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LETTERATURA: I MAESTRI: L’intruso

3 Gennaio 2014

di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, Lunedì 10 marzo 1969]

E’ notte fonda: poco fa, gettando un’occhiata all’orolo ­gio da tavolo, ho visto che erano le due. Intorno non c’è un rumore. Le due stanze di casa mia sono deserte e silen ­ziose. Penso a questa solitu ­dine nel momento stesso in cui ho il primo presentimento che sia il contrario. Ho la per ­cezione del buio che mi cir ­conda, come se nascondesse qualcosa. La mia mano si ar ­resta nella macchia della lam ­pada, la penna scivola dalle dita sul foglio. Fino ad ora, nulla di strano si è verificato, o piuttosto l’unico rumore in ­solito si è prodotto accanto alla porta qualche minuto fa; ho pensato che fosse il vigile notturno e non ho nemmeno alzato la testa: il vigile passa sempre verso le due, infila il biglietto nella fessura della porta, se ne va. Cos’è dunque che mi ha bloccato la mano e mi spinge a sollevare il capo? Un brivido nelle spalle con il quale capto inconsciamente una presenza umana a pochi passi da me. Alzo gli occhi. A qualche metro dal cerchio della luce intravedo infatti una forma confusa, piĂą buia sul buio: penso per un attimo a una stanchezza visiva. La for ­ma non si muove. Mi tolgo gli occhiali, mi passo le dita sugli occhi, mi rimetto gli oc ­chiali, torno a fissare davanti a me. La forma è sempre lĂ  e ora scopro che ha i contorni netti di un uomo seduto. Ac ­cendo di scatto la luce nella stanza. E’ proprio uno scono ­sciuto, che sta immobile nella mia poltrona, contro la parete di fronte: siede a gambe ac ­cavallate, le dita delle mani intrecciate sul ginocchio, per ­fettamente calmo. Dall’imper ­meabile, una grossa sciarpa esce ad avvolgergli il collo; soprattutto il suo sguardo è calmo, normale.

*

Mi alzo con violenza e con paura e non riesco a muovere un passo verso di lui. Gli chiedo chi è, cosa vuole. Mi risponde con assoluta tranquil ­litĂ  e un sorriso, quasi l’avessi chiamato io, a quest’ora, qua dentro; mi ripete due volte il nome e il cognome e la sua voce ha il potere magnetico di dissolvere i sintomi dell’ir ­reale; passo rapidamente da una condizione di sogno e di allarme ad un’altra di natura ­lezza: il mio cuore si addolci ­sce, le tempie non mi martel ­lano piĂą, torno a sedermi con un magico interesse, con cu ­riositĂ . Gli dico: non la cono ­sco, non l’ho mai vista. Mi risponde: certo, nemmeno io la conosco, nemmeno io l’ho mai vista prima d’ora. Allora insisto con frasi ovvie â— cosa vuole da me? com’è entrato? mi dica se è un ladro, ecc… â—, ma nel momento stesso in cui mi escono di bocca, queste parole mi paralizzano ingigan ­tendosi via via nella loro inu ­tilitĂ . E’ tale la compostezza con cui lo sconosciuto mi ascolta, e così suadente la sua voce allorchĂ© mi risponde, che quasi mi vergogno dei miei sospetti. Arrossisco degli in ­sulti, balbetto, ad un certo punto è lui, addirittura, che mi viene in aiuto. â— Lei sta cercando una ragione banale alla mia presenza â—, afferma con un volto sinceramente co ­sternato â—. Ma sbaglia. La ­sci stare. Una simile ragione non esiste ed è inutile che lei si sprema il cervello… â—.
D’accordo â—, replico â—. Ma cosa dovrei fare? Conti ­nuare a scrivere sui miei fogli ignorandola? â—.
Sarebbe la soluzione ideale â—, ammette con sfron ­tatezza â—. Mi permetta di ag ­giungere: geniale… â—.

Lo fisso sbalordito. E lui mi ricambia lo sguardo, ma con gratitudine.

Sì â—, ripete â— sarebbe bellissimo che ora lei chinasse il capo, riprendesse a scrivere, dimenticandosi che io le siedo davanti. Io starei qui, mi figu ­rerei di essere una creatura in ­visibile, esistente al di fuori del suo potere di percezione e perciò incapace di procurarle il minimo fastidio… Sarei fe ­lice. Avrei raggiunto il mio scopo. Starei un’ora o due e poi me ne andrei in punta di piedi, senza il minimo rumore, così come sono entrato… Lei non si accorgerebbe di nulla e, alzando gli occhi ad un certo momento, scoprirebbe vuota la poltrona. Tutto qui â—.
Lei è un pazzo! â—, lo interrompo â—. Sta dicendo delle cose senza senso. O for ­se si diverte a prendermi in giro â—.

Scuote la testa, sospira: â— No, la prego. Adesso non mi deluda. Le ho giĂ  detto che nessuna delle definizioni in ­giuriose che una persona su ­perficiale potrebbe rovesciare su di me in una situazione co ­me questa, ha un minimo di rispondenza con il vero. Per ­ciò io non sono nĂ© un pazzo, nĂ© un ladro, nĂ© un assassino. Non ho precedenti penali di alcun genere. Se vogliamo dir ­lo, diciamolo pure: sono una persona rispettabile… â—.

D’accordo. E allora? â—.
Allora niente. Mi defi ­nisca semplicemente un intru ­so e basta â—.

Questa volta sono io â—, aggredisco â— a meravigliar ­mi di lei e ad essere deluso. Il termine intruso è infatti il primo di quella tale serie ba ­nale che lei pretende di re ­spingere. Non ho pensato a dirle intruso soltanto perchĂ© mi sembrava troppo scontato, normale e di conseguenza troppo banale… â—.

L’uomo si alza. Viene verso di me. La sua mano si com ­prime accanto alla mia che se ne allontana istintivamente, per qualcosa che sta tra il ri ­brezzo e una paura che torna ad impadronirsi di me, ora che lo sconosciuto mi sta di fianco e dovrei girare il capo per guardarlo in faccia. Non mi giro. Mi limito ad ascoltar ­lo, mentre continua con un tono di rimprovero: â— Non fraintenda. Io non sono un in ­truso qualunque, io sono in ­truso come un poeta è un poe ­ta, un veggente un veggente, un mago un mago. Mi spiego meglio. Il poeta, il veggente e il mago, in certi momenti dell’esistenza, si trovano a vi ­vere una realtĂ  diversa dalla loro e che, rispettivamente, creano con l’immaginazione, rendono visibile in una dimen ­sione sovrumana e pronosti ­cano attraverso una facoltĂ  divinatoria… Ebbene, il mio caso è simile. Ci sono mo ­menti in cui vivo una real ­tĂ  diversa dalla mia per il semplice fatto che mi ci im ­metto. Da intruso, appunto. Ma intruso per vocazione, se dobbiamo convenire che è la vocazione quello stato miste ­rioso che mi consente un si ­mile sdoppiamento… â—.

*

Si allontana, torna a sedersi, mi chiede: â— Comprende? â—. Non gli rispondo nemmeno piĂą, faccio delle figurine con la penna; medito quale solu ­zione sia piĂą rapida e appro ­priata per liberarmi e ripren ­dere fiato da questo incubo sciocco che comincia a darmi il capogiro. L’uomo riprende:

– Non sarei in grado di far male a una farfalla, per questo posso fare comodamente l’in ­truso senza che nessuno, dopo avermi ascoltato, arrivi a te ­lefonare alla polizia e a chie ­dere il mio arresto. Mi capita all’improvviso, come poco fa, quando salendo per le scale di questa casa ho visto che la sua porta era rimasta socchiu ­sa. E’ piĂą forte di me. Una grande felicitĂ  mi prende, la mano mi corre alla maniglia, timori e inibizioni svaniscono: la maniglia che stringo cessa all’istante di essere una mani ­glia estranea, me la sento cal ­da tra le dita come se l’avessi sempre stretta e ne fossi tito ­lare. Tutto mi appare mio: mia la casa in cui penetro, perfettamente mie le situazio ­ni che vi trovo… Le faccio un esempio. Ammettiamo che, una volta entrato in un ap ­partamento, io vi scopra una atmosfera di lutto; immagini un letto con sopra un cada ­vere e tutt’intorno i parenti che lo piangono. Ebbene, ecco che la vista del defunto â— a me totalmente estraneo â— mi sconvolge: un enorme, lace ­rante dolore mi coglie e anch’io mi metto in mezzo agli altri, a singhiozzare. E, badi, non esiste ombra di finzione. Si tratta di un pianto sincero, accompagnato da un’immensa solitudine per quella vita spez ­zata di cui, al primo sguardo, sono diventato padre e fratel ­lo  e figlio… Oppure la molla può essere di diversa natura: non appartenere all’ordine dei sentimenti, ma a quello degli istinti e degli appetiti. Potrei farle mille casi… â—.

Cerco di interromperlo, ma me lo impedisce. â— La pre ­go â—, mi dice â—. Conosco benissimo le cose che sta pen ­sando e le obiezioni che vor ­rebbe farmi. Io stesso mi so ­no tempestato di domande. E ho convenuto che non si trat ­ta di una malattia, anche se sono andato peggiorando, tan ­to che, ormai, io riesco a provare sentimenti, istinti, dolori, felicitĂ , speranze unicamente quando sono nei panni altrui, dentro l’esistenza degli altri, da intruso… â—. Fa una pausa, precisa: â— Da sublime, reli ­gioso, ispirato, dolcissimo in ­truso. Quando sono solo con me stesso, invece, mi scopro uno straccio, un manichino, una forma vuota â—.

La sua disperazione è sin ­cera e, a questo punto, lo guardo con improvvisa pietà, ne divento spontaneamente complice. Gli chiedo: â— Ma io, cosa posso fare per lei? â—.

Stanotte â—, mi risponde nella mia solitudine e nel mio torpore ho avvertito bi ­sogno di silenzio notturno. Non di un silenzio qualunque, certo: bensì di un silenzio conquistato dopo una giornata intensamente vissuta, saturo di emozioni vere, da poeta, con il profumo delle carte scritte. Sono stato fortunato. L’ho trovato qui da lei. Lo sapevo che l’avrei trovato qui… Perciò, prima, l’ho pre ­gata di lasciarmi stare in que ­sto angolo, uguale a uno de ­gli oggetti che ci circonda ­no, ignorandomi… Come un ragazzo che si finge di non vedere mentre ruba una mela, le ruberò meno di una me ­la. Le ruberò il silenzio che sa di bella notte spesa bene, con idee fresche e giuste, su un foglio di carta. La pre ­go… â—.

Mi decido ad accontentarlo. Chino la testa, riprendo a scri ­vere. A poco a poco mi di ­mentico di lui. Quando rialzo il capo è giĂ  l’alba e, nella pri ­ma luce del giorno, vedo che la poltrona è vuota. Per cui spengo la lampada e vado a dormire.


Letto 1800 volte.


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Bart