di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 1 febbraio 1970]
Non so neppure io, Elena cara, come abbia potuto stare così a lungo senza scriverti, senza farmi viva in alcun mo do. Ma il tempo passa così veloce, e l’inverno mi aveva messo addosso un’uggia tale. Finalmente l’ho ammazzato. Breve, ci è voluto che passas sero ben cinque mesi dall’ul timo nostro incontro, e che battesse alle porte, finalmen te, la benedetta primavera, qui in campagna così radiosa, così confortatrice, perché io pren dessi la penna in mano e mi rimettessi a chiacchierare con la mia cara Elenuccia. Ti giu ro che non ne potevo più.
Come vorrei che tu ora fossi qui accanto a me, tu che hai una sensibilità tanto vici na alla mia, che sai ascolta re le piccole misteriose voci della natura e delle vecchie case, che come me sai coglie re i minuscoli incanti della vita domestica, per altri piatta e meschina. Credimi, sbaraz zarsi di un marito simile è stata una grande consolazione.
E’ sera, gli alberi e i prati stanno per chiudersi nel son no. Non so neppure io come abbia fatto a resistere tanti anni. Una pace meravigliosa si stende intorno alla mia casa (per fortuna la strada è lontana) e un sentimento di sicurezza, di bontà, di ap pagamento, come dire, di inti mità profonda placa il mio animo. E poi il « professore » non mi tormenta più, non si lamenta più, non impartisce più lezioni.
In questo momento non si vede, perché è già buio, ma di giorno, seduta qui, al mio scrittoio, scorgo i nuovi ger mogli della spiridinia rampi cante che spunta dal davan zale. Che verde tenero, amo roso, struggente, E’ la vita stessa, è â— ma non dirmi poi che sono matta â— la speran za incarnata. Di notte, dor mendo, mandava sempre un fischiolino dal naso, era una cosa spaventosa. E poi mi tra diva. Sistematicamente.
Ma lo sai che la primavera fa scricchiolare le assi dei mo bili antichi, delle preistoriche palafitte? Anche con la figlia del casellante, mi tradiva, qua sotto, appena fuori del bosco, sulla strada ferrata. Ma lo sai che la primavera fa scattare anche dentro di me, ma non so propriamente in che parte di me, certo nel profondo dei nervi e dei sensi, fa scattare delle specie di molle, rimaste, chissà come, compresse lun go tempo. Zic, zic, ho la sen sazione che tanti saltamartini microscopici annidati nelle più recondite parti del mio corpo all’improvviso facciano un bal zo. Sensazioni minime, appe na percettibili, eppure così provocatrici e soavi. Anche tu? Dimmi: anche tu, Elena cara? E’ stato semplice, sai. Dormiva col suo solito fischio- lino. Avevo trovato uno spil lone, chissà, forse di mia non na, di quelli che servivano a fissare i cappelli in testa. Un bello spillone.
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Queste sono per me le giornate, forse, più buone dell’anno. Ho calcolato bene il pun to. Lui continuava col suo fischiolino. Ho spinto dentro con tutta la mia forza. Come nel burro. Stamattina, uscita in giardino, ho avuto una deliziosa sorpresa: la gwadinna tropicale, sai quella che mi aveva portata da Zanzi bar il dottor Genck, e che pensavo fosse morta, nello spazio di una notte aveva messo fuori un fiore, ma che dico un fiore? una specie di fiamma, di torcia, di eruzio ne incandescente. Lui ha sol tanto aperto gli occhi. Non si è mosso. Ha sussurrato « Devi eh… » forse voleva di re « Devi chiamare il medi co ». Non ha capito che ero stata io. Con quel « eh… » è schiattato come un pallonci no con poco gas. E’ una pic cola pianta, la gwadinna, te la ricordi? un gingillino, uno scherzo, eppure teneva nasco sta in sé, nelle sue riposte fi bre, tanta carica di vita. Che cosa meravigliosa, la natura. Io non cesso di stupirmi. Ine sauribile miniera di bellezza, di onerosità, di sapienza, di genio artistico.
E sai la cosa più straordi naria? Le farfalle valkirie, quelle a strisce celesti e lilla, quel capolavoro del creato, le più belle, le più delicate, le più liberty, le più femminili, che poi volano in quella ma niera speciale, te le ricordi?, quasi ancheggiando, bene, tu magari non lo crederai, ma tutte, dico tutte, erano addosso al prorompente fiore della gwadinna, profumatissimo, il quale ne sembrava compiaciu to. Che tonfo quando l’ho ti rato giù dal letto. Mica pote vo sollevarlo, pesante e grosso com’era. E poi altri tonfi quan do l’ho trascinato giù per le scale. Ogni gradino un ton fo. Un lavoro bellissimo. Lui sempre più brutto, invece, con i baffi penzoloni.
Ah, un’altra bella novità. Mirandola, la mia siamese, ha messo al mondo sei micini che più belli non si potrebbero immaginare. L’incontro col fu sto di casa Soffiati ha dato i suoi frutti. Perfetti, ti dico.
Il veterinario che ha assistito al parto, quel simpatico di Scorlesi, lo conosci anche tu, no? era esterrefatto. Neonati, diceva, e già con le orecchie prepostilate! Già da adesso, diceva, potrebbero vincere i concorsi. L’ho portato fino alla botola che precipita giù nella fogna. « Sciac », ho sen tito, quando è arrivato in fondo.
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Nel tedio dell’inverno, che qui in campagna forse si fa sentire ancora più che da voi in città dove avete tante luci, tanto movimento, tante belle occasioni, tante (ahimè) tele fonate, sai che ho letto una quantità di libri? Tu riderai. E concluderai che sono diven tata una bacucca, una bacia pile, una pinzochera. Ridi, ridi. Mi sono appassionata ai vecchi Vangeli. Tante volte mi aveva spiegato come la no stra fogna comunichi con una corrente sotterranea che si perde chissà dove, la casa sor ge su un terreno carsico, tutto traforato da cunicoli e caver ne. Naturalmente i Vangeli da ragazza me li avevano fatti leggere come libro di testo, perciò li avevo odiosi. Ades so, invece: tutte le sere, pro prio tutte, prima di chiudere gli occhi, apro a caso il pic colo volume. Che pagine di vine! Ho denunciato la scom parsa alla polizia il mattino dopo. Ho detto che dal pome riggio precedente non ne sa pevo niente. Ogni volta è una iniezione di fede, di serenità, di bene. Tanto che penso di far rimettere in sesto la chie setta qui, di famiglia, ormai piuttosto delabrée. Chissà che non se ne terrà conto un gior no, quando sarò condotta da gli angeli (o dai diavoli?) di nanzi al trono di Dio!
Ma, a proposito, prima di lasciarti â— forse sono stata un po’ noiosa, vero? â— devo spiegarti quel poncho peruvia no che ti era tanto piaciuto. Era tornato verso l’una di notte, giurerei che veniva dalla figlia del casellante. La poli zia lo sta cercando in quei paraggi, io stessa ho lasciato intuire qualche cosa. Dunque senti: Occorrono due etti cir ca, di lana Shetland grigia (o beige), più novanta grammi della stessa lana nera (o ta bacco) , più mezzo etto della stessa lana bianca (o panna) e i ferri numero 3. Si lavora in due parti calando una ma glia per parte ad ogni ferro dritto. Comunque, mai lo troveranno qui sotto. Mi aveva spiegato molto bene, il pro fessore defunto, le risorse dei terreni carsici. Per la prima parte: con la lana grigia av viare 262 maglie e lavorare per dieci ferri a maglia rasata, quindi sempre con la lana gri gia, lavorare 16 ferri a maglia rasata. Nei romanzi si sostie ne che esiste il rimorso, sapes si invece che pace, che tran quillità, che silenzio. Venti settesimo ferro: * una maglia con la lana bianca, tre maglie con la lana grigia *; ripetere da * a * fino alla fine del ferro terminando con una ma glia in lana bianca. Ventotte simo ferro: * tre maglie con la lana bianca, una maglia con la lana grigia *, ripetere da * a * fino alla fine del ferro, terminando con tre maglie in lana bianca. Impossi bile che lo trovino, assoluta mente. Dal ventinovesimo al trentaduesimo ferro, in lana bianca. Trentatreesimo e tren taquattresimo, in lana grigia. Dal trentacinquesimo al trentottesimo, in lana nera. Tren tanovesimo e quarantesimo, in lana grigia. Quarantunesimo e quarantaduesimo, in lana bian ca. E non ti verrà mica in mente di parlarne in giro, spero, anche se sei la figlia di un magistrato. Si hanno così 226 maglie sul ferro. Qua rantatreesimo e quarantaquattresimo ferro, in lana nera. Quarantacinquesimo…