di Giulio Preti
[da “La fiera letteraria”, numero 41, giovedì, 10 ottobre 1968]
« Siamo come marinai, costretti a smontare la loro nave in alto mare, senza mai potersi accostare ad un molo e poterla ricostruire con ottime parti di ricambio ». Queste celebri pa role di O. Neurath si riferivano all’a nalisi e critica del linguaggio scienti fico: ma si possono estendere facil mente a tutto il compito della critica e analisi del linguaggio in ogni cam po della cultura. Dobbiamo parlare del linguaggio servendoci del lin guaggio che abbiamo; dobbiamo cri ticare il linguaggio con il linguaggio; con quello che abbiamo, dobbiamo rinnovarlo e migliorarlo. Tutto il no stro linguaggio (e il metalinguaggio che usiamo per. parlarne è anch’esso linguaggio) è un prodotto storico, ereditato, e certamente reca in sé le
tracce della sua storia, e forse la ne mesi dei peccati in cui fu concepi to: tuttavia non ne abbiamo un altro per crearne uno ex novo occorre rebbero nuovo cielo e nuova terra. Forse dopo il Giudizio Universale: per ora, l’effetto sarebbe quello della Torre di Babele. E di creare una Ba bele rischiamo gli attuali teorici del la contestazione, gli ultramarxisti, come Marcuse.
Come cambiare il mondo
Ho qui la Critica della società re pressiva. Un saggio particolarmente m’interessa: Sulla scienza e la Feno menologia, relazione presentata al convegno di Boston (1964) sulla filo sofia della scienza. Marcuse commen ta la Crisi di Husserl: ma innesta sui non-sensi di Husserl (sia detto con tutto il rispetto dovuto al grande filo sofo) i propri, e sul dogmatismo pro fessionale del filosofo tedesco il pro prio dogmatismo alquanto dilettante sco.
Mi riferisco al termine « ragione »: un termine certamente equivoco, e che ci è giunto attraverso una tradi zione non certo concorde. Ma che ha sempre avuto due significati: in sen so stretto, quel tipo di conoscenza che è realizzato dalla scienza e si esemplifica soprattutto nel linguag gio matematico, caratterizzato dalla chiarezza e distinzione dei concetti (univocità e determinazione dei ter mini), dal rigore logico delle impli cazioni, dalla generalità e non-contraddittorietà degli enunciati, dalla pubblica verificabilità delle conclu sioni. In senso lato, in quanto appli cato alle cose della vita, alla morale, ai valori, « ragione » (ma forse sa rebbe meglio dire « ragionevolezza » o « razionalità »?) significa generalità, ordine, armonia, coerenza (che sono gli aspetti formali della ragione in senso stretto trasposti nell’ordine pratico): in più, se si vuole, un modo critico di affrontare le questioni, an che e soprattutto quelle riguardanti princìpi, sulla base delle esigenze sopra descritte. Ogni altro uso del termine « ragione » è possibile (ché le parole sono di chi le usa): ma può generare e ha generato equivoci e confusioni.
Non solo, ma se poi si vuole sfrut tare la carica tradizionale di valuta zione positiva, di approvazione e ap prezzamento che la parola reca con sé trasferendola sui nuovi significati, il procedimento sa di bassa propa ganda: è disonesto, è… « irraziona le ». Ora, calcando la mano su quan to già abbastanza arbitrariamente aveva detto Husserl, Marcuse dice che la ragione è progetto, « nel senso che questa idea della razionalità e la sua applicazione è un modo specifico di sperimentare, interpretare, orga nizzare e cambiare il mondo… ».
E altrove (Note su una nuova definizione della Cultura) aveva detto che lo specifico elemento razionale della scienza consiste nel rafforza mento delle condizioni nelle quali si sviluppa la lotta per l’esistenza. La ragione diviene quindi attività rivol ta a mutare il mondo; ancora uno slittamento, e il suo contenuto di vengono la « libertà » (nel senso di lotta contro la repressione), l’humanitas (nel senso dell’ugualitarismo e pacifismo delle correnti democratico- anarchiche contemporanee) e maga ri… manifestare per il Vietnam (ma questo Marcuse, siamo giusti, non lo dice).
Così il pasticcio è fatto: si è identi ficata la ragione con specifici senti menti assunti senza ombra di prova e motivazione. Cambiare il mondo non è di per sé razionale: lo sarebbe, se mai, cambiare il mondo razional mente (e così avremmo una defini zione circolare che non direbbe nul la). Ma allora riempiamo quel « ra zionale » di contenuti sentimentali che con la « ragione », nel senso in cui siamo soliti onorare questa si gnora, non hanno nulla a che fare: che sono, anche se molto diffusi, cir coscritti ad una parte di umanità, storicamente contingenti, e affioranti da una determinata situazione sto rica.
Ma, quanto a questo, obietterebbe Marcuse, anche la scienza è nata da una situazione storica determinata, è sorta come « uno specifico progetto storico fra gli altri possibili, non l’u nico progetto necessario ». E’ nata co me uno specifico strumento per cam biare il mondo e determinare la stes sa vita umana: è nata con questo télos specifico, che ne ha costituita l’essenza. Qui devo fare due osserva zioni, che mi sembrano importanti. La prima è questa: di come sia asso lutamente arbitrario voler fissare l’o rigine e lo scopo originario di una qualunque grande forma della cultu ra â— della scienza, come dell’arte o della religione, come di qualunque altra forma. Per questo ci mancano assolutamente i documenti: non sap piamo assolutamente quando e come queste grandi forme siano nate, qua li ne siano stati i primi scopi e i pri mi sviluppi.
Perché la scienza è repressiva?
La stessa ipotesi di una loro origi ne e di un loro scopo unitario è un’i potesi priva di ogni fondamento fat tuale. E in secondo luogo, anche da to e non concesso che conoscessimo l’origine, questo non significherebbe assolutamente nulla: ché forme, leg gi di costituzione interna, statuti di validità, scopi, sono cose che si sono venute gradatamente assestando e sviluppando per interazione interna; e oggi sono oramai quello che sono, e se mutano (com’è probabile) muta no soltanto per la loro dinamica inter na â— qualsiasi violenza esterna non le modifica, può soltanto distrugger le. E qui siamo ancora una volta in presenza dell’eterna mistificazione, dell’eterna violenza dei fanatici ideo logi.
Si gabella per origine, o per télos, non quello che la ragione scientifica è stata, o è, ma quello che si vorreb be che fosse: si proietta il desiderato nel passato (o nell’eterno), per nega re il presente, in nome di un futuro impossibile (ché possibili sono sol tanto i futuri fondati sul passato-pre sente). Una volta Th. W. Adorno ha detto che l’amore per l’uomo come è, è odio per l’uomo come deve essere – bella frase che però si potrebbe be nissimo rovesciare, dicendo che l’a more per ciò che deve essere è odio per ciò che è. Odio, o forse più pro babilmente risentimento: risentimen to verso una civiltà fortemente intri sa di razionalismo, ma che ha per messo l’umiliazione di classi e di raz ze, e ora rischia di frenare le ribel lioni e le vendette.
Il télos della scienza si vede da quello che questa è: visione raziona le del mondo, che ha per unico valo re la verità (validità conoscitiva ra zionale), ed è immune da ogni altro valore. « Immune da valori » signifi ca che il giudizio di valore, qualsiasi giudizio di valore, non appartiene al l’universo di discorso di una scienza di nessuna scienza â— né è in essa provabile. In questo senso la scienza è repressiva: per questo suo caratte re di sospensione degli impulsi vitali Scheler ha definito una volta l’horno sapiens come « asceta della vita ». La scienza è ascetismo, rigore, repres sione di impulsi: per questo è cosa altamente civile, perché ogni civil tà, in quanto tale, è sempre repressi va. (Variano soltanto i determinati impulsi che vengono repressi).
Però Marcuse considera la libertà dai valori essenziale, sì, alla scienza, ma appunto per questo mistificato ria. In sostanza, marxistizzando al cune annotazioni di Husserl, l’argo mentazione di Marcuse è questa (al meno mi sembra): come ogni cosa, anche la scienza nasce dal mondo-della-vita, ossia dall’esperienza reale, dagli effettivi condizionamenti uma ni dello scienziato che la sceglie co me sua professione. La sua indipen denza da questi condizionamenti è solo un’illusione: illusione che nasce perché la scienza moderna, da Gali leo in poi, per potenziare la sua effi cacia scientifica ha reciso ogni rap porto con la filosofia, ha escluso dal proprio tema l’indagine sulla propria origine, condizionamenti e scopi, e quindi procede sulla propria via ir razionalmente ignara di essi. La libertà-da-valori della scienza si capo volge così in inconsapevole schiavitù ai valori, o ai fini, di chi, dominando la società, di essa si serve. La scien za offre ai tiranni gli strumenti per reprimere e asservire gli uomini.
Ma non è forse perché essa ha in se stessa il suo scopo, che è la cono scenza e la verità? Gli scienziati non sono in grado di controllare gli usi tecnologici che si fanno delle loro co noscenze, appunto perché questi usi tecnologici sono accidentali rispetto alla scienza stessa. Una teoria scien tifica non è resa valida dal fatto di servire a qualcosa: spesso serve a qualcosa, ma spesso anche non serve a nulla. Non è neppure possibile sta bilire a priori se, ed eventualmente a che cosa, servirà una teoria scientifi ca: è un fatto così accidentale, che non ha nulla a che fare con la sua
verità. E’ vero che spesso a dare il via a ricerche scientifiche è stato un problema pratico: calcolare le para bole dei proietti, stabilire la longitu dine in alto mare, prosciugare minie re inondate, fabbricare colori sinteti ci… Ma immediatamente il problema tecnico, quando assunto da scienzia ti, ha trasceso il problema pratico: la tipica « sospensione » della scienza ne ha tramutati i termini in termini di rapporti matematici tra enti teori ci o leggi di natura.
L’eredità della filosofia greca
Ecco: la « sospensione » operata dalla scienza, la sua tramutazione di termini dei problemi da cui muove, è appunto quell’aspetto per cui la scienza si libera dall’esperienza del mondo-della-vita per costituirsi non già come critica di esso, come Mar cuse pretenderebbe che facesse, ma come autonoma di fronte ad esso. E questa è la sua essenziale libertà. Ma è anche la causa della sua trascen denza rispetto alle ondate passionali della storia. Sentimenti e risentimen ti, ondate di odio e violenza, lotte e guerre vengono e passano: la scienza dura nel tempo e si cambia secondo la sua interna tensione verso la ve rità. Essa serve a tutti, reazionari e rivoluzionari, per la violenza e per la pace, appunto perché è l’unico de nominatore comune, finora elaborato dalla storia, per il quale gli uomini possono dirsi homines sapientes.
E non si parli di una « crisi della scienza europea ». La scienza non è (oggi) in crisi: potrà essere in crisi la posizione sociale degli scienziati, potrà, ed è, essere minacciata l’auto nomia della ricerca scientifica: ma i suoi criteri di verità, i suoi metodi di verifica e prova, le sue possibilità di espansione autonoma non sono mai stati così saldi. La scienza è ancora oggi l’unica che possa offrirci delle visioni del mondo probabili â— le sole visioni del mondo in cui possiamo credere. E’ la filosofia che, come sempre, è in crisi: è in crisi proprio perché anche questa volta non le rie sce completamente di epurare dal proprio seno tutte le cariche emozio nali e irrazionali che ha ereditato dalla filosofia greca.