Le parole del bandito

di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 27 agosto 1969]

Era, nel linguaggio della mala emiliana, o meglio di una certa mala che specchia le sue imprese nelle acque del Po, una bachetta: un ca ­tenaccio, in poche parole, e quando chiudeva, secco e con un colpo solo proprio come certi catenacci lunghi a mo’ di spada, i topi rimanevano in trappola, cioè il bottino era certo. E’ morto al babi, all’ospedale, avendo seduto al fianco, inquadrato dal suo grande occhio scettico e lacrimosamente bovino, un bar ­betta: un frate cappuccino, piantato in grandi piedi e in grandi sandali, pesanti dice ­va come gli zoccoli di un batafangh, di un battifango, alias (sempre per la sua vec ­chia mala) di un cavallone da tiro, di quelli che trasci ­navano i carri colmi di sacchi dai vecchi mulini alla cit ­tà. E’ morto ascoltando intor ­no a sé, alla sua grande testa cieca, con quel solo ciuffo rosso, un piccolo fez di ca ­pelli piantato in mezzo al cranio rapato â— il ridicolo residuo di una fanciullezza in cima al suo grande corpo di vecchio novantenne â— ascoltando dicevo i martel ­lanti passi del barbetta den ­tro i sandali, senza riconoscerli più nella lunga agonia.

Forse pensava fossero an ­cora gli scarponi dei secon ­dini, su e giù, notte e dì, lun ­go il corridoio o sopra il tetto della cella, fucile in spalla, a darsi la voce da un torracchione all’altro della galera, splendendo la luna dentro le celle; o forse li confondeva davvero con gli zoccoli dei cavalli sopra i selciati della fine dell’altro secolo, quando anche i suoi amici â— i cioch (ricettatori), il durista (rapi ­natore), il gra (il ladro) insomma il locch (il delin ­quente) da contrada, più anarchico che criminale â— se ne andava al cimitero ti ­rato da un par di cavalli, avendo comunque messo da parte il contante per l’ultimo tragitto, soldi mai toccati nemmeno nei momenti di fame più nera, perché il fu ­nerale zoccolasse appunto, e la gente lo scambiasse magari per quello di un bravo borghese. L’ho visto morire, eravamo io e il barbetta, di qua e di là dal letto come due carabinieri di piantone, e lui, sparando l’ultimo re ­spiro (per usare un’espressio ­ne che sarebbe stata sua), non s’è mosso in tutto il cor ­po, cioè ha lasciato le lun ­ghe braccia ciondoloni, verso i nostri piedi, il ciuffo rosso immobile sopra il cuscino, il torace senza un fremito: ha dato solo un calcio in aria con il piede destro, un gran calcio, e il piede m’è sem ­brato che restasse là in aria con tutte le dita arricciate per un istante ancora dopo che lui già era morto. Un cal ­cio nel sedere alla vita e amen.

*

Ma prima mi aveva affer ­rato la mano e mi aveva sof ­fiato in faccia: « E’ là, è la certa… capito? ». Io avevo fatto segno di sì con la testa, guardando dove lui guardava, verso il fondo di pareti bian ­che del camerone, con quel po’ di pulviscolo solare che, fluttuando a mezzo con la penombra, poteva anche sug ­gerire l’idea di una figura che aspettasse. La certa, nel ­la sua lingua, era la morte. E qui si attacca la storia mia e sua, della nostra stramba amicizia. Mi venne a cercare, una decina d’anni fa; la car ­ne dell’omone cascava ormai da tutte le parti e sembrava tenuta su, voglio dire con di ­gnità, dal rampino di capelli rossi appeso all’aria. Il cam ­po era nero di catrame, ap ­postato dietro il ponte della ferrovia, solitario fino alla desolazione; mi aveva dato appuntamento in quel preciso punto, ossia era stato un in ­termediario a fissare luogo e giorno, e lui ora avanzava per incontrarsi con me con lo stesso dondolìo strafotten ­te e sospettoso, le stesse ma ­ni nascoste ma pronte dentro la palandrana, di quando si incontrava con gli altri ras pari al suo grado per svali ­giare qualche banca o far razzia allo scalo ferroviario. Si sedette accanto a me, senza levare le mani dalla palan ­drana, la testa un po’ reclinata nell’atto di chi riflette su di una decisione terribile, ma in realtà recitando e pren ­dendo tempo, affinché il fiato gli riaffluisse nei polmoni dandogli possibilità di parola Pensavo, scrutandolo e a mia volta aspettando cosa avesse da rivelarmi, agli uccisori di cangaceiros nelle foreste del Brasile; gli mancava il fucile o forse lo teneva sotto la palandrana.

Improvvisamente mi chiese: « Lo sai, lei, cos’è la certa? ».
« No », gli risposi.
« E’ la morte », mi spiegò, togliendo finalmente la mano dalla palandrana e impugnan ­do, anziché una pistola, un si ­garo toscano. « La morte », ri ­peté, scrollando il capo su questa parola. « Bello, no? ». Mi fissò di nuovo: « E lavorar di monta e smonta, eh, che vuol dire? ». Aspettai, con ap ­pena una smorfia di labbra, senza capire dove volesse andare a parare; congetturai che la follia senile dell’omo ­ne, considerato caritativamen ­te folle persino dai carabinie ­ri (pardon, dai Fratelli Bran ­ca) con cui aveva stabilito un sodalizio di più di mezzo seco ­lo, l’avesse portato a propor ­re proprio a me un qualche colpo bislacco, tanto più che, acceso il toscano e acquistata subito confidenza, mi afferrò il braccio, mi avvicinò alla sua spalla compitando: « Signifi ­ca, caro il mio signore, bor ­seggiare la gente in tram, in autobus o in ferrovia… », fece una pausa e proseguì: « La ­vorando di monta e smonta, mi sono girato il mondo. Sono arrivato fino in Africa… Capito? ». Che io avessi capi ­to o meno, non gli importava un bel niente: era fiero soltan ­to del fatto che io pendessi ormai dalle sue labbra, e di essere lui il re di quel campo nero di catrame, con un uomo nel suo pugno, disteso ai piedi di un albero e sotto la luna di giugno, facendosi notte, con addosso la possente pace ac ­cigliata che gli ho visto dopo la sua morte nel camerone d’ospedale, mentre uomini e donne impensabili venivano allineandosi in faccia al suo letto per piangerlo.

« Butunà dedré », esclamò. « Abbottonati di dietro… che vuol dire fessi, insomma dei Vincenzi… E io e lei, caro il mio signore, se riusciamo a non essere dei butunà dedrè, mi spiego, possiamo anche far ­ci un affare coi fiocchi. Lei ci mette il cervello, io il ma ­teriale… ».

« Mah… », cercai di inter ­romperlo, nell’istante stesso in cui mi interrompeva a sua vol ­ta con un gesto energico della mano. Incalzò: « E le aggiun ­go anche cagafoco, cioè rivol ­tella, bramosa, che significa amante, balaustrista, il ladro che entra dalle finestre… Le basta? ». Ora era in piedi sopra di me, come quando â— immaginai â— sporco di sangue e di polvere da sparo, secondo la leggenda popolare, si alzava dal corpo della vit ­tima dopo averci sistemati i conti. « Se non dovesse ba ­starle â—, soggiunse â— le ag ­giungo comare, che vuol dire cassaforte, casafelice, che per noialtri era l’ergastolo, fär al bemol, svignarsela (da mae ­stro, è chiaro), e poi facia de schisciamaterass, faccia da schiacciamaterassi, che vuol dire, diciam così, donnac ­cia… â—, una pausa â— E pen ­si un po’: esor blocä da j inglez, usava qualcuno delle parti di Parma, e non ho mai capito cosa ci entrassero poi questi inglez, insomma gli in ­glesi, dal momento che vole ­va dire affogare nei debiti… Capito? ».

« Capito â—, risposi. â— Ma adesso mi spieghi in un lin ­guaggio comprensibile in cosa posso esserle utile… ».

« Ma è chiaro â—, si stu ­pì â— metter su un vocabola ­rio. M’intende? ». Mosse le mani con un certo impac ­cio. « Il vocabolario del no ­stro baccagliare, sì, del parla ­re in gergo… come abbiamo fatto noialtri associati (sic) per un sacco di tempo. Ades ­so i delinquenti parlano co ­me tutti gli altri, per cui sono uguali alle galline spennate, nudi e crudi, robetta, senza niente di più… ». La sua ma ­no si impennò sopra la sua fronte, e il suo qualcosa di più volava verso le foglie del ­l’albero nelle nuvolette del to ­scano. Poi se ne andò, bor ­bottando sul giorno in cui l’impolverimento delle sue ossa sarebbe stato una gran rogna per la certa, perché larghe co ­me un armadio esse affoga ­vano ancora in tanto sangue e in tanta forza da ammazzare il classico bove. Allargò le braccia, spingendole in fuori in tutta la loro ampiezza, e lui ancora le rovesciava indietro, e poi in alto, giù, su, quei ra ­mi possenti dalla palandra ­na. « Scricchiolano? », mi chie ­se al culmine dell’esercizio. « No â—, constatai. â— Non fanno un suono ».

« Vede? », disse sorriden ­do e infilando le braccia di nuovo nella palandrana. Ag ­giunse: « Se le ho chiesto quel favore… è per lasciare qualcosa. Perché la certa â—, e girò lo sguardo intorno nel campo â— è già da queste par ­ti. La pista giusta non l’ha tro ­vata ancora, ma ha messo le mani nella zona… Come i Fra ­telli Branca, ai bei tempi, quando le spie cantavano, sen ­za dire proprio tutto, per sal ­vare quel minimo di fac ­cia… ». Diede una gran spal ­lata al nulla e si allontanò gridando: « La spia ha can ­tato, signore mio… E la spia, stavolta, è questa boia vita cane… ».

*

Nel camerone, le vecchie donne continuano ad adorare il letto con dentro il grande corpo, ma tenendosene lonta ­ne, come sempre stato nelle regole dei vecchi banditi che si temono anche dopo morti. Chissà quali parole, mi chie ­do, trova nelle loro menti que ­sta maestosa e desolata pietà fuori di ogni tempo.

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