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LETTERATURA: I MAESTRI: L’epica leggera di Queneau

17 Marzo 2012

di Renato Barilli
[da “Quindici”, numero 3, agosto 1967]

Raymond Queneau, ¬ę I fiori blu ¬Ľ, Einaudi,
1967, p. 218, L. 2.000.

La lettura di un’opera qualsivoglia di Queneau √Ę‚ÄĒ di questa recente, I fiori blu, come di ogni altra anteriore √Ę‚ÄĒ rischia subito di esser ossessionata dalla presenza di alcuni fantasmi illustri: Joyce e C√©line in primo luogo, alla cui evocazione l’autore stesso ha contribuito non poco, e poi, potremmo anche dire con pi√Ļ che lecito riferimento nostrano, Carlo Emi ¬≠lio Gadda. Le ombre, insomma, di tutti i ‚Äė gran ¬≠di ‘ che oggi si √® troppo propensi ad accomu ¬≠nare nell’unica categoria, inflazionata e onni ¬≠vora, dello sperimentalismo linguistico, del pa ¬≠stiche stilistico. A Queneau bisogna riconosce ¬≠re il non piccolo merito di farci toccare con mano che cosa sia, come si configuri un’opera ¬≠zione letteraria veramente ‚Äė artificiale ‘, di la ¬≠boratorio dalla prima riga all’ultima, di quale leggerezza e bidimensionalit√† rigorosa essa sia capace. Al confronto dei valori di linea e di superficie su cui egli insiste metodicamente, gli universi dei ‚Äė grandi ‘ precedentemente no ¬≠minati ritrovano tutto il loro spessore, mo ¬≠strano su quali profondit√† abissali poggino, co ¬≠me per essi sia affatto riduttiva un’interpreta ¬≠zione in chiave esclusivamente linguistica, quando anzi, per intenderli in modo giusto, conviene congetturare un vasto scontro con la realt√†, nell’accezione pi√Ļ bruta e ottundente del termine.

Cos√¨ ad esempio l’associazionismo psichico joyciano, ovvero l’intersecarsi di sogni e fan ¬≠tasie e ricordi, se confrontato con la ripresa leggera e capricciosa che ce ne offre Que ¬≠neau, rivela in pieno di esser sorretto da un proposito accanito, perfino pedantesco di ‚Äė imi ¬≠tare ‘ con un massimo di aderenza l’effettivo e ‚Äė reale ‘ funzionamento della nostra coscien ¬≠za. L’argot e il ‚Äė parlato ‘ di C√©line, cui certa ¬≠mente l’autore di Zazie dans le m√®tro e di questi Fiori blu √® largamente tributario, rive ¬≠lano anch’essi una misura eroica, quasi tragi ¬≠ca, giacch√© corrispondono a una volont√† di ¬≠sperata di porsi a contatto con gli unici valo ¬≠ri ritenuti autentici: quelli di una densa, li ¬≠bera vita corporea e istintuale, minacciata a ogni passo dalle sopraffazioni e dalle sofisti ¬≠cazioni culturali. E anche il gioco insisten ¬≠temente impostato da Gadda tra livelli stilisti ¬≠ci culti, aristocratici, e livelli bassi, popolari, si muove pur esso su uno sfondo tragico, di dramma doloroso: il dramma di un umanista di vecchio stampo, in piena crisi sociale e psi ¬≠cologica, che cerca una via di scampo nell’abbarbicarsi ai grumi di vita sana e intatta che intravede appunto a livello di ‚Äė popolo ‘, sen ¬≠za tuttavia potere e volere cancellare di colpo ogni distanza rispetto ad esso.

Come tutti sanno, anche le opere di Que ¬≠neau presentano di frequente talune figure di bonhommes saldamente immerse nel pi√Ļ spigliato e fluido ritmo di vita popolaresca, e quindi gratificate dei relativi usi e costumi, e soprattutto dei corrispondenti mezzi lingui ¬≠stici. Per venire ai Fiori blu, ecco il personag ¬≠gio di Cidrolin olimpicamente assiso quasi a ogni ora del giorno sul ponte della chiatta che tiene ormeggiata sulla Senna nei pressi di Pa ¬≠rigi: figura di popolano di bassa estrazione e di losco passato che adempie puntualmente a tutti gli obblighi connessi a tale suo stato so ¬≠ciale, e si dimostra quindi in possesso di un feroce appetito, di una sete invano alleviata da frequenti bevute di ¬ę essenza di finocchio ¬Ľ, di un duro cinismo nelle relazioni familiari, e in ogni caso di un solido egoismo, di una si ¬≠cura e invidiabile esperienza di vita. Il tutto, dicevamo, ‚Äė puntualmente adempiuto ‘, senza scosse e senza traumi, senza sussulti, senza tours de force di impressionismo descrittivo. Ci accorgiamo allora di essere in presenza di uno stereotipo, di un luogo comune piatto, di una sorta di immagine di repertorio. Qualcosa di molto lontano dalla violenta protesta anar ¬≠chica di C√©line, o dal disperato senso di reli ¬≠quia, di frammento di realt√† ultima, che Gad ¬≠da annette ai suoi brani popolareschi.

E siccome il mondo dei bonhommes, dei bistrot, della malavita parigina, per Queneau √® soltanto appunto un repertorio di stereotipi, comprendiamo come egli ne possa uscire facil ¬≠mente, a suo piacimento: ovviamente, per pas ¬≠sare ad altri stereotipi e luoghi comuni di tutt’altra origine e provenienza. Un distacco che, per insistere ancora sulla incongruit√† di certi accostamenti in apparenza ‚Äė obbligati ‘, non potrebbe riuscire in alcun modo n√© a C√©line n√© a Gadda: non a C√©line, perch√© all’infuori di quella solidariet√† estrema col popolo, con ¬≠sistente nell’assumerne tutti i tratti pi√Ļ tipici, il suo anarchismo non conosce altro sfogo; e neppure a Gadda, perch√© l’apparente lonta ¬≠nanza dalla volgarit√† popolana cui lo accredi ¬≠ta la sua cultura ed estrazione borghese √® d’al ¬≠tronde in piena crisi, e quindi spera soltanto nel bagno di salute che le pu√≤ venire da un periodico reimmergersi nella vitalit√† delle clas ¬≠si subalterne.

E’ appunto questa stessa mancanza di ogni legame viscerale e di ogni rapporto di compli ¬≠cit√† con la materia volgare trattata che con ¬≠sente all’autore dei Fiori blu di compiere una rotazione di almeno centottanta gradi, di an ¬≠dare cio√® a collocare, nell’ambito di questo stes ¬≠so romanzo, uno stereotipo lontanissimo da quello del bonhomme Cidrolin, prendendolo questa volta dal patrimonio di un romanzesco favoloso e leggendario. Ecco cos√¨ tutto il c√≠¬≥t√© in costume, da rapida cavalcata attraverso i se ¬≠coli, che si pu√≤ incentrare attorno alla figura di Joachim Duca d’Auge, evocato regolarmen ¬≠te ogni 175 anni a fare il punto sulla situa ¬≠zione e a solcare rapidamente le vicende sto ¬≠riche della Francia dei Luigi, dal tempo delle Crociate fino alla presa della Bastiglia. Natu ¬≠ralmente la stessa piattezza e superficialit√† gi√† incontrata a proposito del bonhomme accom ¬≠pagna anche la figura nobile e aristocratica, rendendola in tutto conforme a un clich√© di prevedibili sdegni e alterigie feudali. Quanto poi a chiedersi se tra i due personaggi ci sia un qualche rapporto intimo e sotterraneo, √® questo uno dei quesiti indebiti che preten ¬≠derebbero di introdurre una qualche profondi ¬≠t√† nella trama volutamente superficiale della operazione di Queneau. Cos√¨ ad esempio √® da ritenersi alquanto irrilevante il problema po ¬≠sto nel * risvolto ‘ del libro, se cio√® sia Cidro ¬≠lin a sognare il Duca d’Auge, o viceversa; pro ¬≠blema che potrebbe avere una soluzione, se nel narrare di Queneau si potesse distinguere un piano reale tout court, o almeno pi√Ļ reale di altri. Ma, come si √® detto, la pi√Ļ patente irrealt√† li inficia tutti.

Nessun dramma ‚Äėalla Borges’, quindi, nes ¬≠sun interrogativo amletico alla ricerca di un ubi consistam, ma soltanto un’esigenza costrut ¬≠tiva, quasi spaziale: l’esigenza di introdurre, nei Fiori blu, una distanza tra due poli, onde poi assicurare una conveniente tensione tra di essi. Come infatti avviene: dal piano nobile, il Duca d’Auge slitta di frequente su quello popolaresco, per attrazione di quel suo lonta ¬≠no comprimario: lontano non tanto in senso temporale, quanto piuttosto spaziale, lessicale, secondo una lontananza, cio√®, da misurarsi quasi sulle pagine di un’enciclopedia o di un manuale di retorica. E ovviamente avviene il contrario, Cidrolin a sua volta risulta assai spesso innalzato e sublimato a livelli di rifles ¬≠sione sentenziosa e di piglio dispotico. Nessu ¬≠na regola precisa nell’alternarsi dei toni alti e dei toni bassi, ma un libero estro associativo, che per√≤, come precisavamo gi√† all’inizio, non pu√≤ far pensare in alcun modo al precedente joyciano, giacch√© nel caso di Queneau non si esce mai dai limiti dell’universo linguistico e fraseologico: √® l’andamento, il giro di una frase, ad evocarne, per rare o evidenti analo ¬≠gie, un’altra tratta da ben diverso e disparato contesto, con l’effetto di far sprigionare all’in ¬≠contro un’inevitabile scintilla umoristica. Que ¬≠neau stesso ha opportunamente osservato co ¬≠me un procedimento del genere corrisponda abbastanza da vicino a quello della rima: una rima sollevata a proporzioni macroscopiche, re ¬≠lativa non pi√Ļ a poche sillabe finali, ma alla costruzione di intere frasi, alle analogie interne reperibili tra situazioni e ‚Äė topoi ‘ a prima vi ¬≠sta incomunicanti.

Dei due poli, l’uno, quello in panni attuali, √® ovviamente tenuto agganciato al pigro fluire della Senna; l’altro invece va avvicinandosi a tappe forzate, provocando quindi interferenze e disturbi sempre pi√Ļ frequenti e incisivi. Fin ¬≠ch√© avviene il cortocircuito, gli stereotipi si toccano, si sovrappongono, secondo un crite ¬≠rio costruttivo che appare usuale in Queneau, dedito a una sorta di passerella finale delle sue immagini, un attimo prima di farle dile ¬≠guare per incanto. Il primo a scoppiare come una bolla di sapone √® lo stereotipo del pre ¬≠sente, cio√® Cidrolin, mentre l’altro, prove ¬≠niente dal passato, tenta di proseguire la sua cavalcata e di spingersi decisamente nel fu ¬≠turo, fino a incontrare sul suo cammino un nuovo diluvio universale. Ma a questo punto l’autore giudica venuto il momento di ‘ chiu ¬≠dere ‘, e di far apparire sullo schermo una sorta di sigla finale: i fiori blu emergenti dal fango del diluvio, nei quali sono da veder simboleggiati, secondo un tipico modo di dire francese (ancora una volta la frase fatta!) i frutti di un candido e vuoto fantasticare privo di ogni riscontro con la realt√†.

In Queneau possiamo vedere una sorta di risultante di due universi entrambi ineffet ¬≠tuali, sospesi in un mero spazio verbale: le favole alte e sublimi di Roussel, quelle basse e scurrili di Jarry. E’ come se l’autore dei Fiori blu provocasse una deviazione, nelle ri ¬≠spettive rotte degli altri due, cos√¨ da portarle a interferire, a scontrarsi. Agli universi monodici di quelli, se ne sostituisce uno fondato sulla mescolanza e l’alternanza, non pi√Ļ se ¬≠rioso, austero come quello rousseliano, n√© grot ¬≠tesco come quello ubuesco, ma umoristico nel senso pi√Ļ pieno e integrale della parola, nel senso cio√® di una totale confutazione e messa in causa dei vari contesti che non consente di estrapolare alcun piano privilegiato e punto fermo.

Si comprende da quanto precede quale im ¬≠presa sia tradurre Queneau, cio√® una ricerca letteraria che mette a frutto l’attrito sistema ¬≠tico fra tutte le risorse del vocabolario lessi ¬≠cale e fraseologico, tutte le possibilit√† stili ¬≠stiche. Calvino √® riuscito a darci un equiva ¬≠lente perfetto, una mappa ¬ę conforme ¬Ľ, come si dice in termini geografici, ove cio√® data per scontata la diversit√† di sostanza, di materia tra l’originale e la copia, resta intatta e mi ¬≠surabile tutta la rete dei rapporti, la trama dei nessi e delle relazioni.


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