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LETTERATURA: I MAESTRI: Lucrezio fra noi

2 Luglio 2009

di Camillo Pellizzi
[dal “Corriere della Sera”, luned√¨ 2 febbraio 1970] ¬†

Come una buriana preannunciante una primavera pre ¬≠coce e avventurosa, ha inva ¬≠so la mia solitudine Lucrezio, Della natura, nella nuova edizione sansoniana, tradotto e curato da Enzio Cetrangolo. Pareva che le carte volassero dallo scrittoio, e i libri di va ¬≠ria sociologia compostamente allineati sugli scaffali si stem ¬≠perassero nella tormenta. ¬ęProprio a me doveva capi ¬≠tare – brontolavo mental ¬≠mente senza staccar l’occhio da quelle nitide pagine – di parlare di questo libro per tanti lettori?… Non sono di famiglia, non sono addetto a questi lavori!… ¬Ľ.
Ma intanto ero imprigiona ¬≠to nella lettura e arrivai fino in fondo, come succede coi romanzi gialli (ad altri, non a me, che comincio dalle ul ¬≠time pagine e poi non leggo il resto). Dopo, non la fini ¬≠vo pi√Ļ di ritornare qui e l√† e l√†, per queste varie mi ¬≠gliaia di versi, ammirando la forza e l’audacia del tradut ¬≠tore nel fare italiana questa poesia, che √® probabilmente la pi√Ļ difficile poesia latina, e, nei tratti migliori, la pi√Ļ alta.
 

*

Nella prefazione all’opera, B. Farrington, dell’Universit√† di Swansea, ricapitola il pen ¬≠siero di Lucrezio, e di Demo ¬≠crito e massimamente Epicu ¬≠ro suoi maestri. Le sole cose eterne sono gli atomi e il vuoto: gli atomi hanno tre soli at ¬≠tributi: forma, ordine e posi ¬≠zione; il vuoto √® universale e assoluto, dove non siano ato ¬≠mi. ¬ę Tutti gli oggetti del mon ¬≠do percettibile sono combina ¬≠zioni di atomi… Ogni cosa composta, inclusi noi stessi, le nostre anime e il mondo in cui viviamo, ha avuto origine dalla composizione di atomi e un giorno torner√† a dissolver ¬≠si negli atomi di cui √® com ¬≠posta… ¬Ľ.
Epicuro, in modo particola ¬≠re, si preoccup√≤ di salvare le libere scelte di quel fenomeno ¬ę che si pone dei fini ¬Ľ, os ¬≠sia l’uomo, e immagin√≤ che certi atomi, certe volte, potessero deflettere un tantino dal loro flusso fatale nel tut ¬≠to. Lo scientismo ottocentesco europeo inorridiva alla sola idea di questo libertinaggio atomico, ma esso era servito a Epicuro per fondare ¬ę scien ¬≠tificamente ¬Ľ ci√≤ che a lui e a Lucrezio, premeva di pi√Ļ, cio√® la teoria per cui l’uomo √® libero di non perseguire beni ed onori oltre il piccolo ne ¬≠cessario; di non farsi travolgere dalle passioni del sen ¬≠so e dell’animo (addirittura si suggerisce per evitare il peggio il ricorso ad amori venali): di non temere la morte (perch√© il non-esistere non pu√≤ essere un male); di non credere agli dei falsi e bugiardi, fabbricazione dei sa ¬≠cerdoti al servizio delle oli ¬≠garchie; e soprattutto di non accedere alle loro crudeli in ¬≠giunzioni (il sacrificio di Ifia-nassa rimane alle origini eterne del grido: tantum religio potuit suadere malorum). E’ consentito agli epicurei il pen ¬≠siero, e il culto, di divinit√† impassibili, immateriali, eterne e, perci√≤, non amiche o nemiche. Ma √® raccomandato soprattutto di coltivare i due massimi beni che escludono la passione, ossia la serenit√† e l’amicizia.
L’atomismo appassionato e polemico di questi precursori di ci√≤ che oggi (con le ci ¬≠glia inarcate) chiamiamo ¬ę la scienza ¬Ľ mi porta sempre a fiore della memoria una delle pi√Ļ delicate ¬†reminiscenze di vita inglese. Un collega da poco assunto nell’Universit√† di Cambridge e la sua giovane moglie erano invitati ad una cena accademica, dove un professore anziano si incari ¬≠cava di illustrare alla graziosa ospite la personalit√† dei per ¬≠sonaggi pi√Ļ illustri, via via che prendevano posto alla ta ¬≠vola. A un certo punto il ci ¬≠cerone bisbigli√≤: ¬ę Il signore che entra ora √® Lord Rutherford, l’uomo che ha spezzato l’atomo ¬Ľ. Dall’altra parte del tavolo il mio collega rabbrivid√¨ trasentendo la sua candi ¬≠da sposa che chiedeva di ri ¬≠mando: ¬ę E questa, era una cosa giusta da fare? ¬Ľ.
L’episodio √® di molti anni fa; la signora era stata edu ¬≠cata in una tradizionale e si ¬≠gnorile casa di campagna, e l’intensa divulgazione scien ¬≠tifica odierna era di l√† da ve ¬≠nire. Inoltre, il verbo to split, (spezzare, dividere), nell’in ¬≠glese garbato aveva per solito una connotazione peggiorati ¬≠va: guai a chi osasse di split the infinitive, ossia inserire qualunque parola fra un ver ¬≠bo all’infinito e la sua parti ¬≠cella to! E lord Rutherford aveva osato to split the atom!…
Il Farrington crede che la teoria atomistica (con riferi ¬≠mento a Lucrezio) sia stata ripresa ¬ę in epoca moderna da uomini come Newton e Dalton ¬Ľ. Vorrei lasciare la questione ai fisici. Molte vol ¬≠te la scienza riprende una pa ¬≠rola, ma non del tutto l’idea; oppure si abbandona la pa ¬≠rola quando appare superfluo il concetto. Cos√¨ si abbandon√≤ la parola ¬ę flogisto ¬Ľ, che avrebbe dovuto essere la so-stanza del fuoco, quando i chimici dimostrarono che non serviva a niente, e descrissero il fuoco in termini di ¬ę even ¬≠to ¬Ľ, ¬† ossia ¬† un determinato ¬≠processo di trasformazione della materia. E la materia stessa, gi√† tre secoli addietro, il Locke la vedeva come una parola che non riempie nessun vuoto di significato nel di ¬≠scorso scientifico: dunque, se ne pu√≤ fare a meno. Se il no ¬≠stro secolo ha spezzato l’ato ¬≠mo, ossia ci√≤ che veniva posto come indivisibile per defini ¬≠zione, pu√≤ anche essere che sia cominciata l’apocalisse: per mano dell’uomo.
 

*

Non sembra casuale che il poema di Lucrezio si conclu ¬≠da con la descrizione della peste, ripresa da Tucidide. E’ difficile qui non ricordare il Decamerone, che con la peste comincia e quasi ne trae oc ¬≠casione storica e giustificazio ¬≠ne etica; e i Promessi sposi, che attraverso un’altra pesti ¬≠lenza raggiungono l’acme del dramma e la catarsi. E’ stato detto che il De rerum natura √® il primo capolavoro, in or ¬≠dine di tempo, della poesia la ¬≠tina (di Ennio si pu√≤ dir po ¬≠co, perch√© poco si √® salvato). Non solo dunque dal dolore ¬ę comincia e nasce ¬Ľ la no ¬≠stra poesia, come lamentava il poeta, ma si direbbe che questo corale strazio delle epi ¬≠demie fornisca occasione e sostanza alle nostre grandi riprese.
Certo, le tappe della vita spirituale italiana sembrano segnate da quella ¬ę divina ma ¬≠linconia ¬Ľ che ritroviamo, co ¬≠s√¨ variamente atteggiata, in Lucrezio e in Boccaccio, in Leopardi e in Manzoni, per dire solo di questi. Se si con ¬≠ceda il paradosso, certi passi di Lucrezio sono irresistibil ¬≠mente ¬ę leopardiani ¬Ľ (¬ę Po ¬≠trei non sapere del mondo le origini, / ma dai segni del cie ¬≠lo e da molte cose create / io sono certo che il mondo non √® fatto per noi: / tanto √® forte il male… ¬Ľ II, 176 – 180). E ¬ę leopardiana ¬Ľ √® la musa di questo coraggioso traduttore, nel rendere vivo e mordente per noi questo difficile testo. Si leggono pagine e pagine di una ¬ę scienza ¬Ľ che il pensie ¬≠ro ha lasciato in cos√¨ larga mi ¬≠sura dietro di s√©; ma la pas ¬≠sione intellettuale di Lucrezio risuona subito in noi come nostra, e ci accompagna fino alla fine. Il vasto poema ci ap ¬≠pare epico anche nel senso che oggi diamo a questa pa ¬≠rola. (I sociologi, nella mia libreria, rabbrividiscono a questo vento ancora furioso, che per due millenni ha infu ¬≠riato… Forse dovremo anche tornare alla poesia).

 

 

 


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: I MAESTRI: Lucrezio fra noi — 10 Luglio 2009 @ 03:24

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Bart