sotto la palandrana.

Improvvisamente mi chiese: ¬ę Lo sai, lei, cos’√® la certa? ¬Ľ.
¬ę No ¬Ľ, gli risposi.
¬ę E’ la morte ¬Ľ, mi spieg√≤, togliendo finalmente la mano dalla palandrana e impugnan ¬≠do, anzich√© una pistola, un si ¬≠garo toscano. ¬ę La morte ¬Ľ, ri ¬≠pet√©, scrollando il capo su questa parola. ¬ę Bello, no? ¬Ľ. Mi fiss√≤ di nuovo: ¬ę E lavorar di monta e smonta, eh, che vuol dire? ¬Ľ. Aspettai, con ap ¬≠pena una smorfia di labbra, senza capire dove volesse andare a parare; congetturai che la follia senile dell’omo ¬≠ne, considerato caritativamen ¬≠te folle persino dai carabinie ¬≠ri (pardon, dai Fratelli Bran ¬≠ca) con cui aveva stabilito un sodalizio di pi√Ļ di mezzo seco ¬≠lo, l’avesse portato a propor ¬≠re proprio a me un qualche colpo bislacco, tanto pi√Ļ che, acceso il toscano e acquistata subito confidenza, mi afferr√≤ il braccio, mi avvicin√≤ alla sua spalla compitando: ¬ę Signifi ¬≠ca, caro il mio signore, bor ¬≠seggiare la gente in tram, in autobus o in ferrovia… ¬Ľ, fece una pausa e prosegu√¨: ¬ę La ¬≠vorando di monta e smonta, mi sono girato il mondo. Sono arrivato fino in Africa… Capito? ¬Ľ. Che io avessi capi ¬≠to o meno, non gli importava un bel niente: era fiero soltan ¬≠to del fatto che io pendessi ormai dalle sue labbra, e di essere lui il re di quel campo nero di catrame, con un uomo nel suo pugno, disteso ai piedi di un albero e sotto la luna di giugno, facendosi notte, con addosso la possente pace ac ¬≠cigliata che gli ho visto dopo la sua morte nel camerone d’ospedale, mentre uomini e donne impensabili venivano allineandosi in faccia al suo letto per piangerlo.

¬ę Butun√† dedr√© ¬Ľ, esclam√≤. ¬ę Abbottonati di dietro… che vuol dire fessi, insomma dei Vincenzi… E io e lei, caro il mio signore, se riusciamo a non essere dei butun√† dedr√®, mi spiego, possiamo anche far ¬≠ci un affare coi fiocchi. Lei ci mette il cervello, io il ma ¬≠teriale… ¬Ľ.

¬ę Mah… ¬Ľ, cercai di inter ¬≠romperlo, nell’istante stesso in cui mi interrompeva a sua vol ¬≠ta con un gesto energico della mano. Incalz√≤: ¬ę E le aggiun ¬≠go anche cagafoco, cio√® rivol ¬≠tella, bramosa, che significa amante, balaustrista, il ladro che entra dalle finestre… Le basta? ¬Ľ. Ora era in piedi sopra di me, come quando √Ę‚ÄĒ immaginai √Ę‚ÄĒ sporco di sangue e di polvere da sparo, secondo la leggenda popolare, si alzava dal corpo della vit ¬≠tima dopo averci sistemati i conti. ¬ę Se non dovesse ba ¬≠starle √Ę‚ÄĒ, soggiunse √Ę‚ÄĒ le ag ¬≠giungo comare, che vuol dire cassaforte, casafelice, che per noialtri era l’ergastolo, f√§r al bemol, svignarsela (da mae ¬≠stro, √® chiaro), e poi facia de schisciamaterass, faccia da schiacciamaterassi, che vuol dire, diciam cos√¨, donnac ¬≠cia… √Ę‚ÄĒ, una pausa √Ę‚ÄĒ E pen ¬≠si un po’: esor bloc√§ da j inglez, usava qualcuno delle parti di Parma, e non ho mai capito cosa ci entrassero poi questi inglez, insomma gli in ¬≠glesi, dal momento che vole ¬≠va dire affogare nei debiti… Capito? ¬Ľ.

¬ę Capito √Ę‚ÄĒ, risposi. √Ę‚ÄĒ Ma adesso mi spieghi in un lin ¬≠guaggio comprensibile in cosa posso esserle utile… ¬Ľ.

¬ę Ma √® chiaro √Ę‚ÄĒ, si stu ¬≠p√¨ √Ę‚ÄĒ metter su un vocabola ¬≠rio. M’intende? ¬Ľ. Mosse le mani con un certo impac ¬≠cio. ¬ę Il vocabolario del no ¬≠stro baccagliare, s√¨, del parla ¬≠re in gergo… come abbiamo fatto noialtri associati (sic) per un sacco di tempo. Ades ¬≠so i delinquenti parlano co ¬≠me tutti gli altri, per cui sono uguali alle galline spennate, nudi e crudi, robetta, senza niente di pi√Ļ… ¬Ľ. La sua ma ¬≠no si impenn√≤ sopra la sua fronte, e il suo qualcosa di pi√Ļ volava verso le foglie del ¬≠l’albero nelle nuvolette del to ¬≠scano. Poi se ne and√≤, bor ¬≠bottando sul giorno in cui l’impolverimento delle sue ossa sarebbe stato una gran rogna per la certa, perch√© larghe co ¬≠me un armadio esse affoga ¬≠vano ancora in tanto sangue e in tanta forza da ammazzare il classico bove. Allarg√≤ le braccia, spingendole in fuori in tutta la loro ampiezza, e lui ancora le rovesciava indietro, e poi in alto, gi√Ļ, su, quei ra ¬≠mi possenti dalla palandra ¬≠na. ¬ę Scricchiolano? ¬Ľ, mi chie ¬≠se al culmine dell’esercizio. ¬ę No √Ę‚ÄĒ, constatai. √Ę‚ÄĒ Non fanno un suono ¬Ľ.

¬ę Vede? ¬Ľ, disse sorriden ¬≠do e infilando le braccia di nuovo nella palandrana. Ag ¬≠giunse: ¬ę Se le ho chiesto quel favore… √® per lasciare qualcosa. Perch√© la certa √Ę‚ÄĒ, e gir√≤ lo sguardo intorno nel campo √Ę‚ÄĒ √® gi√† da queste par ¬≠ti. La pista giusta non l’ha tro ¬≠vata ancora, ma ha messo le mani nella zona… Come i Fra ¬≠telli Branca, ai bei tempi, quando le spie cantavano, sen ¬≠za dire proprio tutto, per sal ¬≠vare quel minimo di fac ¬≠cia… ¬Ľ. Diede una gran spal ¬≠lata al nulla e si allontan√≤ gridando: ¬ę La spia ha can ¬≠tato, signore mio… E la spia, stavolta, √® questa boia vita cane… ¬Ľ.

*

Nel camerone, le vecchie donne continuano ad adorare il letto con dentro il grande corpo, ma tenendosene lonta ­ne, come sempre stato nelle regole dei vecchi banditi che si temono anche dopo morti. Chissà quali parole, mi chie ­do, trova nelle loro menti que ­sta maestosa e desolata pietà fuori di ogni tempo.


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ÔĽŅ

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Bart