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LETTERATURA: I MAESTRI: L’odio

22 Gennaio 2014

di Alberto Bevilacqua
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 27 marzo 1970]

Una notizia di cronaca, una delle tante, attira la mia atten ¬≠zione. Si tratta di un vecchio che ha massacrato a coltella ¬≠te la donna con cui viveva. Per motivi di incomprensibile odio, si specifica: in quanto pare che i due filassero, pi√Ļ che in accordo, in perfetta e reciproca indifferenza, privi di vizi e passioni, rassegnati alla loro et√†, ciascuno per s√©. Il cronista descrive assai bene l’ambiente. Un appartamento modesto, ma tenuto con cura meticolosa; gli oggetti ordinati, senza traccia di polvere, dai quali si deduce il culto un po’ maniacale che la donna assas ¬≠sinata coltivava per la sua di ¬≠mora (il classico transfert di chi sposta l’obiettivo dell’inte ¬≠resse dagli uomini alle cose); la glacialit√† asettica degli am ¬≠bienti; altre tracce dell’abitu ¬≠dinaria esistenza di lui, non meno da pignolo. Ci√≤ si ac ¬≠corda con il resto che ci vie ¬≠ne riferito, soprattutto con la mancanza di alterchi e dissa ¬≠pori tra i due in molti anni di convivenza, di cui esistono innumerevoli prove.
A questo punto, il cronista si chiede stupefatto: da cosa, dunque, l’odio?

Si registra come naturale qualunque forma d’odio, a condizione che ne vengano fornite le motivazioni (anche quando sono assurde, come nel caso del razzismo), e la societ√† si appella alla cronaca di delitti e barbarie scatenati dall’odio con la smania, ap ¬≠punto, di sviscerarne il per ¬≠ch√©. Senza apparenti motivi agli occhi della gente, resta soltanto la pazzia. Di conse ¬≠guenza, √® probabile che il vec ¬≠chio omicida finisca in un manicomio criminale, conside ¬≠rato pazzo, ma in realt√† ben sapendo di essere stato vitti ¬≠ma, semmai, di un cataclisma psicologico che, pur essendosi verificato ai confini dell’alte ¬≠razione, rientra in una (nuo ¬≠va) logica umana.

Il fenomeno √® di sottile in ¬≠terpretazione, e non riguarda soltanto questo caso limite. Esiste infatti una forma mo ¬≠derna di odio che, diversamente da quanto si pensa, non √® avversione o inimicizia, ma il contrario. Ossia una para ¬≠dossale ricerca, o verifica, di umanit√†. Una paradossale ten ¬≠sione ad un’intesa umana.

A ben guardare, un’indiscri ¬≠minata sete di vendetta √Ę‚ÄĒ contro una vita alienante fino alla crudelt√† e alla cremazio ¬≠ne morale √Ę‚ÄĒ possiede l’uomo. Ma l’uomo si rende conto che una simile sete √® ridicola, grot ¬≠tesca, impotente contro l’im ¬≠mensa solitudine e il vuoto che lo separano dai suoi si ¬≠mili, con i quali non sembra pi√Ļ possibile l’amore: un sen ¬≠timento di relazione che na ¬≠sce solamente quando ha alle spalle l’amore per la vita. Il Vangelo si scontra con la nuo ¬≠va societ√†, a questo riguardo: ama il prossimo tuo come te stesso appare, sempre pi√Ļ spes ¬≠so, come un non senso pro ¬≠prio perch√©, sempre pi√Ļ spes ¬≠so, l’uomo non si ama. Egli soffre del suo dover essere uo ¬≠mo in una vita che tende ad umiliarne l’umanit√†, e perci√≤ si odia.

Sono le prime considerazio ¬≠ni che mi vengono, ma gi√† sono sufficienti perch√© io chiu ¬≠da il giornale che riporta la notizia dell’assassinio, imma ¬≠ginando il vecchio ancora pie ¬≠gato sulla compagna insieme alla quale si √® lasciato ragge ¬≠lare dalla vita nella solitudine e nell’indifferenza, fino all’ato ¬≠nia dei sentimenti e delle emo ¬≠zioni. Lo immagino mentre egli si accorge di amare la vita di quel corpo nell’istan ¬≠te stesso in cui la sua mano lo ¬† colma di morte; mentre si scopre, per un attimo, di nuo ¬≠vo e drammaticamente respon ¬≠sabile di un rapporto che sem ¬≠brava estraneo all’esistenza sua e della donna, morto molti anni prima della morte fi ¬≠sica.

*

In questo senso, mi √® capi ¬≠tata giorni fa un’avventura che poteva risolversi tragicamen ¬≠te. Eravamo io, mia moglie e un amico alla guida, lungo la strada che da Amburgo por ¬≠ta alla citt√† di Thomas Mann: Lubecca. Nevicava. Il fondo, perci√≤, era insidioso. Le auto ¬≠mobili vi procedevano con cautela dentro la pianura co ¬≠perta di neve e sotto un cielo da inverno perenne. Le in ¬≠certezze dei guidatori, inevi ¬≠tabili, venivano registrate da ¬≠gli altri con impercettibili se ¬≠gni. Al massimo, qualche lam ¬≠po dei fari o piccole mosse del capo. L’amico alla guida, italiano, ci faceva notare la cosa e metteva a confronto la civilt√† degli automobilisti te ¬≠deschi, totalmente priva di isteria, con l’intolleranza de ¬≠gli italiani, che senza dubbio avrebbe inscenato i soliti epi ¬≠sodi in una situazione del ge ¬≠nere.

I miei pensieri erano diversi. Giravo lo sguardo dal ¬≠la distesa nevosa alle luci ge ¬≠late anch’esse contro il cielo, alle teste chiuse tra i finestri ¬≠ni delle automobili e pronte a reprimere l’ira con una coc ¬≠ciuta prontezza, e avevo l’im ¬≠pressione di attraversare una umanit√† in vitro. O di vivere √Ę‚ÄĒ nel suo incubo √Ę‚ÄĒ una vita esteriormente superordina ¬≠ta dall’uomo e dinamica, ma interiormente paralizzata: un muoversi di figure mosse da un’isteria non verbosa, bens√¨ somatica, costituzionale. Que ¬≠st’angoscia mi portava, in real ¬≠t√†, a desiderare ci√≤ che il mio amico stava stigmatizzando: l’odio deambulante, esplosivo ma non costituzionale, degli italiani, con le sue dispute plateali e le sue scariche psi ¬≠cologiche. Se non proprio a desiderarlo, a pensarlo in una sua luce terapeutica. Perci√≤, quando in un attimo si veri ¬≠fic√≤ ci√≤ che agli altri parve inaudito, la mia attenzione vi era preparata. Tanto che eb ¬≠bi quella possibilit√† di regi ¬≠strare gli eventi che, valutan ¬≠do le frazioni di secondo, per ¬≠mette di evitare il peggio. L’automobile che seguiva la nostra acceler√≤: me ne accor ¬≠si dalla luce dei fari che di ¬≠vamp√≤ contro il finestrino po ¬≠steriore e altrettanto rapida ¬≠mente sfrecci√≤ contro i vetri di sinistra. Fummo superati prima che mia moglie e l’amico se ne rendessero conto, e gi√† l’altra automobile sterzava tutto sulla destra: la sua fian ¬≠cata ci si par√≤ contro taglian ¬≠doci la strada. Riuscii ad afferrare il volante e lo girai energicamente nelle mani del mio amico. Saltammo da un lato all’altro, girammo su noi stessi, bloccandoci contro l’er ¬≠ba del ciglio, poco pi√Ļ avanti dell’automobile che sembrava essere impazzita. Entrambi i motori furono spenti.

Sia noi che gli altri restam ¬≠mo cos√¨, chiusi dentro il no ¬≠stro metallo, sprigionando re ¬≠ciprocamente una suggestione aggressiva, come due bestioni fiaccati dopo uno scontro fi ¬≠nito alla pari o dopo un ac ¬≠coppiamento. ¬ę Perch√© abbia ¬≠mo la targa italiana √Ę‚ÄĒ mor ¬≠mor√≤ il mio amico √Ę‚ÄĒ vole ¬≠vano scaraventarci fuori stra ¬≠da ¬Ľ. Laggi√Ļ, nei vetri legger ¬≠mente appannati dall’alito, di ¬≠stinguevo le facce dei tre ri ¬≠vali, gli occhi di uno che si fissavano nei nostri con la stessa paura che avevamo noi. Forse il mio amico aveva ra ¬≠gione: quella macchina era impazzita per un momento di odio; ma l’odio non si di ¬≠mostrava fine a se stesso, in quanto sembrava essersi dis ¬≠solto in uno stress di umani ¬≠t√† ritrovata. Una vampata, sia pure a bruciapelo, nel gelo smisurato degli altri uomini e della natura. Passammo dal ¬≠la paura alla vergogna al di ¬≠spiacere al desiderio di di ¬≠menticare, con il nostro sta ¬≠re di traverso contro la cam ¬≠pagna, da grandi animali che aspettino il ritorno del fiato. Poi riprendemmo a muover ¬≠ci, con il ritrovato batticuore, ciascuno verso la propria di ¬≠rezione.

*

Gothenburg √® una citt√† che riporta chi cammina per le sue strade ad uno stato col ¬≠loquiale, verso gli altri e se stessi, quasi mediterraneo, so ¬≠lare. E’, tra le citt√† svedesi forse la pi√Ļ ricca di misterio ¬≠se ascendenze atmosferiche che fanno pensare alle nostre citt√† di provincia: nemmeno il gelido vento invernale rie ¬≠sce a togliere alle strade e agli scorci quest’idea di calo ¬≠re. Cammino ai confini dello Slottskogen Park e poi mi ad ¬≠dentro di nuovo tra le case; passo cos√¨ dal silenzio e dal ¬≠la solitudine tra gli alberi, cio√® da una visione di pre ¬≠sagio onirico e fuori dalla realt√†, a qualcosa che improv ¬≠visamente e drammaticamen ¬≠te si fa reale davanti ai miei occhi. E’ la facciata di una costruzione, bianca, percossa dai fari di numerose automo ¬≠bili. Ad un furgone della poli ¬≠zia si accosta un’autoambulan ¬≠za, ma silenziosamente. Dalla porta escono portando una barella e al margine del len ¬≠zuolo bersagliato di luci (an ¬≠cora il bianco, pi√Ļ sconvol ¬≠gente di ogni altro colore, quando balena in queste notti svedesi) si agitano i capelli di una ragazza, come deva ¬≠stati da un vento. Si capisce dai capelli che ha sostenuto una furibonda lotta, forse so ¬≠lo con se stessa, con i suoi fantasmi. Afferro qualche pa ¬≠rola, intorno a me. E’ una situazione banale, una ragaz ¬≠za che ha tentato il suicidio, uno spettacolo non infrequen ¬≠te a vedersi. Ma lo spettacolo si smonta rapidamente nel si ¬≠lenzio, cos√¨ come si √® compo ¬≠sto. Le auto si allontanano. Restiamo solo io e un’altra ragazza, contro la facciata spenta; ma prima che gli ul ¬≠timi fari ruotassero via, lei ha alzato gli occhi contro di me con una disperazione tran ¬≠quilla alla quale un odore di medicinale nell’aria ha da ¬≠to un senso di vita piagata. Domani, i giornali locali for ¬≠se scriveranno che quel sui ¬≠cidio √® stato tentato per que ¬≠sta stessa disperazione, per odio della vita. Invece mai come davanti a questa casa ho capito che un simile odio pu√≤ coincidere con il suo contrario, fino ad essere una biologica vocazione all’esi ¬≠stenza, uguale all’invocazione di Dio contenuta in una be ¬≠stemmia.


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Bart