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Pd ancora in ebollizione. C’è chi frena

25 Aprile 2013

di Alessandro Trocino
(dal “Corriere della Sera”, 25 aprile 2013)

ROMA – Colloqui e incontri tra Enrico Letta, premier incaricato e numero due del Partito democratico, e i big del Pd, dal segretario dimissionario Pier Luigi Bersani ai capigruppo di Camera e Senato Roberto Speranza e Luigi Zanda. Dialogo necessario (anche se un «vertice » vero e proprio tra i big viene smentito) per provare a dissipare le ombre e per convincere Letta che la strada è sgombra. Non lo è del tutto, in realtà, perché molti parlamentari sono in sofferenza e alcuni lo dicono apertamente. Bersani ha già manifestato il timore di un «rischio anarchia » nel partito. Ma la speranza dei dirigenti è quella espressa da Anna Finocchiaro, che augura in bocca al lupo a Letta e poi aggiunge: «Vai avanti con coraggio e vedrai che il Pd unito ti seguirà con convinzione e determinazione ».
Non sono mancati i messaggi di auguri e congratulazioni per il nuovo «premier con riserva ». Tra gli altri quello di Alessandra Moretti. E quello del bersaniano Roberto Speranza: «Lavoro, sviluppo e moralità della politica saranno i temi al centro dell’azione del nuovo esecutivo che il Pd sosterrà convintamente ». Ma c’è anche l’augurio di Romano Prodi, da Radio 24: «Sono contento per Enrico Letta. Spero che il neo presidente del Consiglio dia impulso all’economia perché ne abbiamo un enorme bisogno. Certamente affronterà le problematiche con rigore ».

Bersani accoglie con un «bene, benissimo », l’incarico a Letta. E a «Servizio Pubblico » spiega che «il Paese ha ancora bisogno di noi, non vedo altre soluzioni ». E se è vero che ha qualcosa da rimproverarsi («Di non aver detto prima qualcosa ai nostri ») è anche vero che per lui il Pd «è una storia di successo ».
Successo che non ha però archiviato i due «incidenti », con i franchi tiratori che hanno bersagliato e abbattuto prima Franco Marini poi Prodi, due padri del partito che erano stati indicati proprio da Bersani come candidati al Quirinale. Poi c’è stata la svolta, la rielezione di Giorgio Napolitano e il via libera alle larghe intese.

Via libera che non piace a Pippo Civati, secondo il quale le cose «stanno peggiorando »: «Mi dispiace, ma continuo a non essere d’accordo. Soprattutto perché il governo di scopo sta diventando di scopone scientifico. Un governo politicissimo, senza scadenza ». Il prodiano Sandro Gozi auspica un governo breve: «Deve durare poco, al massimo sei mesi. Così si può andare al voto tra sette mesi e mezzo ». Ma poi va oltre, a «Un giorno da pecora », programma di Radio 2 facilitatore di confessioni a cuore aperto e dichiarazioni senza inibizioni: «Un governissimo iperpolitico con dentro magari la Gelmini e Quagliariello per me sarebbe un colpo mortale. Mi farebbe molto schifo ». E alla domanda se voterebbe un governo Letta con Schifani, la risposta è un «no » secco.

Tra i critici ci sono anche Gianni Pittella, «questo governo non è esattamente quello che volevo », e il sindaco di Bari Michele Emiliano: «Sarebbe sconcio che due membri consanguinei della stessa famiglia facessero parte dello stesso governo come premier e sottosegretario alla presidenza ».
Tra chi si prepara a votare la fiducia c’è chi lo farà con riserva. Per esempio, i giovani Turchi di Matteo Orfini e Andrea Orlando. Che hanno già comunicato a Francesco Boccia, fedelissimo di Letta e mediatore tra le varie anime per suo conto, che non chiederanno posti nel governo. Un atto di generosità non privo di contropartite: perché, confessano, non avere incarichi sarà anche un modo «per tenersi le mani libere, visto che potremmo trovarci in dissenso ».

Nel posizionamento degli esponenti del Pd rispetto al governo, conta anche la battaglia per la segreteria, appena all’inizio, dopo le dimissioni di Bersani. C’è chi propone se stesso, come il presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta: «Candidarmi alla segreteria del Pd? Perché no? ». E c’è chi mette dei paletti. Come il presidente della Toscana Enrico Rossi: «Bisogna stabilire che chi fa il premier non fa il segretario di partito ». Quanto a Renzi, «come segretario del Pd lo vedo uno come tanti altri. Il rischio è che diventi un’ossessione. Personalmente sono rossiano: né barchiano e né renziano ».


Enrico, l’eterno democristiano ora deve far convivere Pd e Pdl
di di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 25 aprile 2013)

È un uomo ancora molto giovane per gli standard italiani (lo batte Goria, che fu presidente del Consiglio a 43 anni) e mi ha sempre colpito non la sua «moderazione » (parola e concetto ambiguo) quanto il suo senso della misura. In questi anni in cui sono stato in Parlamento non ricordo di averlo visto agitato, eccitato, sopra le righe. Il che non vuole affatto dire che Enrico Letta sia un mite, o un uomo accomodante. Solo, che non urla. E ricordo che parecchi anni fa ci trovammo insieme in qualche talk show televisivo e fui sorpreso dal suo modo di ragionar che mi sembrò onesto e lineare.
È come tutti sanno un cattolico e, benché sia un cattolico di sinistra, sembra ad occhio e croce più un cattolico liberale che un esemplare di quel «cattocomunismo » che ha creato una frattura in quel mondo. Che sia un uomo coraggioso è dimostrato dal solo fatto che Re Giorgio, come ormai si usa chiamarlo, lo ha scelto e preferito al «dottor sottile » Giuliano Amato, un re senza terra che suscita inquietudini.

La scommessa, e anche l’eresia, è enorme: Enrico Letta accetta di fare proprio la cosa che Bersani ha cercato di non fare e per non farla ha paralizzato la politica italiana per due mesi, facendo perdere un punto di Pil. Il tabù era, e resta, il governo con l’odiato nemico. Il popolo della rete di sinistra, con i suoi tweet, le sue email, i suoi cellulari e i suoi toni minacciosi, hanno finora impedito che l’abominevole (per loro) matrimonio fosse celebrato: quello che porta a un governo che, comunque lo si voglia chiamare, è un governo Pd-Pdl. Non che Enrico Letta sia felice. Ma, come ricordava ieri il Financial Times riferendosi a una intervista con Enrico Letta, il nuovo presidente del Consiglio considerava a marzo un governo con Berlusconi «not ideal », non proprio l’ideale date le «aspre diversità fra i due partiti » e tuttavia non escludeva affatto la possibilità di fare una coalizione, «malgrado l’aspra opposizione » interna al Pd.
Il giornale inglese lo descrive mentre getta un ponte di lunga durata verso il centro-destra di Silvio Berlusconi, accettando probabilmente la vicepresidenza di Angelino Alfano con cui ha instaurato una buona relazione umana. Quante novità: la buona relazione umana, il tabù infranto, la sfida pacata ma implicita alle piccole ma rissose masse degli anabattisti del Pd che sciamano nelle strade e nel web imprecando contro il blasfemo governo fra destra e sinistra, che in Italia non si era mai visto, perché la maggioranza che sosteneva Monti era un’altra cosa.

Il giovane Letta, notoriamente nipote di Gianni, ha un passato europeo di prima qualità. Parla le lingue, inglese e francese, è nato a Pisa dove si è laureato, ed è già stato il più giovane ministro in Italia quando ebbe la responsabilità dei ministeri dell’Industria e dell’Agricoltura nel governo D’Alema nel 1998. Anche lui, come quasi tutti i cattolici oggi in politica, viene dalla Democrazia cristiana, militando nella sinistra di quel grande contenitore che si sfaldò con la fine della guerra fredda e gli scandali di Tangentopoli. I suoi quarti di nobiltà intellettuale e politica si trovano nel suo ruolo di segretario generale dell’Arel, il think tank fondato nel 1976 da Nino Andreatta e nell’Aspen Institute di cui è membro e che raccoglie alcune fra le migliori menti del mondo in materia di economia e politica estera. È un convinto europeista, ma promette battaglia in Europa dove chiede cambiamenti veri, visto che il risultato elettorale mostra una schiacciante maggioranza di italiani preoccupati o delusi dall’euro e dalle politiche europee.

Ma non è assolutamente disposto ad assecondare qualsiasi azione di rottura: «O stiamo in Europa e impariamo a starci nel modo giusto, o per noi è la rovina ».
È arrivato al Quirinale guidando la propria macchina, e la cosa è stata notata da tutti i media del mondo. Non fa particolari concessioni ai cliché della sinistra e spera ancora di tenere insieme i pezzi del Pd, la parte riformista dialogante e quella radicale chiusa in se stessa. I fatti dicono però che non ha alcuna simpatia per quella parte e del resto il sentimento è reciproco: la sinistra lo detesta e già ieri i blog e i tweet partivano all’assalto del presidente incaricato, che però ha la stoffa del mediatore e comunque di quello che non si abbandona a dichiarazioni eccessive, come ha fatto invece Bersani chiudendosi in una gabbia senza vie d’uscita. Non si pronuncia sull’eventualità che il suo partito si spacchi definitivamente proprio a causa del suo ruolo di primo ministro di un governo che ha l’ambizione di durare. Ma non si fa illusioni: quando gli chiedono se intende riformare la Costituzione, risponde che questo è il compito della successiva legislatura, non di quella appena iniziata. È determinato a fare subito una nuova legge elettorale ordinaria con procedura semplice e sa bene che dopo aver compiuto questa augurabile impresa sarà difficile non passare subito a nuove elezioni, visto che una nuova legge delegittimerebbe con la sua semplice esistenza il Parlamento in carica. Ha l’aria di quello che non cerca rogne, ma che sa di doverle affrontare con decisione. Come diceva Theodore Roosevelt «parla a voce bassa, ma impugna sempre un bastone ».


Quando Letta scriveva a Monti per un posto: “Mario posso aiutarti sui vice se vuoi”
di (I.S.)
(da “Libero”, 25 aprile 2013)

“Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!” Firmato Enrico. Quel biglietto paparazzato pochi giorni dopo l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti la dice lunga sulla voglia di “poltronissima” del neopremier incaricato, il piddino Enrico Letta. Tra Letta e il Loden c’è intesa, da tempo. Letta, ora, potrebbe restituire il favore. Il Pd ha sempre appoggiato il governo Monti, e il Prof fin quando non ha deciso di dar vita alla sua sciagurata campagna elettorale ha sempre sostenuto i democratici e le loro colombe, tra cui, appunto, l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Il Prof? – Ora il “politico tecnico”, Letta, deve dare una poltrona al “tecnico politico”, Monti. I due si annusano, si stimano, si cercano. Ed entrambi amano gli scranni. Enrico Letta è un ex dc, della stessa corrente di Angelino Alfano. Insomma è l’uomo giusto per mettere tutti d’accordo. Il Prof, che fiuta il baratro (politico), ora pensa a quel bigliettino che ricevette da Enrico. Potrebbe tornare utile. Ma al contrario. Ora che Bersani è fuorigioco, al comando c’è Letta: è lui a decidere, o quantomeno a proporre la squadra per il suo governo. Potrebbe anche dare un ministero a Monti, e l’ipotesi continua a rincorrersi nelle ultime ore. Tanto che il Professore, sornione, ha dichiarato: “Io mi metto a disposizione”. Nel futuro del Loden – è questo il rumor più insistente – potrebbe esserci la Farnesina, il dicastero degli Esteri. Di sicuro Angela Merkel apprezzerebbe. Forse un pizzino per Berlino è già partito: “Angela, quando vuoi dimmi come posso esserti utile, anche ufficiosamente. Vuoi Mario alla Farnesina? Nessun problema. E’ amico mio…”.


I ricatti da respingere
di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 25 aprile 2013)

C’è stato, in Italia, un tempo lontano in cui la sinistra berlingueriana sperava di governare in nome dell'”alternativa democratica”. Oggi quello che resta della sinistra italiana si accinge a governare insieme alla destra berlusconiana “perché non c’è alternativa”. È un radicale cambio di fase, imposto dallo “stato d’eccezione” permanente nel quale siamo ormai precipitati.

Prima un presidente della Repubblica che viene rieletto da un Parlamento disperato e paralizzato, per la prima volta dal dopoguerra. Ora un presidente del Consiglio del Pd che prova a fare un governo con il Pdl, per la prima volta dal dopo-Tangentopoli.

L’alchimia politica dell’esperimento è necessitata, ma azzardata. Le formule si sprecano: dal governo del presidente al governo di scopo, dal governissimo alla Grande Coalizione. Quella escogitata dal premier incaricato è oggettivamente efficace: “Governo di servizio” al Paese. Ma la sostanza è la stessa. Dopo un quasi Ventennio di scontro più o meno irriducibile con il Cavaliere di Arcore, la sinistra è costretta dalla sua stessa inadeguatezza non solo a scendere a patti, ma addirittura a governare insieme all’avversario.

Una scelta contro natura, con la quale si vorrebbe riscrivere, manomettendola, la biografia della nazione. Si vorrebbe archiviare, snaturandola, la stagione del bipolarismo muscolare, che non si è consumata soltanto nel conflitto sterile tra berlusconismo e anti-berlusconismo, ma anche in due idee contrapposte e realmente inconciliabili dell’Italia, dei valori repubblicani, dello Stato di diritto, del civismo.

Si vorrebbe insomma “costituzionalizzare” una volta per tutte l’anomalia berlusconiana. Non solo annacquando le differenze identitarie (che tra sinistra e destra, lungo il “cleavage” culturale tracciato a suo tempo da Norberto Bobbio, esistono ancora a dispetto di un “pensiero debole” che oggi si pretende egemone). Ma amnistiando anche le pendenze giudiziarie (che continuano a inseguire il leader del Pdl, minacciandone a breve la fedina penale e la biografia politica, e di fronte alle quali il “citizen Berlusconi” si pretende ancora una volta “meno uguale” degli altri di fronte alla legge).

Ma purtroppo, a questo punto, una scelta non contro la logica, se davvero si vuole provare l’ultimo tentativo per tamponare questa paradossale Weimar all’amatriciana. Dal giorno in cui un Pd decapitato da una suicida guerra per bande e libanizzato da un’inopinata “intifada digitale”, senza più leader all’interno e senza più follower all’esterno, si è arreso all’evidenza e si è consegnato anima e corpo alle cure di Giorgio Napolitano, lo sbocco delle “larghe intese” ha smesso di essere un cammino impercorribile ed è diventato un destino inevitabile. “Non c’è alternativa”, ripete allora il Capo dello Stato, anche a costo di violare “un patto preso con i rispettivi elettori”. “Non c’è alternativa”, ribadisce il premier incaricato, visto che “dalle elezioni non è uscita una maggioranza” e al Paese “serve comunque un governo”.

Il “governo di servizio”, se mai vedrà la luce, è dunque un atto di realismo politico. Quasi un “male necessario”, secondo l’analisi dei “rapporti di forza” predicata da Gramsci e dimenticata dai suoi epigoni. Dopo aver insistito per due mesi con la contraddittoria strategia del “doppio binario” (azzardando una trattativa parallela sul governo con i 5 Stelle e sulle riforme con il Pdl) e dopo esser ricaduto nella solita sindrome di Crono che divora i suoi figli (sacrificando Marini e Prodi sull’altare del Quirinale), il Pd prende infine atto del principio di realtà.

Non ha autonomia numerica né politica per fare altro, se non accedere allo schema di Napolitano: una “larga convergenza tra le forze che possono assicurare la maggioranza in entrambe le Camere”. E allo stato dei fatti, non si può neanche permettere il lusso di qualche “distinguo”, formale e bizantino, sul livello di coinvolgimento nel nuovo esecutivo. Formare un governo “dei migliori”, prestando le personalità più in vista del partito, in fondo non è molto diverso che assemblare un governo “dei tecnici”, tenendo i gruppi dirigenti fuori dalla squadra mista da costruire insieme all’altro polo.

Alla fine, in Parlamento, è sempre il Pd che deve approvare i disegni e i decreti legge, votandoli insieme al Pdl. E la stessa esperienza del governo Monti sta lì a dimostrare che la “foglia di fico”, oltre a non funzionare concretamente, neanche conviene politicamente: metti la faccia su provvedimenti che non hai nemmeno deciso e che magari neanche condividi, ma che gli elettori ti imputano comunque.

A questo punto, ingoiare fino in fondo la medicina più amara è una mossa che ha almeno il pregio della coerenza. Enrico Letta è una scelta di peso, che rispetto a Giuliano Amato premia in parte l’innovazione rispetto alla tradizione. Si tratta di un quadro di governo giovane per gli standard italiani, ma che ha già dimostrato più volte le sue qualità e la sua affidabilità. Non lesinerà gli sforzi, tanto sulla formazione quanto sull’azione del suo esecutivo. Ma il suo tentativo resta difficile, temerario, per molti versi quasi proibitivo.

Il “farmaco” delle larghe intese, oltre che amarissimo, può risultare mortale. Pensiamo solo alla lista dei ministri che il premier incaricato deve stilare, alla quale corrispondono almeno tre temi cruciali e non negoziabili. Chi sarà il ministro dell’Economia e del Welfare? È pensabile condividere con la destra la cancellazione immediata dell’Imu e delle tutele rimaste alla flessibilità del lavoro? Chi sarà il ministro della Giustizia? È pensabile un patto scellerato sul salvacondotto da accordare al Cavaliere o una rinuncia a una legge finalmente degna contro la corruzione, dopo il pannicello caldo della Severino? Chi sarà il ministro dell’Interno? È pensabile un segnale anche solo velato di abbassamento della guardia sul fronte della lotta alle mafie e alle criminalità organizzate?

Se questa è la posta in palio, l’unico modo per evitare un drammatico compromesso al ribasso, o il fallimento del tentativo e quindi l’immediato ritorno alle urne, è respingere ogni ricatto sui nomi da scegliere e sulle cose da fare. E circoscrivere in modo esplicito il campo (e quindi in modo implicito anche il tempo) del gioco di questo “governo di servizio”. Cinque misure qualificanti, e non una di più: riforma della legge elettorale, riforma del bicameralismo, riforma del finanziamento della politica, un provvedimento per la riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese e un provvedimento di sostegno e rilancio dell’occupazione. A quel punto, missione compiuta. Ognuno recupera la sua libertà e la sua identità. Si sciolgono le Camere, si torna a votare. Con regole nuove e con un’Italia un po’ meno martoriata dai morsi della crisi. Non c’è altra via, se non si vuole spacciare per “una nuova stagione di civiltà e di cultura democratica” (come già si affannano a scrivere i corifei del Cavaliere) un indistinto consociativo che serve solo a chiudere l’eterna transizione italiana con la definitiva riabilitazione dell’avventura berlusconiana.

Letta, nell’accettare con riserva l’incarico, ha avvertito che questo governo “non nascerà a tutti i costi”. È un preambolo importante, forse decisivo. Le “larghe intese”, almeno in Italia, sono il “costo” che la politica paga alla sua inconcludenza e alla sua inefficienza, al suo cinismo e al suo opportunismo. Questo costo è già alto, ma non può diventare troppo alto. Non solo per il destino della sinistra, ma per il futuro stesso di questo disgraziato Paese.


La via italiana alle riforme istituzionali
di Gian Enrico Rusconi
(da “La Stampa”, 25 aprile 2013)

Il Presidente della Repubblica «accresce la concreta influenza dei suoi moniti e delle sue indicazioni sui partiti; rende gli stessi partiti più disponibili ad accettare le sue proposte di sblocco delle situazioni di stallo; può portare ad un parziale supporto della sua autorità per governi che nascono su maggioranze non del tutto convinte ». Sembrano parole tagliate su misura sull’iniziativa del Presidente Napolitano, anche in occasione della scelta dell’ipotetico governo Letta. Invece si trovano scritte in un articolo di «Mondoperaio » del 1982, intitolato Eleggere il Presidente, firmato da Giuliano Amato, che perorava il semipresidenzialismo (quando Matteo Renzi andava ancora alle scuole elementari).

Naturalmente l’Amato di allora va contestualizzato nel controverso dibattito della sinistra di quegli anni (anche sotto «l’effetto Pertini ») quando i partiti contavano non soltanto per la loro impotenza. Oggi alla complessità del discorso istituzionale sul presidenzialismo si contrappone la disarmante sinteticità di Matteo Renzi, che lo definisce semplicemente l’elezione del «sindaco d’Italia ».

È un’immagine efficace in stile con il personaggio. Ma soprattutto è il segnale che il tema del presidenzialismo (nelle sue varianti) non è più tabù. Se ne può discutere ad alta voce, senza essere sospettati di volere un qualche bavaglio antidemocratico.

Affrontando la questione del presidenzialismo o più propriamente di semipresidenzialismo (alla francese, per intenderci), ci si rende subito conto che il vero problema è l’associazione immediata che si fa tra l’istituzione e la persona che dovrà svolgerla.

È una pura finzione accademica affermare che prima occorre modificare la Costituzione e poi si sceglierà la persona adatta. Questo può accadere forse in una fase costituente, all’indomani di un evento politico di carattere radicale – come fu al tempo della stesura della nostra Costituzione nel 1947/8, nel cui ambito si discusse anche l’ipotesi presidenziale. Quando invece si tratta di passare da una forma democratica, già collaudata ma rivelatasi inefficiente, ad un’altra forma – dal parlamentarismo puro ad uno corretto in senso presidenziale – la persona cui si pensa concretamente diventa il fattore decisivo. Fuori da ogni finzione: si accetta l’istituto del semipresidenzialismo, pensando già al possibile detentore.

Il caso storico che viene subito in mente è quello di Charles De Gaulle fondatore della Quinta Repubblica. Mettiamo tra parentesi l’eccezionalità e la specificità di quella drammatica pagina storica della Francia e stiamo al nocciolo del ragionamento: siamo davanti ad un sistema democratico arrivato al collasso, che si riforma combinando felicemente una modifica costituzionale con una personalità, ritenuta democraticamente affidabile.

Naturalmente può succedere anche l’opposto: proprio la persona che promuove l’istituzione presidenziale può innescarne il rifiuto. È la reazione di molti italiani davanti alle proposte presidenzialiste di Silvio Berlusconi. Questo vuol dire che oggi la ripresa pubblica della discussione su questo tema è un’apertura al berlusconismo? No.

La questione è più complicata ma insieme facilitata dall’esperienza del «governo del presidente » dello scorso anno voluto da Napolitano. Tramite tale esperienza – o meglio tramite la riflessione su di essa – si delinea forse la via italiana al semipresidenzialismo. O, detto in modo più prudente, verso un correttivo presidenziale del parlamentarismo.

Giorgio Napolitano ha svolto oggettivamente questo ruolo e potrebbe/dovrebbe continuare a svolgerlo ancora per il tempo in cui intende esercitare il suo nuovo mandato. Senza incarnare formalmente la funzione semipresidenziale infatti ha combinato le caratteristiche tratteggiate sopra da Amato. Credo che abbia innescato un processo irreversibile, che va percorso con prudenza ma con determinazione.

Il governo che sta per nascere ha davanti a sé compiti concreti immensi. Non avrà né tempo né opportunità di porsi questioni di ordine istituzionale – salvo l’urgente riforma elettorale. Eppure di fronte a molti problemi diventerà decisiva la sua competenza decisionale. Ce la farà da solo? O dovrà in qualche modo contare – ancora una volta – sull’autorevolezza del Quirinale?

Non sono problemi accademici, ma politici di prima grandezza. È urgente che si riapra una riflessione e un confronto di carattere istituzionale radicale sulla riforma del sistema politico, andando sino in fondo alla questione del semipresidenzialismo.


Letta, Napolitano, l’anti rupture e la vera storia di come è nato l’incarico
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 25 aprile 2013)

Nuovo e vecchio. Giovane e anziano. Destra e sinistra. Zio e nipote. Rottamati e rottamatori. Direzione e controdirezione. Rupture e antirupture. Il film dell’investitura di Enrico Letta a presidente del Consiglio incaricato comincia lo scorso 25 febbraio con una dura telefonata di Giorgio Napolitano e si conclude 58 giorni dopo con una promettente stretta di mano tra il capo dello stato e il vicesegretario del Pd. In questo lungo arco di tempo nel centrosinistra è successo di tutto (azzeramento di un gruppo dirigente, dissoluzione di una coalizione, dimissioni del segretario, lotte intestine, candidature bruciate, pugnalate alle spalle). Ma al netto delle piccole e grandi esplosioni che hanno messo a rischio la vita stessa del Pd l’elemento di svolta che ha permesso a Letta di arrivare al Quirinale con il compito di creare un nuovo esecutivo è stato prima di ogni altra cosa la progressiva maturazione nel Partito democratico di quella che in fondo era l’unica strada possibile per evitare elezioni e dare una guida al paese: non un surreale governo del cambiamento con Grillo e Casaleggio (a quanto pare non ci sono più spiragli) ma un semplice (per quanto drammatico) accordo con il Caimano.

Di quella svolta e di quell’improvviso cambio di direzione (il 6 marzo, ricorderete, Bersani diceva ancora che non sarebbero mai stati “praticabili né credibili in nessuna forma accordi di governo fra noi e la destra berlusconiana”) Enrico Letta è stato il vero protagonista del Pd. E per capire il percorso fatto di mediazioni, cuciture, sintesi, compromessi (e non di super e rottamatrici rupture alla Matteo Renzi) che ha portato il vicesegretario ad arrivare a un passo dalla formazione del governo (le consultazioni cominciano oggi, la strada è difficile e probabilmente occorrerà attendere il ritorno in Italia di Berlusconi, previsto per venerdì) bisogna riavvolgere il nastro e unire i puntini mettendo insieme i cinque passaggi che hanno determinato prima il cambio di rotta del galeone del Pd e poi il cambio del timoniere. Cinque date: 25 febbraio, 22 marzo, 29 marzo, 9 aprile, 23 aprile. Perché, certo, naturalmente Letta non sarebbe arrivato al punto in cui si trova oggi senza il suo bagaglio di esperienze (ministro nei governi D’Alema e Amato nel 1998 e nel 1999, sottosegretario di stato alla presidenza del Consiglio tra il 2006 e il 2008, vicesegretario del Pd dal 2009). Ma se c’è una ragione per cui Napolitano ieri ha scelto in extremis il suo nome per Palazzo Chigi è anche perché sa che il vicesegretario non è soltanto un perfetto mix tra Amato e Renzi (pensateci) ma è anche l’unico punto di equilibrio possibile per ricercare “soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale” senza far scoppiare la pentola a pressione del Pd.

L’imposizione della Letta via
Il film della imposizione della “Letta via” all’interno del Pd comincia il 25 febbraio quando Enrico Letta, dopo aver detto in televisione a commento dei primi exit poll elettorali che “con questi numeri bisogna tornare presto alle elezioni”, riceve una dura telefonata dal Quirinale con la quale il presidente invita il Pd a raddrizzare subito la rotta e a evitare di insistere sul ritorno alle urne. Letta recepisce il messaggio e già nel pomeriggio (andatevi a vedere le cronache) cambia linea (elezioni no) e continua a declinarla anche nelle settimane successive, attraverso una formula un po’ politichese ma che diventerà maggioritaria all’interno del Pd: “Qualunque cosa succeda bisogna cambiare la legge elettorale prima di tornare al voto”. Tradotto: un governo bisogna farlo. Passano i giorni, Bersani continua a seguire Casaleggio, il Pd comincia a sospettare che il governo del cambiamento con i voti di Grillo sia un pochino complicato, Letta inizia a convincere Bersani che il governo lo si fa solo dialogando con il Caimano e apre due canali diplomatici importanti: uno personale con il Pdl (Letta ogni giorno si messaggiava con Alfano, e poi naturalmente c’è lo zio Gianni) e un altro meno personale con la Lega (è stata la lettiana De Micheli, grande amica anche di Fedele Confalonieri, a costruire un rapporto con Maroni attraverso triangolazioni quotidiane con il leghista Giancarlo Giorgetti). Risultato: mentre Bersani ufficialmente dice “mai con il Caimano”, il Pd inizia in segreto a fare quello che poi gli avrebbe chiesto di fare ufficialmente Napolitano durante le consultazioni. Lo fa ma non lo dice. Ed è anche questa una delle ragioni che hanno trascinato Bersani in una trappola che l’ex segretario del Pd si è sostanzialmente costruito quasi da sé. E tutto, in un certo modo, accade tra il 22 marzo e il 29 marzo: altre due date importanti per capire come è nata la nuova direzione del Pd.

Ventidue marzo, giorno di consultazioni: Pier Luigi Bersani, dopo un lungo colloquio con il presidente della Repubblica, si presenta di fronte ai cronisti al Quirinale e per la prima volta non esclude di voler rivolgersi anche al centrodestra per cercare di formare un governo. E’ il primo successo della Letta via. Successo decisamente parziale, considerando il risultato ottenuto dalle successive consultazioni avviate dal pre-incaricato Bersani (quelle con il Wwf, con Saviano e con il Touring Club): “Non risolutivo”. Passano giorni, la posizione di Bersani si indebolisce e nel Pd, complice anche la discesa in campo di Renzi che invita a non perdere tempo e a scegliere se fare o no un governo con il Pdl, si rafforza il modello “soluzioni condivise” di Enrico Letta. E così arriviamo alla quarta data, che poi è la vera svolta che segna, anche plasticamente, il primo formale passaggio di consegne tra segretario e vicesegretario. E’ il ventinove marzo, Napolitano conclude la sua ultima fase di consultazioni. Bersani rimane nella sua casa di Bettola e al Quirinale questa volta il Pd manda Letta. Sono le diciotto e trenta e il vicesegretario esplicita per la prima volta la nuova via. E quella che all’inizio si presenta come una semplice apertura si tradurrà nei giorni successivi in una nuova direzione. “Il Pd appoggerà la proposta che farà il presidente”, dice il vicesegretario alla fine delle consultazioni (“appoggerà”, non valuterà) e a poco a poco sarà quella la posizione che si imporrà all’interno del partito e che si materializzerà prima con il clamoroso incontro tra Bersani e il Caimano (c’era anche Letta, era il 9 aprile) e poi con la drammatica svolta della direzione di martedì scorso (23 aprile): quando dopo le dimissioni di Bersani e Bindi il partito approverà la delega in bianco al Quirinale. E il senso del documento richiama le parole usate da Letta quel pomeriggio al Colle: “Il Pd appoggerà la proposta che farà il presidente”. Ovvero una e solo una: le larghe intese con il Pdl (linea che tra l’altro il vicesegretario aveva fatto emergere in maniera indiretta anche prima della campagna elettorale quando, era il 12 luglio 2012, si fece scappare quella frase rivelatrice che indignò le gazzette manettare: “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo”).

La squadra, la gaffe, i profili
Questo il film, e dopo il film c’è tutto il resto e ci sono ovviamente i fotogrammi che verranno registrati nelle prossime ore, quando cioè il presidente del Consiglio incaricato proverà a formare un governo. E qui la partita è doppia: da un lato bisogna capire a che condizioni il Pdl intende far partire un governo (“è ovvio che il centrodestra in queste ore farà molta tattica, bisogna aspettare il ritorno del Cavaliere”, confida al Foglio il deputato lettiano Francesco Boccia); e dall’altro bisogna capire se il Pd reggerà l’urto di assumersi la responsabilità storica di costruire un governo politico con il centrodestra (storica, già: ché in fondo in Italia per ripescare un governo formato dalle prime due forze di maggioranza e di opposizione bisogna tornare al 1946, ai tempi del governo De Gasperi con Togliatti ministro). La partita non è semplice, ovvio. Ma in realtà Napolitano ha scommesso su Letta (e non su Amato) proprio perché convinto che il suo profilo sia l’unico che abbia la capacità di unire tanto il centrodestra quanto il centrosinistra. Il centrodestra perché con Letta al governo anche la Lega sarebbe disponibile a prendersi la sua parte di responsabilità (cosa che non avrebbe mai fatto con Amato). Il Pd perché con Letta – che rappresenta una sintesi perfetta tra i due grandi patti di sindacato presenti nel Pd, quello formato dei vecchi colonnelli e quello formato dai nuovi rottamatori – la bomba nascosta dentro la pentola a pressione del partito (la scissione) sarebbe di fatto disinnescata, complice il fatto anch’esso storico che con Letta per la prima volta ci sarebbe un esponente del Pd alla guida di Palazzo Chigi. La partita è complicata, nel Partito democratico a dire il vero non c’è grande ottimismo sulla durata del governo e non saranno pochi nei prossimi giorni ad accusare Letta di essere un presidente a sovranità limitata (e la gustosa gaffe fatta dal vicesegretario al Quirinale, che per un attimo ha confuso il presidente della Repubblica con il presidente del Consiglio, “mi sono sorpreso di fronte alla telefonata ricevuta dal presidente del Consiglio”, rischia di passare come la versione aggiornata del famoso bigliettino inviato nel 2011 da Letta a Mario Monti, quello del “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile”).

Nonostante ciò il governo alla fine dovrebbe nascere (la fiducia è prevista entro martedì e ieri Letta studiava una squadra snella con massimo 18 ministri, molti rappresentanti degli enti locali, da Chiamparino a Delrio, e con dentro sia Alfano sia Monti) ma oggettivamente più che il centrodestra il problema rimane il Pd. Napolitano, come ha ricordato ieri Renzi al Foglio, ha inscritto il Partito democratico dentro un nuovo perimetro. Un perimetro però anomalo, in cui per la prima volta il Pd dovrà capire se riuscirà a vivere senza avere più il collante dell’antiberlusconismo. La sfida è complicata. Ma se Letta la vincerà, anche per il Pd potrebbe davvero cominciare una nuova stagione. Chissà.


Per il Pdl il difficile viene adesso
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 25 aprile 2013)

Fino ad ora gli incredibili errori compiuti dal gruppo dirigente del Pd hanno permesso al Pdl, uscito sconfitto (sia pure di un soffio) dalle elezioni, di trasformarsi nel vincitore della lunga e travagliata fase del dopo voto. Silvio Berlusconi ha perfettamente ragione nel rivendicare il merito di aver richiesto per primo la riconferma di Giorgio Napolitano al Quirinale. E può più che legittimamente sottolineare con soddisfazione di essere riuscito ad ottenere il risultato del governo di larghe intese che aveva chiesto e perseguito con coerenza e determinazione dall’indomani del risultato elettorale. Ma il Pdl ed il suo leader compirebbero un gravissimo errore se si lasciassero cullare sugli allori. Non solo perché il successo è stato in gran parte favorito dal demerito degli avversari. Ma soprattutto perché il difficile viene proprio adesso.

Sia perché si tratta di formare una squadra di governo all’altezza della gravissima situazione . Sia perché bisogna ora passare dalla propaganda della campagna elettorale alle proposte di riforma possibili e realizzabili nel minor tempo possibile. Sia perché, infine, la coalizione di centro destra che ha sfiorato la vittoria alle elezione ed ha sostanzialmente vinto il dopo elezioni, giunge all’importantissimo appuntamento della formazione del nuovo esecutivo perdendo per strada due formazioni dello schieramento originario come la Lega e Fratelli d’Italia. Con quale criterio scegliere la propria delegazione governativa? Come comportarsi nella scelta delle misure e delle riforme da portare avanti ? E quale strategia politica da avviare non tanto per recuperare i pezzi della coalizione decisi a sfruttare i vantaggi dell’opposizione quanto per creare le condizioni politiche, culturali, morali per costruire durante la fase del governissimo un grande schieramento liberaldemocratico capace di prendersi la rivincita sulla sinistra quando i cittadini saranno chiamati a nuove elezioni politiche? Il futuro del centro destra, in sostanza, si gioca adesso. E passa in primo luogo attraverso l’applicazione dei criteri della competenza, della capacità, del merito e non della fedeltà cortigiana nella scelta del futuri componenti del governo e del sottogoverno.

La qualità deve essere il tratto distintivo degli uomini e delle donne del centro destra nel prossimo esecutivo. E questa qualità, da perseguire anche puntando fuori del tradizionale gruppo dirigente, deve intrecciarsi con la coerenza e la fermezza nel pretendere l’inserimento nel programma del governo delle riforme e delle misure che caratterizzano la linea liberaldemocratica e riformista del centro destra. La coerenza e la fermezza sul programma non esclude affatto la necessità di trovare compromessi utili con il Partito Democratico. Significa avere la consapevolezza che solo conservando la propria identità sulle questioni di fondo si può sfuggire ad rischio di trasformare le larghe intese in un inciucio paralizzante dagli effetti sicuramente negativi. La qualità e la coerenza, infine, debbono essere utilizzate per promuovere un grande processo di rinnovamento interno nel centro destra e di allargamento a tutte quelle forze che condividono la necessità di difendere il sistema della democrazia rappresentativa non con la chiusura passiva ma con una grande e coraggiosa azione di modernizzazione delle istituzioni e della società nazionale. L’obbiettivo non deve essere solo quello del recupero della Lega e di Fratelli d’Italia ad una politica comune. Deve essere molto più ambizioso e prevedere una trasformazione talmente innovativa del Pdl da creare le condizione per la formazione di un’area molto larga di centro destra e di sinistra riformatrice per una nuova e più moderna Costituzione. Il vero alloro su cui cullarsi verrà solo dopo.


Incarico a Letta, ecco perché
di Alessandro Gilioli e Luca Sappino, da l’Espresso on line
(da “MircroMega”, 25 aprile 2013)

Una rete di rapporti strettissimi. Intessuta pazientemente negli anni. Con i poteri economici, con Washington, con il Vaticano. Ecco come “il giovane Enrico” è arrivato alla chiamata del Quirinale.

La scelta di Enrico Letta per il governo delle ‘larghe intese’ è dovuta a un incrocio di motivi diversi tra loro.

Prima di tutto – e questa è cronaca delle scorse ore – per il veto su Matteo Renzi.
Veto dovuto a sua volta a due concause.
La prima si chiama Silvio Berlusconi: il Cavaliere ha avuto paura che, una volta diventato premier, il sindaco fiorentino conquistasse una visibilità mediatica troppo alta. In altre parole, che riuscisse a far smottare verso di lui una parte dell’elettorato Pdl. Sondaggi alla mano, Berlusconi è tranquillo sul presente: il Pdl è in testa, il Pd in calo. Ma con Renzi premier, la tendenza si sarebbe potuta invertire presto. Di qui il suo ‘no’, dopo qualche incertezza.

La seconda concausa è il gruppo dirigente del vecchio Pd, ormai orfano di Bersani. I vari Fioroni, Finocchiaro, Bindi, D’Alema e così via.
Tre mesi fa questi erano abbastanza sicuri di tornare nella stanza dei bottoni – cioè al governo o su altre poltrone, magari europee – con la vittoria elettorale. Poi le cose sono andate diversamente. Hanno sperato comunque in un governo Bersani, poi si sono spostati verso le ‘larghe intese’. Ma sapevano benissimo che in un eventuale esecutivo guidato da Renzi non avrebbero trovato posto. Troppo deciso, il sindaco di Firenze, nel volerli ‘rottamare.’ E troppo bisognoso di acquistare credibilità come uomo nuovo. Loro, i vecchi capi del Pd, sanno benissimo di essere all’ultimo giro. Dopo questa legislatura per loro c’è il nulla. Appoggiare Renzi significava quindi il prepensionamento.

Dunque, niente Renzi. Ma Amato, perché no?
Il nome dell’ex presidente del Consiglio è girato moltissimo nella serata di ieri. Uomo gradito alla Ue, già ben conosciuto in tutti gli ambienti internazionali. Ma pur sempre un reperto della Prima Repubblica. Un uomo di 75 anni entrato in Parlamento trent’anni fa esatti, sul carro di Bettino Craxi di cui era suggeritore e stretto collaboratore. Uno che è stato (Palazzo Chigi a parte), sottosegretario, ministro del Tesoro e ministro degli Interni. Uno di cui gli italiani non più ragazzini hanno memoria per il raid notturno sui conti in banca. Uno che i più giovani invece conoscono per la mostruosa sommatoria di pensioni e vitalizi di cui gode.

Insomma, oltre ogni ”accettabilità mediatica” perfino per l’attuale Pd. Toppo lontano, per immagine e passato, da quel «governo di rinnovamento » che i democratici hanno tanto sbandierato, indipendentemente dalle alleanze. Tra l’altro Amato a questo giro non è stato eletto da nessuno – nemmeno in un listino bloccato.
Di qui la convergenza sul ‘giovane’ Enrico Letta, 47 anni ad agosto. Altrettanto gradito ai ‘poteri forti’ nazionali e internazionali – dal Vaticano e da Washington – per non parlare di quelli economici, mediatici e finanziari.

Una rete di rapporti molto vasta e articolata che il vicesegretario piddino ha intessuto soprattutto attraverso VeDrò, il ‘think tank’ da lui fondato che mette insieme personalità di diversa provenienza politica e che si ritrova ogni estate, in salsa pop.
L’evento prende il nome dal paesino di Drò, appunto, sul lago di Garda. Qui negli ultimi giorni d’agosto si riuniscono in plenaria per tre giorni di presentazioni, feste e dibattiti, i «“vedroidi” », come dice il sito dell’evento: «Gente originale, creativa, intraprendente e animata da un po’ di sana incoscienza ». Bipartisan. Esattamente come richiesto per il governo dal presidente Napolitano.

A VeDrò si parla, si lavora, si tessono relazioni e si gioca a calcetto. Sono assidui frequentatori e pronti ad indossare i calzoncini per allegre partitelle i giornalisti Antonello Piroso, Antonio Polito, Oscar Giannino e Andrea Vianello, il direttore di Raitre. Poi ci sono Myrta Merlino e Gaia Tortora di La7, tra gli altri.
Sono «vedroidi » anche Mauro Moretti, numero uno delle Ferrovie, Corrado Passera, poi diventato Ministro dello sviluppo, Chicco Testa, e Nicola Maccanico, direttore generale della Warner Bross. Tra gli imprenditori, Luisa Todini, Gian Luca Rana e Domenico Procacci.

Due anni fa, in una memorabile esibizione, Fedele Confalonieri allietò i presenti suonando il pianoforte.
VeDrò però è inevitabilmente anche il luogo dei direttori delle relazioni esterne. Ne trovi per ogni gusto: Gianluca Comin, dell’Enel, Andrea Prandi, dell’Edison ed Enrica Minozzi, dell’Eni. Impossibili, insomma, cali d’energia.
Poi, ovviamente, ci sono i politici.

Sul sito della fondazione sono presentati come «parte del nostro network » Angelino Alfano, Giulia Bongiorno, Ivan Scalfarotto, Paola De Micheli, Benedetto Della Vedova, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Maurizio Lupi, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Renata Polverini, Laura Ravetto, Flavio Tosi e Matteo Renzi. Poi ci sono Francesco Boccia (un lettiano di ferro, onorevole Pd) e Nunzia De Girolamo (onorevole Pdl), marito e moglie: il simbolo più chiacchierato delle larghe intese.

Lo schema è quello insegnato dal maestro Nino Andreatta che già nel 1976 mise insieme – sempre con spirito bipartisan – politici e imprenditori (Umberto Agnelli e Urbano Aletti, tra gli altri), nell’Arel, l’Agenzia Ricerche e Legislazione: una VeDrò per nulla pop, ancora in attività, e di cui Enrico Letta è oggi Segretario generale.

Le larghe intese, sia chiaro, sono anche internazionali. Rapporti tenuti alla luce del sole rivendicando tutto – con appositi eventi, “Visti da fuori”, a cui partecipano uomini e donne delle ambasciate, delle università e degli istituti di cultura esteri, soprattutto di Francia e Stati Uniti.
Enrico Letta è anche membro della Trilateral e nel 2012 ha partecipato alla riunione del gruppo Bildelberg a Chantilly, in Virginia.

Letta junior, disse al ‘Corriere’ il suo amico Lapo Pistelli, nel lontano 2006, «è l’Amato del Duemila » perché «al pari di Giuliano è dentro tutti i giochi. In quelli di Prodi e in quelli di Walter Veltroni, in quelli di Massimo D’Alema e in quelli di Pierferdinando Casini. Addirittura in quelli di Giulio Tremonti ». Mai ritratto fu più azzeccato.
Sponsor dell’ultima convention “vedroide” sono stati Enel, Eni e Telecom. Nonostante questo, il prezzo rende molto esclusiva la festa: per partecipare si paga caro.

La rete in cui ci si tuffa, però, è buona per ogni occasione, che vinca la destra o la sinistra. Se vincono entrambe, figurarsi.


Intervista a Stefano Rodotà di Daniela Preziosi, da il manifesto, 23 aprile 2013
(da MicroMega”, 25 aprile 2013)

«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito ». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro » candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.

Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quelli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.

Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.

E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.

Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna delle questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.

Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?

A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.

Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica hanno vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.

Che idea si è fatto di Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?

A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?


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Bart