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LETTERATURA: I MAESTRI: Fabrizio Puccinelli: Fabulator qualis humanus

23 Luglio 2016

di Fabrizio Puccinelli
[da “La Fiera Letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967]

Ä– ormai notte (nox iam supervenit). Dopo il tramonto essa si è distesa completamente, mancando nel cielo le stelle e la luna per il vagare delle nuvole, e ha cancellato sulla terra ogni cosa, nascondendo ogni movimento di uomini e di mezzi. La zona intorno alla casa dove sono non è illuminata e a stento si potrebbe scorgere nel buio della pianura circostante, un’altra casa o un albero (domus aut arbor) e discernere le strade che si diramano via via, passando attraverso i paesi abbandonati, dirigendosi verso le sedi periferiche della grande macchina, o, dalla parte opposta, verso i boschi demaniali, che ancora vengon mantenuti.

Questa solitudine è un po’ il prezzo che pago a passare l’ultimo tempo della mia vita in queste campagne; quando è sera e scurisce io, che sono abituato al frastuono e al continuo effervescente affaccendarsi nella grande macchina, fatico a rendermi conto come tutto qui sia vuoto e triste.

Ma perché mai son qui, al termine della mia vita? Come è accaduto che sia tornato a passare qui, nella casa da cui sono partito, vicino a una antica città ma sempre in campagna, gli ultimi anni che mi restano? Più volte mi pongo questa domanda ma non riesco mai completamente a dargli una risposta.

Ho lavorato lunghi anni alla grande macchina e sono stato costretto a un continuo, se pur comodo e confortevole, errare; ed è stata probabilmente â— ma chi può scendere nel cuore della verità? â— la instabilità di queste residenze che mi ha condotto a finire la mia vita qui e a passarvi le vacanze definitive (otia perpetua) che vengon lasciate al funzionario (officialis) dopo un certo numero di anni di servizio.

Ed è stata probabilmente anche la morte della mia giovane moglie che, precipitandomi nella solitudine, mi ha condotto a terminare il mio tempo in un luogo pieno di cose estranee (monumenta), a finire la mia esistenza in una valle cosparsa di paesi (domicilia) da tempo svuotati, in questa casa (domus), ancora ricolma del ricordo degli avi, vicino alla città da cui sono partito.

Si tratta di una casa lasciatami dai miei genitori, che a loro era pervenuta dai genitori di mio padre e, a loro, per parte di madre da vecchi commercianti (mercatores) genitori di mia nonna e così, per altre generazioni che potremmo provarci a seguire fino a sboccare nel medioevo toscano, l’età in cui fu costruita.

Un’età ancora oscura e giovane, nel contempo piena di avvenire, eppure un’età di tristezza e di sconvolgimento. Di essa è smarrito il ricordo ma può essere sempre osservata nei vecchi quadri del mondo (picturae) che adornano i nostri musei e alcuni fatti possono ancora, attraverso i grandi archivi universali, esser reperiti.

Un errare di vagabondi, un intricato agitarsi di mercenari, avventizi, operai, e cittadini, nobili e soldati di ventura, tutti coinvolti in un’agitazione in cui i più riposti atteggiamenti dello spirito venivano portati alla luce brutalmente: tanto che è difficile oggi collegare tutto ciò alla tranquilla pace, alla solitudine, al silenzio che circondano questa casa.

Stasera tutto tace (silentium est) e solo il vento, che da un po’ si è levato, sbatte contro i vetri delle finestre, fa ondeggiare una canala di alluminio e spazza, vedo oltre i vetri della finestra, le nuvole che si addensano sulla valle scoprendo un cielo cosparso di stelle.

Ä– una notte tranquilla questa, la notte amata e propizia allo studioso.

Una donna (foemina) che abita in una casa vicina, che da qui non si vede, ha lavato i piatti della mia parca cena (exiguae epulae vespertinae) e, dopo aver chiesto se avevo bisogno di nulla, se n’è andata. Ä– ricomparsa un momento nel quadro di luce che la finestra di questa stanza stampa sul terreno circostante e stavo per richiamarla, ma è scomparsa di nuovo. Ä– una donna di età, assennata, laboriosa (sedula) e, oltre a fare le faccende di casa, mi si concede benevolmente perché soddisfi seco lei i miei bisogni carnali (libidines). Questa è la sera in cui solitamente ne uso ma ella se n’è andata e per timidità non vi ha fatto cenno. Anche lei è vedova da molto e io ho sistemato i suoi otto figli, ma da quando usa con me non produce più per la mia sterilità.

Ho lasciato che se ne andasse e subito dopo mi son pentito per il tornare degli stimoli carnali (libidines), ma ella era ormai lontana.

Ho messo così un ciocco sul caminetto che è subito divampato spargendo intorno nella stanza il lume della sua fiamma e, per ingannare la notte ho preso una penna (stilus) e scrivo, secondo un costume antico, un racconto (fabula).

Tutto ciò è a ben vedere secondo una consuetudine dimenticata nel nostro tempo, volto soprattutto alle immagini e stravolto da un continuo mutamento di gusti, ma i sociologi (rerum scriptores) prevedono invero una sua prossima rinascita.

La società nel momento in cui scrivo non attraversa un periodo di felicità (beatum). Non è il caso di disperare e dalla mia valutazione va escluso qualsiasi sospetto del pessimismo caro agli eruditi.

Sono le cose che accadono e solo quelle che ci inducono in un moderato senso di preoccupazione (cura).

Due domeniche fa è accaduto un altro guasto alla grande macchina, come anche in passato ne sono accaduti. Alcuni reparti consunti non si son riavviati. Ä– scoppiato un tumulto tra i macchinisti e una rivolta violenta è dilagata nei reparti. I militari della guardia (centuriones) hanno sparato su di loro e lanciato bombe. E i rivoltosi hanno preso la via delle montagne.

Si portano dietro i figlioletti e le donne (mulieres liberosque secum trahunt), si perdono nelle boscaglie, attraversano fiumi su zattere (ratibus pre flumina transeunt) entrano incautamente nelle riserve dove vivono gli orsi e le altre belve (beluae) col rischio di esserne sbranati. Non funzionando più i mezzi aerei (machinae aereobaticae) rimettono il loro peso sulla terra (pedibus). Camminano in grandi file per le vecchie strade da secoli non utilizzate. Salgono sugli alberi (in arbores aliquando ascendunt), qualche volta vi dormono. Si rifugiano nelle antiche chiese. Essendo interrotta la produzione artificiale della luce, vanno in giro con fiaccole (collucentibus facibus iter faciunt) o stanno seduti vicino a un fuoco, a un bivio o ai piedi di una montagna.

Alcuni son trovati all’alba (sublucano tempore) con la testa sfondata da una selce o col ventre aperto da un ferro per lotte intestine che tra di essi nascono.

Si sa di stragi (caedes et occisiones) di gruppi di dirigenti sorpresi alle falde dell’Imalaia, vicino ai resti dei grandi monasteri.

Io trascorro appartatamente questo tempo (tempus extrahosolus) facendo di questa dimora antica (monumentum) una stabile residenza per il resto della mia vita. Penso che tutto ciò, questo momentaneo eppure enorme smarrimento, cesserà, avrà requie, come ogni cosa che accade nella storia (historia), che, per natura, si acqueta, ma mi tengo informato. Mi astengo saggiamente da bizzarria e da insolenza e, senza abuso e senza eccesso (temperanter) uso con questa donna che da lunga pezza mi si concede, rendendo soddisfatta così la mia solitudine.

Il mio racconto di questa notte si riallaccia alle letture fatte nelle more della assunzione alla grande macchina quando ero ancora in periferia (in finibus) e frequentavo l’archivio generale delle cose scritte, in un ambiente ancora legato ad antiche e poi dissolte tradizioni (solemnes atque postea obliterati mores).

Ma, ahimè come poss’io scrivere come i grandi del passato? Il mio ricordo di essi è così attenuato e quasi cancellato da tanti anni di impiego alla grande macchina che essi sono per me poco più che ombre, accennanti di lontano, anche se per questo acquistano più prestigio (auctoritas). E se il loro esempio mi spinge, la loro autorità mi prostra.

Una lunga abitudine a non pensare, per lunghi anni coltivata, appena appena, pensando a loro ora si disgela, ma non tanto e non così sicuramente che io non mi ponga il problema: che cosa sto facendo? Che cosa è questo che scrivo? A qual fine? Cos’è infine esso stesso, il racconto (fabula)?

La domanda si pone in questo senso: che cosa può essere in esso di certo? (quid in ilio pro certo habemus?). In qual modo esso ha a che fare con la verità? Fuori della verità delle scienze concordate con accurate metodologie, cosa può esservi di veridico? Ad esempio: qual è il posto di cui parlo? e questo personaggio cui accenno e lo stesso nome, Edmondo, da dove lo prendo? Che cosa è questa ricerca se non una vana fandonia fatta per riempire la fine dei miei giorni?

Ecco: un racconto, è vero, non ha un dove e un quando come lo hanno le scienze della società e le statistiche. Queste son chiare sul dove e sul quando e, per certo, anche sul chi; questo no o almeno non nello stesso modo. A qualsiasi domanda queste scienze possono rispondere qui, lì e indicare un punto. Tutti noi siamo certi su quel punto. Ma per il racconto non è così. Il dove del racconto sembra stare al di là del fitto muro di presente e di vero dati dalle scienze e anche dal qualcuno.

Ma ha un luogo (regio) e un tempo (aetas), pure veri. Ed anche personaggi (personae) pure veri. Non come chi lavora alla grande macchina di cui si può dire: ecco, zona sette, interno due, stanza sessantasei e non ha più modo di dubitare nessuno, ma, in altro modo, pure, ricchi di verità. Questa tesi è contraria al concetto del racconto come gioco (ludus). Io sono d’accordo che il gioco e una scaltra disposizione dello spirito, è stato in tempi lontani alla sua radice ed è, in definitiva, ciò che per lungo tempo ha illuminato la sua origine, ma ormai, anche in questo gioco occorre essere seri e anche qui avvertire, dopo i recenti mutamenti e quello che va accadendo, come sia tempo che si sviluppi una vena di seria responsabilità e il racconto l’assorba e si faccia un luogo della meditazione (cogitatio) che si avvicina ad abissali problemi.

Tuttavia il racconto resta ancora lontano dalla esistenza (ortus noster), giace nei libri e negli «Archivi generali delle cose scritte » (in tabulis ac in scriptis inclusum est) e sta al difuori della vita normale.

L’istituzione (instituta), la grande macchina e le sue sezioni in qualche modo son sempre state sicure di non aver bisogno del racconto e possiamo dire che tutta la nostra, organizzazione rigidamente calcolata e razionale, ha sempre tenuto il racconto fuori di sé (remotus).

Ä– diffìcile che l’impiegato o l’utilizzato semplice (proletarius) possa pensare o por mente al racconto; esso gli è estraneo, o meglio, egli resta, nei confronti del racconto, cieco (omni lumine privatus).

Egli non vede la vasta zona del racconto che si stende presso di lui. Gli anni passano come un soffio: era giovane, ora è vecchio! Come può esserci tempo per il racconto (fabula)? Non è anche a me accaduto così? Tutto quello che è, è in misura crescente pianificato (praedescriptus) e si è perduto il mondo del narrare.

Così è difficile ormai dire dov’è la vasta zona del racconto (regionem fabularum).

Essa è per così dire una zona dietro e vicino casa, eppure noi non la vediamo (eam non cernimus).

Essa è in questo curioso paradosso: che c’è ma non è veduta e che la stessa vicinanza (propinquitas) a volte agevola l’inganno e l’essere eternamente presso di noi più facilmente ce la fa restare ignorata.

Rare volte è dato di intuirla (minus saepe eam videmus). Quando si arriva a un appuntamento troppo tardi così che dobbiamo riorganizzare la giornata che ci troviamo davanti vuota; se ci arriva da lontano la notizia della morte di una persona legata a un periodo della nostra vita, se usciamo di casa senza voler andare in nessun posto, ma solo così, per uscire… Allora ci guardiamo intorno, facciamo attenzione alle cose che ci capita di vedere: ad esempio il sole va sotto o un albero si muove al vento o dei bambini si chiamano nell’ombra che scende prolungando i loro giochi nella sera.

Accade che vediamo tutto in un altro modo (ut ab alio oculo propterea visioni). Par già di esser stati lì, o di essere in un altro tempo.

Prende una specie di angoscia. Prende la fretta di tornare ai nostri compiti. Si vuole andar via.

Ma non dimentichiamo che è proprio allora che si intuisce il mondo della narrazione, ci si sente sospesi in un vuoto, fatti accaduti tornano alla mente e la nostra infanzia, e l’amore; e si ricorda.

Ä– allora che scendono su di noi gli uccelli fatati della quiete e covano l’uovo delle storie. (Tum apud nos magici descendunt volucres otii incubantque ova fabularum).

Il vento s’è levato ed ha smesso di piovere. Soffia sulla piazza scompigliando le fronde dei platani e trattiene lontane le nuvole sulle montagne. Se cessa, da un momento all’altro, possono arrivare sulla città le piogge dell’autunno. L’aria è fresca e pulita e di là dalla chiesa di S. Martino si vedono le montagne e le nuvole.

La piccola città è antica, sopravvive nella sua vecchia struttura. I palazzi sono sbrecciati agli angoli, le pietre consunte. I giovani, i baveri delle giacche rialzati, contro il vento, con qualche brivido nella schiena passeggiano per le antiche strade. Ridono, accennano a un gruppo di vecchietti che vanno verso un monumento. Delle anziane donne stanno sul portico di una casa e parlano. Altri vecchietti passano cantando.

Che accade nella vecchia città? Di che ridono i giovani?

Alcuni anziani si dirigono all’archivio generale delle cose scritte, camminando di fretta. Fanno una figura così curiosa! E quei due coniugi che accese tutte le luci nella loro casa, ricevono gli amici sulla porta, come fossero all’improvviso tornati ragazzi! “Historia magistra!” esclama un omettino piegato in due che passa davanti a Edmondo. E si sentono le parole di un lettore sui piedi della cattedrale, con raccolti intorno pochi anziani. Che accade nella vecchia città? Cos’è questo trambusto ai crocicchi?

Ä– che d’autunno, quando soffiano i venti e le foglie cadono, qui ancora si celebrano le feste del passato, una usanza dei vecchi che i grandi organismi tollerano ancora per la sua innocuità. In queste feste si ricorda e si celebra non solo il passato della città e di insiemi più vasti, ma il passato di ognuno, la gioventù per esempio, l’infanzia.

I vecchi amici si riuniscono a celebrare il loro passato privato e tutti, presso un monumento all’archivio generale delle cose scritte, celebrano il passato della città e, in generale, dell’uomo. Tutte queste cose essi chiamano “Storia” o “Memoria”, a seconda.

Quando le montagne sono di color marrone, quando le foglie cadono, nelle prime fredde giornate di settembre, ancora in certe province si celebrano questi riti! Come non pensare che i giovani non si divertano? Non ridano dei comici giochi dei vecchietti?

Edmondo è uno di questi giovani, si trattiene ancora un poco scherzando con loro, gira per le viuzze, ma ad altro ha da pensare. Gli è arrivata una lettera di ammissione, in seguito a un esame sostenuto e superato, alla grande macchina. Sezione, amministrativa, ruolo quarto.

Quando arriva a casa sua i vecchi genitori stanno per uscire anche loro. Cosa posson poi capire davvero? Non vanno forse anch’essi a una di queste ridicole riunioni, che la polizia locale e i funzionari delle scuole di educazione tecnica guardano con tolleranza e a volte irritazione?

Edmondo ha tutta una carriera davanti a sé. Una carriera di 47 scatti! Per tutta la vita progredirà finché verrà mandato in pensione. Come parlare con loro?

Esce di nuovo con l’inquietudine che prende in certi giorni, quando siamo in un posto e tuttavia siamo partiti in qualche modo, dentro di noi.

Per tutti arriva il tempo in cui si parte dal luogo in cui siamo nati e per tutti ha un effetto sulle cellule del sistema nervoso che genera inquietudine.

Passo passo, senza accorgersene, Edmondo arriva alla stazione. Ä– un piccolo edificio fuori della città. E lì, su di una panchina c’è Timoteo, l’archivista, il custode dell’archivio generale delle cose scritte. Oggi è contento, ché per celebrazione i vecchi libri vengon di nuovo sfogliati e l’archivio è popolato.

Accade un solo giorno nell’anno! Ma quel giorno è contento. Benché sia piccolo il suo stipendio e tema che glielo tolgano del tutto perché è considerato inutile.

Questo giorno gli darà di nuovo la forza di trascorrer l’inverno solitario. Freddo verrà e acqua e neve e lui se ne starà rinchiuso tra i libri nella casetta di custode e solo un poco attraverso gli schermi televisivi vedrà quello che nel vasto mondo, sulla terra e nello spazio, accade.

Perché non fermarsi a parlare con Timoteo che ha conosciuto nelle lunghe ore di ozio nella provincia?

Edmondo spiega di aver vinto un concorso per esser introdotto alla grande macchina, ma che qualcosa, un nervosismo, gli impedisce di partire, lo rende indeciso. E Timoteo lo spinge: “Questo nostro mondo è finito. Già aumentano i gruppi di polizia, già in città siamo più pochi. Presto anche il mio posto verrà tolto”.

In quel momento arriva il treno e si ferma sulla banchina. Scendono osservatori inviati dal centro repressivo e vecchi silenziosi che vengon per le cerimonie. Questo fatto che mette davanti alla decisione da prendere svuota il discorso, che sarebbe altrimenti complesso, di Timoteo.

Il treno sta per partire e non smette di sbuffare ed Edmondo, dopo un momento di indecisione corre verso lo sportello e sale. Il treno si allontana sulla pianura. Si sente solo.

Lo sbattere ritmico delle ruote per molto tempo (ad machinam ex tristibus locis, ex finibus…). Poi il treno comincia a fermarsi presso piccoli paesi della pianura Nocchi, Chiesina, Ponte… la pioggia inizia a cedere… Sale della gente bagnata, gli ultimi contadini che trovan lavoro nella grande macchina che sempre più s’allarga. Lentamente stendono le loro lunghe gambe di contadini avvezzi a camminare per i campi, sui sedili di fronte, chiudono gli occhi e subito si addormentano.

Se ne stanno lì tranquilli e russano.

Una volta che il treno si ferma presso un casotto solitario nella campagna, Edmondo è preso da una strana inquietudine. Scavalca le lunghe gambe distese attraverso lo scompartimento e scende.

Si addormenta su di un pancone nel buio, sotto una tettoia al riparo dalla pioggia. Non un lume si vede intorno, non un rumore si sente.

All’alba, appena desto, vede venire verso di lui un omettino tranquillo, assetato come sono questi guardiani delle piccole stazioni.

“A che ora c’è”, domanda Edmondo “un treno per San

Luca?”.

L’ometto allarga le braccia. Non c’è più. I percorsi di questi tracciati periferici son vecchi, vi passano convogli rari e, ormai da trent’anni non ci sono più orari fissi.

Edmondo non sa che fare. Voltandosi vede venire sulla passerella, verso di lui, un gruppo di giovanotti e una ragazza che parlano saltellando per farsi passare il freddo.

“Andiamo via!”.

“Finalmente!”.

“Allora ci sei anche te!”.

“Finalmente usciamo dal paese!”.

“Anche tu vai alla grande macchina?”, domanda una ragazzina ad Edmondo ed Edmondo assentisce, benché non sappia poi come mai ha dato una simile risposta e non quella opposta.

Un treno arriva, poco dopo, che va verso le sedi centrali e tutti salgono. Entrano tutti in uno scompartimento, benché stiano, per la verità, un po’ stretti.

Cominciano a parlare di problemi. La grande macchina si estende sempre di più; se non si guasta cosa sarà tra cinquant’anni; e, se si guasta, cosa può accadere? Ma la discussione è lunga ed è, in fondo, un’altra cosa, rispetto al racconto. Esso vi ha accennato ma non può svilupparla. Il treno corre veloce sulla pianura e il paesaggio piovoso e tetro lo circonda. Ripensa alla sua città nell’inverno. Qualcosa dentro di lui si sfa e lo lascia. Fuit aetas, fuit ludus, quodam modo nunc ex anima fugit, ex pueris exit, ex fabulis…

Il racconto non segue fino in fondo il suo personaggio, il suo sviluppo, la sua maturazione, il suo destino, oppure la sua mancanza di sviluppo, la sua fallita maturazione, il suo triste destino. Esso si arresta a un punto, osserva il suo venir fuori (existus…) eppure è completo.

Ma esso è ancora un gioco (ludus) che il narratore ha giocato, ricordando il suo passato (memoriam temporis praeteriti renovans). Non tocca appieno la verità di ciò che nasce e, dopo aver lungamente atteso, viene alla luce (in lucem venit). Ripercorre, per così dire, vecchie strade (vetustum facit iter), nascoste analogie (similitudines absconditae) senza, per altro, giungere al nuovo.

… Non è ancora l’alba qui (adhuc non illucescit), ma la notte è trascorsa. Lentamente si vedono comparire le case bianche sulla campagna (in agris) e il cielo chiaro staccarsi dalla terra ancora in ombra… ed io vorrei ricordare la mia gioventù. Essa è il tempo più bello della vita, o meglio, così appare, quando la maturità sia trascorsa e il corso dell’esistenza volga al termine (cum ad mortem currunt tempora). Allora noi le diamo più importanza che non da uomini maturi e tendiamo a vagheggiarla (eam contemplare) e a vedervi poste spensieratamente e come senza badare le basi di quello che noi siamo.

E ora sento che nel mio ricordo quella gioventù torna (redit)… si allontana (discedit)… si nasconde come un bambino trovato in fallo… ma vuol tornare e nella mia quieta vecchiaia io ricordo tutta la campagna intorno alla città, arroccata nelle vecchie mura medievali, irta di pinnacoli e campanili e torri, e ritrovo nel mio ricordo; il vecchio mercato rotondo all’interno dell’anfiteatro romano e tutto il panorama fino alle colline e alle montagne azzurre come si vedevano da casa mia alla fine delle giornate di sole.

Ed anche il padre (pater) e la madre (mater) e i fratelli e le sorelle (fratres et sorores) ricordo, ma non ricordo le loro fisionomie e solo a poco a poco mi tornano alla mente. Ma anche mi avvedo che il ricordo (recordatio), quando mostra tutte le strade, anche le chiude (cum vias recludit, easdem claudit). Ciò che abbiamo nella mente non sono che immagini false (immagines fallaces), cosicché tutta la apparente serietà di chi si perde a ricordare ricopre solo, una infantile bizzarria (inconstantia reserat mentis). Il ricordo mostra solo la cenere e come lo scheletro di noi stessi e quando tutto sta per mostrarsi, spalancati i cancelli della memoria, è in realtà il momento in cui tutto si congeda da noi e può essere dimenticato.

Alzando il capo dal foglio, vedo (adspicio), oltre i vetri della finestra, dove prima era scuro, empirsi di luce e rivedo (reperio) la campagna, che già da ragazzo da questa casa vedevo (cernebam), chiara nella luce della prima mattina, tagliata da strade bianche costellata da case e giardini, mentre lontano risuona il rumore delle lotte, dacché i semplici utilizzabili si sono scatenati.

Ä– l’alba anche qui. Il fuoco è spento e a me viene stanchezza (extinguitur fiamma, languor venit).

Vedo nella viuzza di fronte un movimento di gente: qualcuno già uscito di casa se ne sta lì imbacuccato per il freddo. Gli uni con gli altri si fanno cenni (signum dant nutu alteri alteris) quelli che vanno via, dove divampa il subbuglio e quelli che restano, salutandosi (salutem dantes).

Il nuovo giorno sboccia ai piedi di ogni albero e risplende in ogni volto e una donna passa qui davanti con in capo una gran secchia d’acqua e cammina, così attenta e così piano per evitare i sassi della via che basterebbe certo che spalancassi la finestra perché tutta l’acqua le si versasse in capo (in capitem effunderet).

Penso che la donna con cui compiaccio il mio desiderio (libidines) ora deve tornare, però sta tardando e il sonno leggero e facile dei vecchi, mi prende invincibile (facilis senium somnum senem caepit).

 


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