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LETTERATURA: I MAESTRI: Luna e poesia

9 Dicembre 2017

di Eugenio Montale
[dal supplemento del ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ in occasione dello sbarco sulla Luna, gioved√¨ 17 luglio 1969]

Giorni fa mi fu chiesto da un cortese intervista ¬≠tore quale potrebbe essere lo status poetico della luna dopo il fatto compiuto dell’allunaggio. Gli risposi che la scoperta dell’ombrello non aveva impedito a Debussy e a D’Annunzio di mimare la pioggia in due loro celebri composizioni. Aggiunsi pure che la poeticit√† della luna era gi√† in ribasso molto prima che i futuristi scatenassero la loro offensiva contro la pallida Selene. Nessun poeta moderno si rivolgerebbe alla luna col famoso interrogativo ¬ę che fai tu in ciel ¬Ľ etc. Detronizzata da gran tempo, la luna sopravvive come parola d’uso (es. ¬ę era una bella serata di luna ¬Ľ in cui la parola luna non ha funzione di protagonista). E sopravvivranno all’allunaggio le numerose connotazioni misterico-negromantiche che hanno fatto del nostro vicino satellite un inquietante personaggio astrale.

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Accomiatatomi dall’intervistatore mi resi conto di essermela cavata a buon mercato. Infatti quella sua domanda ne conteneva un’altra ben pi√Ļ importante. L’interrogativo vero era questo: le scoperte tecnologiche e scientifiche avranno una portata rivoluziona ¬≠ria anche nel campo dell’arte e, specificamente, in quello della poesia? E qui il problema si faceva pi√Ļ difficile. Esso partiva dal presupposto che i viaggi spaziali considerati come invenzione e scoperta fossero la pi√Ļ alta meta raggiunta dall’uomo. Su questo punto i dubbi di un vero uomo di scienza potrebber√≤ essere pi√Ļ che legittimi. L’uomo ha compiuto fin dal suo avvento sulla terra un’infinit√† di scoperte assai pi√Ļ impressionanti. Basti dire che l’uo ¬≠mo √® riuscito a render la terra abitabile dalla sua specie, salvando questa (fin che sar√† possibile) dalla sua totale estinzione. Quando la scimmia o un suo evoluto derivato si decise, o fu costretto, a cammi ¬≠nare su due zampe anzich√© su quattro, questa sua scoperta ebbe un’importanza assai maggiore di ogni futuro allunamento o insaturnamento spaziale. Il fat ¬≠to non dest√≤ clamore, non fu nemmeno avvertito. Non esisteva neppure ci√≤ che oggi definiamo come linguaggio: o esisteva in forme non verbali, come quello delle formiche. Da allora l’uomo ha percorso molto cammino e non solo con le sue gambe. Le scoperte e invenzioni da lui fatte hanno mutato il volto della terra; il mondo √® diventato un suo dominio ed ora l’uomo vuole entrare in altri mondi abitabili creandovi condizioni di vita che siano (sia pure per breve tempo) analoghe a quelle della terra. Non dubito del suo successo. Pi√Ļ dubbioso mi lascia il fatto ch’egli ha anche scoperto di essere un Dio, il Dio di se stesso. Ma non vorrei divagare (il tema √® immenso) e torno al mio tema: luna e arte, trionfo della scienza e suoi possibili riflessi sul mondo della creazione artistica, della poesia.

L’arte d’oggi √® un’arte organizzata e sempre pi√Ļ professionale. E quest’arte si √® certamente avvalsa di strumenti che l’uomo √® andato via via inventando e perfezionando. Non per questo si pu√≤ sostenere che l’arte faccia progressi. Unico progresso, semmai, √® stato quello di piegare i nuovi strumenti alle sue leggi intrinseche, servendosene o addirittura rifiutandoli.

Valga l’esempio della fotografia. C’√® un genere di pittura imitativa, quella che pretendeva di ripro ¬≠durre esattamente il vero, che il nuovo strumento ha reso inutile. Si pu√≤ obiettare che il vero, in pit ¬≠tura, non √® mai esistito e che i suoi maggiori risul ¬≠tati (si pensi a Vermeer) ci hanno dato una super-realt√† che √® una delle forme pi√Ļ alte della fantasia. Ma il fiamminghismo √® stato un caso limite, insupe ¬≠rato e insuperabile. L’arte ha, nel suo decorso, il bi ¬≠sogno di un’ordinaria amministrazione e non tiene alcun conto dei geni. Quando fu chiaro che l’imitazio ¬≠ne del vero era una via chiusa l’avvento dell’impressio ¬≠nismo e di quel che poi segu√¨ fu inevitabile.

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S’intende che io semplifico un processo ch’ebbe altre e anche maggiori componenti. Infatti, accanto alle scoperte della tecnica e delle scienze esatte si deve tener conto delle scienze che io direi opinabili: la filosofia, la psicologia, la sociologia, la psicanalisi, le varie forme del moderno irrazionalismo, tutta una serie di correnti di pensiero che hanno il necessario contraccolpo nel mondo dell’arte: senza mai, per√≤, intaccarne l’essenziale bisogno di mantenere intatta la sua specifica autonomia. E tale autonomia non ha affatto bisogno di essere sussunta dai filosofi come un’autonoma categoria dello spirito. Basta la consta ¬≠tazione che in ogni tempo l’arte ci ha proposto il canone inderogabile di un assoluto irrealismo. L’arte comincia dove la realt√† finisce; e di questo fu per ¬≠suaso anche il pi√Ļ furibondo realista della storia: Emilio Zola, il grande esageratore del vero. Al polo opposto Puskin e Tolstoi, di una verit√† troppo vera per essere credibile. Miracolo di un’arte che sembra facile senza esserlo e non si pu√≤ raggiungere ad arte. (In occidente abbiamo un solo caso affine: quello di Jane Austen).

La fuga dalla realt√† non √® un recipe infallibile come pu√≤ constatare chiunque si avventuri a visita ¬≠re i padiglioni della sempre agonizzante e sempre ri ¬≠sorta Biennale veneziana. E’ probabilmente la peg ¬≠giore delle ricette quando si trasformi in un pro ¬≠gramma. Non basta dire il falso per essere nel vero; eppure questo itinerario verso il falso obbligatorio ha avuto la sanzione di gran parte della critica quan ¬≠do ha assunto la seducente etichetta dell’aggiorna ¬≠mento. Se la vita scorre vuol dire che muta; se muta (primo errore) vuol dire che progredisce, che va verso il meglio, sia pure attraverso inevitabili errori. E perch√© allora non dovrebbe l’artista adeguarsi allo Spirito del Tempo?

Mi riferisco all’interpretazione sedicente ottimisti ¬≠ca di ci√≤ che oggi avviene nel mondo: venga pure il peggio purch√© qualcosa muti. Il meglio verr√† dopo anche se non lo vedremo noi: sar√† l’eredit√† che noi lasceremo all’uomo di domani: all’uomo del 3000 perch√© il 2000 √® prossimo e non lascia prevedere traguardi affascinanti. E trascuro cos√¨ l’altra possibile interpretazione: quella escatologica, sempre contesta ¬≠ta e sempre dura a morire. D’altronde, trionfalismo finalistico e fine del mondo non sono ipotesi neces ¬≠sariamente antitetiche. La vita ha il significato che noi riusciamo a imporle: noi, cio√® gli uomini di scienza e di pensiero. Ne consegue che il mondo coin ¬≠cide con la definizione che noi (a maggioranza rela ¬≠tiva) decideremo di dargli. Se coloro che interpre ¬≠tano, o meglio inventano, la direzione dello spirito del tempo, il soffio dello Zeitgeist, proclameranno che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto sono due in ¬≠segne non complementari ma intercambiabili, allora il mondo potrebbe finire senza che alcuno se ne ac ¬≠corga, non gi√† tra salmodie e geremiadi ma tra squil ¬≠li di fanfare. Per ora non siamo a tanto e la luna la fredda, buia, disabitata luna, il pianeta che forse si distacc√≤ dalla terra quando questa era ancora in uno stato di semi-fluidit√†, potr√† ancora suggerire ai poeti le immagini della falce, del corno, del velo, dello specchio oscurato; e dalle varie fasi delle luna ¬≠zioni i pescatori, gli aruspici e i viaggiatori seden ¬≠tari potranno trarre presagi, auguri e tutto un va ¬≠sto repertorio di ci√≤ che in altri tempi fu detto ¬ę poesia ¬Ľ.


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Bart