di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, Lunedì 10 marzo 1969]
E’ notte fonda: poco fa, gettando un’occhiata all’orolo gio da tavolo, ho visto che erano le due. Intorno non c’è un rumore. Le due stanze di casa mia sono deserte e silen ziose. Penso a questa solitu dine nel momento stesso in cui ho il primo presentimento che sia il contrario. Ho la per cezione del buio che mi cir conda, come se nascondesse qualcosa. La mia mano si ar resta nella macchia della lam pada, la penna scivola dalle dita sul foglio. Fino ad ora, nulla di strano si è verificato, o piuttosto l’unico rumore in solito si è prodotto accanto alla porta qualche minuto fa; ho pensato che fosse il vigile notturno e non ho nemmeno alzato la testa: il vigile passa sempre verso le due, infila il biglietto nella fessura della porta, se ne va. Cos’è dunque che mi ha bloccato la mano e mi spinge a sollevare il capo? Un brivido nelle spalle con il quale capto inconsciamente una presenza umana a pochi passi da me. Alzo gli occhi. A qualche metro dal cerchio della luce intravedo infatti una forma confusa, più buia sul buio: penso per un attimo a una stanchezza visiva. La for ma non si muove. Mi tolgo gli occhiali, mi passo le dita sugli occhi, mi rimetto gli oc chiali, torno a fissare davanti a me. La forma è sempre là e ora scopro che ha i contorni netti di un uomo seduto. Ac cendo di scatto la luce nella stanza. E’ proprio uno scono sciuto, che sta immobile nella mia poltrona, contro la parete di fronte: siede a gambe ac cavallate, le dita delle mani intrecciate sul ginocchio, per fettamente calmo. Dall’imper meabile, una grossa sciarpa esce ad avvolgergli il collo; soprattutto il suo sguardo è calmo, normale.
*
Mi alzo con violenza e con paura e non riesco a muovere un passo verso di lui. Gli chiedo chi è, cosa vuole. Mi risponde con assoluta tranquil lità e un sorriso, quasi l’avessi chiamato io, a quest’ora, qua dentro; mi ripete due volte il nome e il cognome e la sua voce ha il potere magnetico di dissolvere i sintomi dell’ir reale; passo rapidamente da una condizione di sogno e di allarme ad un’altra di natura lezza: il mio cuore si addolci sce, le tempie non mi martel lano più, torno a sedermi con un magico interesse, con cu riosità. Gli dico: non la cono sco, non l’ho mai vista. Mi risponde: certo, nemmeno io la conosco, nemmeno io l’ho mai vista prima d’ora. Allora insisto con frasi ovvie â— cosa vuole da me? com’è entrato? mi dica se è un ladro, ecc… â—, ma nel momento stesso in cui mi escono di bocca, queste parole mi paralizzano ingigan tendosi via via nella loro inu tilità. E’ tale la compostezza con cui lo sconosciuto mi ascolta, e così suadente la sua voce allorché mi risponde, che quasi mi vergogno dei miei sospetti. Arrossisco degli in sulti, balbetto, ad un certo punto è lui, addirittura, che mi viene in aiuto. â— Lei sta cercando una ragione banale alla mia presenza â—, afferma con un volto sinceramente co sternato â—. Ma sbaglia. La sci stare. Una simile ragione non esiste ed è inutile che lei si sprema il cervello… â—.
D’accordo â—, replico â—. Ma cosa dovrei fare? Conti nuare a scrivere sui miei fogli ignorandola? â—.
Sarebbe la soluzione ideale â—, ammette con sfron tatezza â—. Mi permetta di ag giungere: geniale… â—.
Lo fisso sbalordito. E lui mi ricambia lo sguardo, ma con gratitudine.
Sì â—, ripete â— sarebbe bellissimo che ora lei chinasse il capo, riprendesse a scrivere, dimenticandosi che io le siedo davanti. Io starei qui, mi figu rerei di essere una creatura in visibile, esistente al di fuori del suo potere di percezione e perciò incapace di procurarle il minimo fastidio… Sarei fe lice. Avrei raggiunto il mio scopo. Starei un’ora o due e poi me ne andrei in punta di piedi, senza il minimo rumore, così come sono entrato… Lei non si accorgerebbe di nulla e, alzando gli occhi ad un certo momento, scoprirebbe vuota la poltrona. Tutto qui â—.
Lei è un pazzo! â—, lo interrompo â—. Sta dicendo delle cose senza senso. O for se si diverte a prendermi in giro â—.
Scuote la testa, sospira: â— No, la prego. Adesso non mi deluda. Le ho già detto che nessuna delle definizioni in giuriose che una persona su perficiale potrebbe rovesciare su di me in una situazione co me questa, ha un minimo di rispondenza con il vero. Per ciò io non sono né un pazzo, né un ladro, né un assassino. Non ho precedenti penali di alcun genere. Se vogliamo dir lo, diciamolo pure: sono una persona rispettabile… â—.
D’accordo. E allora? â—.
Allora niente. Mi defi nisca semplicemente un intru so e basta â—.
Questa volta sono io â—, aggredisco â— a meravigliar mi di lei e ad essere deluso. Il termine intruso è infatti il primo di quella tale serie ba nale che lei pretende di re spingere. Non ho pensato a dirle intruso soltanto perché mi sembrava troppo scontato, normale e di conseguenza troppo banale… â—.
L’uomo si alza. Viene verso di me. La sua mano si com prime accanto alla mia che se ne allontana istintivamente, per qualcosa che sta tra il ri brezzo e una paura che torna ad impadronirsi di me, ora che lo sconosciuto mi sta di fianco e dovrei girare il capo per guardarlo in faccia. Non mi giro. Mi limito ad ascoltar lo, mentre continua con un tono di rimprovero: â— Non fraintenda. Io non sono un in truso qualunque, io sono in truso come un poeta è un poe ta, un veggente un veggente, un mago un mago. Mi spiego meglio. Il poeta, il veggente e il mago, in certi momenti dell’esistenza, si trovano a vi vere una realtà diversa dalla loro e che, rispettivamente, creano con l’immaginazione, rendono visibile in una dimen sione sovrumana e pronosti cano attraverso una facoltà divinatoria… Ebbene, il mio caso è simile. Ci sono mo menti in cui vivo una real tà diversa dalla mia per il semplice fatto che mi ci im metto. Da intruso, appunto. Ma intruso per vocazione, se dobbiamo convenire che è la vocazione quello stato miste rioso che mi consente un si mile sdoppiamento… â—.
*
Si allontana, torna a sedersi, mi chiede: â— Comprende? â—. Non gli rispondo nemmeno più, faccio delle figurine con la penna; medito quale solu zione sia più rapida e appro priata per liberarmi e ripren dere fiato da questo incubo sciocco che comincia a darmi il capogiro. L’uomo riprende:
– Non sarei in grado di far male a una farfalla, per questo posso fare comodamente l’in truso senza che nessuno, dopo avermi ascoltato, arrivi a te lefonare alla polizia e a chie dere il mio arresto. Mi capita all’improvviso, come poco fa, quando salendo per le scale di questa casa ho visto che la sua porta era rimasta socchiu sa. E’ più forte di me. Una grande felicità mi prende, la mano mi corre alla maniglia, timori e inibizioni svaniscono: la maniglia che stringo cessa all’istante di essere una mani glia estranea, me la sento cal da tra le dita come se l’avessi sempre stretta e ne fossi tito lare. Tutto mi appare mio: mia la casa in cui penetro, perfettamente mie le situazio ni che vi trovo… Le faccio un esempio. Ammettiamo che, una volta entrato in un ap partamento, io vi scopra una atmosfera di lutto; immagini un letto con sopra un cada vere e tutt’intorno i parenti che lo piangono. Ebbene, ecco che la vista del defunto â— a me totalmente estraneo â— mi sconvolge: un enorme, lace rante dolore mi coglie e anch’io mi metto in mezzo agli altri, a singhiozzare. E, badi, non esiste ombra di finzione. Si tratta di un pianto sincero, accompagnato da un’immensa solitudine per quella vita spez zata di cui, al primo sguardo, sono diventato padre e fratel lo e figlio… Oppure la molla può essere di diversa natura: non appartenere all’ordine dei sentimenti, ma a quello degli istinti e degli appetiti. Potrei farle mille casi… â—.
Cerco di interromperlo, ma me lo impedisce. â— La pre go â—, mi dice â—. Conosco benissimo le cose che sta pen sando e le obiezioni che vor rebbe farmi. Io stesso mi so no tempestato di domande. E ho convenuto che non si trat ta di una malattia, anche se sono andato peggiorando, tan to che, ormai, io riesco a provare sentimenti, istinti, dolori, felicità, speranze unicamente quando sono nei panni altrui, dentro l’esistenza degli altri, da intruso… â—. Fa una pausa, precisa: â— Da sublime, reli gioso, ispirato, dolcissimo in truso. Quando sono solo con me stesso, invece, mi scopro uno straccio, un manichino, una forma vuota â—.
La sua disperazione è sin cera e, a questo punto, lo guardo con improvvisa pietà, ne divento spontaneamente complice. Gli chiedo: â— Ma io, cosa posso fare per lei? â—.
Stanotte â—, mi risponde nella mia solitudine e nel mio torpore ho avvertito bi sogno di silenzio notturno. Non di un silenzio qualunque, certo: bensì di un silenzio conquistato dopo una giornata intensamente vissuta, saturo di emozioni vere, da poeta, con il profumo delle carte scritte. Sono stato fortunato. L’ho trovato qui da lei. Lo sapevo che l’avrei trovato qui… Perciò, prima, l’ho pre gata di lasciarmi stare in que sto angolo, uguale a uno de gli oggetti che ci circonda no, ignorandomi… Come un ragazzo che si finge di non vedere mentre ruba una mela, le ruberò meno di una me la. Le ruberò il silenzio che sa di bella notte spesa bene, con idee fresche e giuste, su un foglio di carta. La pre go… â—.
Mi decido ad accontentarlo. Chino la testa, riprendo a scri vere. A poco a poco mi di mentico di lui. Quando rialzo il capo è già l’alba e, nella pri ma luce del giorno, vedo che la poltrona è vuota. Per cui spengo la lampada e vado a dormire.