di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 27 marzo 1970]

Una notizia di cronaca, una delle tante, attira la mia atten ­zione. Si tratta di un vecchio che ha massacrato a coltella ­te la donna con cui viveva. Per motivi di incomprensibile odio, si specifica: in quanto pare che i due filassero, più che in accordo, in perfetta e reciproca indifferenza, privi di vizi e passioni, rassegnati alla loro età, ciascuno per sé. Il cronista descrive assai bene l’ambiente. Un appartamento modesto, ma tenuto con cura meticolosa; gli oggetti ordinati, senza traccia di polvere, dai quali si deduce il culto un po’ maniacale che la donna assas ­sinata coltivava per la sua di ­mora (il classico transfert di chi sposta l’obiettivo dell’inte ­resse dagli uomini alle cose); la glacialità asettica degli am ­bienti; altre tracce dell’abitu ­dinaria esistenza di lui, non meno da pignolo. Ciò si ac ­corda con il resto che ci vie ­ne riferito, soprattutto con la mancanza di alterchi e dissa ­pori tra i due in molti anni di convivenza, di cui esistono innumerevoli prove.
A questo punto, il cronista si chiede stupefatto: da cosa, dunque, l’odio?

Si registra come naturale qualunque forma d’odio, a condizione che ne vengano fornite le motivazioni (anche quando sono assurde, come nel caso del razzismo), e la società si appella alla cronaca di delitti e barbarie scatenati dall’odio con la smania, ap ­punto, di sviscerarne il per ­ché. Senza apparenti motivi agli occhi della gente, resta soltanto la pazzia. Di conse ­guenza, è probabile che il vec ­chio omicida finisca in un manicomio criminale, conside ­rato pazzo, ma in realtà ben sapendo di essere stato vitti ­ma, semmai, di un cataclisma psicologico che, pur essendosi verificato ai confini dell’alte ­razione, rientra in una (nuo ­va) logica umana.

Il fenomeno è di sottile in ­terpretazione, e non riguarda soltanto questo caso limite. Esiste infatti una forma mo ­derna di odio che, diversamente da quanto si pensa, non è avversione o inimicizia, ma il contrario. Ossia una para ­dossale ricerca, o verifica, di umanità. Una paradossale ten ­sione ad un’intesa umana.

A ben guardare, un’indiscri ­minata sete di vendetta â— contro una vita alienante fino alla crudeltà e alla cremazio ­ne morale â— possiede l’uomo. Ma l’uomo si rende conto che una simile sete è ridicola, grot ­tesca, impotente contro l’im ­mensa solitudine e il vuoto che lo separano dai suoi si ­mili, con i quali non sembra più possibile l’amore: un sen ­timento di relazione che na ­sce solamente quando ha alle spalle l’amore per la vita. Il Vangelo si scontra con la nuo ­va società, a questo riguardo: ama il prossimo tuo come te stesso appare, sempre più spes ­so, come un non senso pro ­prio perché, sempre più spes ­so, l’uomo non si ama. Egli soffre del suo dover essere uo ­mo in una vita che tende ad umiliarne l’umanità, e perciò si odia.

Sono le prime considerazio ­ni che mi vengono, ma già sono sufficienti perché io chiu ­da il giornale che riporta la notizia dell’assassinio, imma ­ginando il vecchio ancora pie ­gato sulla compagna insieme alla quale si è lasciato ragge ­lare dalla vita nella solitudine e nell’indifferenza, fino all’ato ­nia dei sentimenti e delle emo ­zioni. Lo immagino mentre egli si accorge di amare la vita di quel corpo nell’istan ­te stesso in cui la sua mano lo   colma di morte; mentre si scopre, per un attimo, di nuo ­vo e drammaticamente respon ­sabile di un rapporto che sem ­brava estraneo all’esistenza sua e della donna, morto molti anni prima della morte fi ­sica.

*

In questo senso, mi è capi ­tata giorni fa un’avventura che poteva risolversi tragicamen ­te. Eravamo io, mia moglie e un amico alla guida, lungo la strada che da Amburgo por ­ta alla città di Thomas Mann: Lubecca. Nevicava. Il fondo, perciò, era insidioso. Le auto ­mobili vi procedevano con cautela dentro la pianura co ­perta di neve e sotto un cielo da inverno perenne. Le in ­certezze dei guidatori, inevi ­tabili, venivano registrate da ­gli altri con impercettibili se ­gni. Al massimo, qualche lam ­po dei fari o piccole mosse del capo. L’amico alla guida, italiano, ci faceva notare la cosa e metteva a confronto la civiltà degli automobilisti te ­deschi, totalmente priva di isteria, con l’intolleranza de ­gli italiani, che senza dubbio avrebbe inscenato i soliti epi ­sodi in una situazione del ge ­nere.

I miei pensieri erano diversi. Giravo lo sguardo dal ­la distesa nevosa alle luci ge ­late anch’esse contro il cielo, alle teste chiuse tra i finestri ­ni delle automobili e pronte a reprimere l’ira con una coc ­ciuta prontezza, e avevo l’im ­pressione di attraversare una umanità in vitro. O di vivere â— nel suo incubo â— una vita esteriormente superordina ­ta dall’uomo e dinamica, ma interiormente paralizzata: un muoversi di figure mosse da un’isteria non verbosa, bensì somatica, costituzionale. Que ­st’angoscia mi portava, in real ­tà, a desiderare ciò che il mio amico stava stigmatizzando: l’odio deambulante, esplosivo ma non costituzionale, degli italiani, con le sue dispute plateali e le sue scariche psi ­cologiche. Se non proprio a desiderarlo, a pensarlo in una sua luce terapeutica. Perciò, quando in un attimo si veri ­ficò ciò che agli altri parve inaudito, la mia attenzione vi era preparata. Tanto che eb ­bi quella possibilità di regi ­strare gli eventi che, valutan ­do le frazioni di secondo, per ­mette di evitare il peggio. L’automobile che seguiva la nostra accelerò: me ne accor ­si dalla luce dei fari che di ­vampò contro il finestrino po ­steriore e altrettanto rapida ­mente sfrecciò contro i vetri di sinistra. Fummo superati prima che mia moglie e l’amico se ne rendessero conto, e già l’altra automobile sterzava tutto sulla destra: la sua fian ­cata ci si parò contro taglian ­doci la strada. Riuscii ad afferrare il volante e lo girai energicamente nelle mani del mio amico. Saltammo da un lato all’altro, girammo su noi stessi, bloccandoci contro l’er ­ba del ciglio, poco più avanti dell’automobile che sembrava essere impazzita. Entrambi i motori furono spenti.

Sia noi che gli altri restam ­mo così, chiusi dentro il no ­stro metallo, sprigionando re ­ciprocamente una suggestione aggressiva, come due bestioni fiaccati dopo uno scontro fi ­nito alla pari o dopo un ac ­coppiamento. « Perché abbia ­mo la targa italiana â— mor ­morò il mio amico â— vole ­vano scaraventarci fuori stra ­da ». Laggiù, nei vetri legger ­mente appannati dall’alito, di ­stinguevo le facce dei tre ri ­vali, gli occhi di uno che si fissavano nei nostri con la stessa paura che avevamo noi. Forse il mio amico aveva ra ­gione: quella macchina era impazzita per un momento di odio; ma l’odio non si di ­mostrava fine a se stesso, in quanto sembrava essersi dis ­solto in uno stress di umani ­tà ritrovata. Una vampata, sia pure a bruciapelo, nel gelo smisurato degli altri uomini e della natura. Passammo dal ­la paura alla vergogna al di ­spiacere al desiderio di di ­menticare, con il nostro sta ­re di traverso contro la cam ­pagna, da grandi animali che aspettino il ritorno del fiato. Poi riprendemmo a muover ­ci, con il ritrovato batticuore, ciascuno verso la propria di ­rezione.

*

Gothenburg è una città che riporta chi cammina per le sue strade ad uno stato col ­loquiale, verso gli altri e se stessi, quasi mediterraneo, so ­lare. E’, tra le città svedesi forse la più ricca di misterio ­se ascendenze atmosferiche che fanno pensare alle nostre città di provincia: nemmeno il gelido vento invernale rie ­sce a togliere alle strade e agli scorci quest’idea di calo ­re. Cammino ai confini dello Slottskogen Park e poi mi ad ­dentro di nuovo tra le case; passo così dal silenzio e dal ­la solitudine tra gli alberi, cioè da una visione di pre ­sagio onirico e fuori dalla realtà, a qualcosa che improv ­visamente e drammaticamen ­te si fa reale davanti ai miei occhi. E’ la facciata di una costruzione, bianca, percossa dai fari di numerose automo ­bili. Ad un furgone della poli ­zia si accosta un’autoambulan ­za, ma silenziosamente. Dalla porta escono portando una barella e al margine del len ­zuolo bersagliato di luci (an ­cora il bianco, più sconvol ­gente di ogni altro colore, quando balena in queste notti svedesi) si agitano i capelli di una ragazza, come deva ­stati da un vento. Si capisce dai capelli che ha sostenuto una furibonda lotta, forse so ­lo con se stessa, con i suoi fantasmi. Afferro qualche pa ­rola, intorno a me. E’ una situazione banale, una ragaz ­za che ha tentato il suicidio, uno spettacolo non infrequen ­te a vedersi. Ma lo spettacolo si smonta rapidamente nel si ­lenzio, così come si è compo ­sto. Le auto si allontanano. Restiamo solo io e un’altra ragazza, contro la facciata spenta; ma prima che gli ul ­timi fari ruotassero via, lei ha alzato gli occhi contro di me con una disperazione tran ­quilla alla quale un odore di medicinale nell’aria ha da ­to un senso di vita piagata. Domani, i giornali locali for ­se scriveranno che quel sui ­cidio è stato tentato per que ­sta stessa disperazione, per odio della vita. Invece mai come davanti a questa casa ho capito che un simile odio può coincidere con il suo contrario, fino ad essere una biologica vocazione all’esi ­stenza, uguale all’invocazione di Dio contenuta in una be ­stemmia.

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