di Roberto Ridolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 30 luglio 1970]

La Maremma è morta da un pezzo, la mia vecchia Maremma; ora muore anche quel poco che ne sopravvisse e muore perfino il suo mito fra i giovani d’oggi: molti ne par ­lano che non sanno neppure che fosse. Quando ho preso a scombiccherar questi fogli, mi rigiravano nella mente cer ­te vecchie assonanze cantate a veglia dagli stornellatori: Tutti dicon Maremma, Ma ­remma; / ma a me mi pare una Maremma amara: / l’uc ­cello che ci va perde la pen ­na, / il giovan che ci va per ­de la dama.

Amara fu, ai bei dì, certa ­mente: amara e forte come gli aromi dei suoi tomboli salma ­stri, dei suoi forteti, dove gli effluvi dei ginepri, dei pini e delle mortelle si mescolavano all’odore acre del mare. L’ama ­ro a me è sempre piaciuto: per me, è l’aperitivo e il to ­nico della vita; se, da vec ­chio toscano, non mi dispia ­cessero l’enfasi e la rettorica, questo della Maremma direi di averlo nel sangue fino dal giorno ch’io nacqui, venutoci per il maremmano feudo degli avi. Di fatto, non metafo ­ricamente, c’entrò poco dopo con certe febbri malariche che mi buscai a sette od otto an ­ni, in quel di Vada, nella fat ­toria dei nonni: della quale, lavorando molto d’immagina ­zione, avrei potuto perfino fi ­gurarmi che un lembo mi ap ­partenesse come mia parte del ­la dote materna; intanto co ­desto lembo ideale realissima ­mente me lo godevo.

Di quelle febbri, che preco ­cemente mi consacrarono ma ­remmano, io fui fiero come di una iniziazione: le ostentai come un marchio, una cicatrice onorevole. N’ero orgo ­glioso fin quando mi faceva ­no ingozzare cucchiaiate su cucchiaiate di « Esanofele »: siano state quelle o altro, alla lunga le febbri se ne anda ­rono; ma se guarii di quel male, il mal di Maremma restò.

*

Passarono forse dieci anni senza che più ci tornassi. Ma se mi capitava di sentirne parlare e anche di udirne o di vederne scritto il nome sol ­tanto, sùbito tornava a pun ­germene la nostalgia. Quando il Corriere della Sera pubbli ­cò la Canzone della diana di Gabriele d’Annunzio, comin ­ciai a leggerla straccamente, non so perché: allora avevo dodici anni e non potevo mi ­ca accorgermi che quella diana pareva suonata, più che con una tromba, con un trom ­bone. Ma mi bastarono le terzine O terra di sepolcri e di forteti, / Maremma, canto la tua razza equina, per farmi galoppare la fantasia dietro i cavalli bradi, risentire a un tratto gli effluvi delle resine liquefatte sotto il solleone, i misti aromi dei ginepri e del mare. Né i versi che seguiva ­no (la ben crinita razza che disseti / nel sarcofago tolto alla ruina…) mi sapevano di rettorica, avendo visto anch’io dei cavalli abbeverarsi in un sarcofago etrusco. Salute, o terra degli Aldobrandeschi!

Ci tornai finalmente sul fi ­nire dell’adolescenza e la ri ­trovai (o così mi parve) qua ­le mi aveva incantato nel co ­minciare dell’infanzia: amara, forte, selvaggia. E potei cono ­scerla meglio, come prima non avevo potuto e come non sa ­rei stato a tempo più tardi nel solo modo in cui era dato conoscerla, intenderla, pene ­trarla fin nel profondo: profondandola e vagheggiandola col fucile in spalla.

Bisognava avvolgersi nei for ­teti per gli stradelli e i salitoi praticati dai cinghiali; contemplare dall’alto di uno scoglio quel selvaggio mare di piante, le « lame » acquee che tagliavano il folto, lucci ­canti al sole come lame d’ac ­ciaio dove i paglieti non le coprivano. L’elleraie e i gro ­vigli delle vitalbe grondavano dagli ontani e dagli olmi se ­colari. Bisognava arrabattarsi nei marrucheti, arrischiare certi tiri impossibili a bec ­cacce sbaluginanti per un at ­timo nel fitto dei lecci: Quand l’oiseau monte en flèche / ti ­re haut et toi depíªche. Qual ­che volta, dopo il frullo della beccaccia, capitava di vedere, o piuttosto di sentire, lo stolzo del cinghiale « alla lestra ». Nella macchia mi aggiravo le intere giornate; ne uscivo sol ­tanto per asciugarmi al fuoco odoroso dei ginepri e delle sabine, dopo essere andato a guazzo in qualche « lama », o per galoppar nelle prata a gara coi butteri. La sera mi cibavo di quei cibi semplici e forti. Vecchia Maremma.

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Fu simile a un sogno, breve come la felicità. Poi, anche per me, ci fu la guerra; poi un’altra guerra: la vita. E metto tra le poche fortune che m’hanno mai arriso quel ­la di aver potuto, prima di affrontar l’una e l’altra che mi fecero uomo anzitempo, fortificarmi d’una esperienza così virile.  Proprio alla fine di un’era, alla fine di un mon ­do, feci ancora in tempo a godermi una natura e una vi ­ta che sopravvivono soltanto nel ricordo di pochi soprav ­vissuti.

Le ritroviamo intatte in qualche tela del Cecconi e nelle Giornate di caccia di Eugenio Niccolini: ma non so quanti conoscano quella bella prosa toscana, dove Ga ­briele d’Annunzio trovò « fre ­schezza e verginità di lingua, misteriosa efficacia nel rap ­presentare il movimento e il colore, inimitabile semplicità ». E confessava candidamente di temerne il paragone, se si fos ­se trovato a metterle accanto la sua (che sapeva un po’ troppo di lucerna e di glos ­sario).

Uno di quei racconti narra l’incendio dei boschi di Portovecchio e la disperazione dello scrittore, che s’affatica e s’abbruciacchia insieme a pochi braccaioli per tentare di spegnerlo; e la sua collera improvvisa quando uno, cre ­dendo di consolarlo, gli fa: « Con questa cenere, ci verrà il grano più alto di un uo ­mo ». Ebbene, lo stesso furo ­re prendeva anche me quan ­do udivo ragionar di bonifi ­che, d’incendiar macchie e prosciugar paduli per vincere la cosiddetta battaglia del grano.

Perché gli uomini sono sem ­pre gli stessi, e la guerra de ­vono farla perfino in meta ­fora; fuor di metafora, se non la fanno tra loro, la fanno alla natura. Questa della Ma ­remma l’han vinta, dopo tan ­te altre, e altre ne vinceran ­no; ma soltanto ora comin ­ciano ad accorgersi che le vit ­torie sulla natura sono qual ­cosa peggio delle vittorie di Pirro.

Nella Maremma hanno de ­bellato le febbri. Non canterò le lodi della malaria, come i poeti berneschi fecero della peste, del mal francese e di tante altre cose non proprio raccomandabili. Voglio soltan ­to dire che la natura, conti ­nuamente incalzata, sforzata, dall’uomo, ha di queste estreme difese: cadute le quali, al ­tre saprà suscitarne, prender ­si le sue brave rivincite. Oggi si parla molto di ecologia, di equilibrio biologico; in Ma ­remma la natura ha tenace ­mente difeso questo equili ­brio.

Sull’uscio della sua casa di caccia, Eugenio Niccolini ave ­va scritto il carducciano: Febbre, io t’invoco, / nume presente. E una volta che dav ­vero se la buscò, a chi gli do ­mandava se era finalmente contento, dopo averla tanto chiamata, rispose: « Non mi lamento: finché dura la feb ­bre, durerà anche questo bel mondo ». Così è stato; finita la febbre, quel bel mondo finì.

Ora si parla di salvare, fa ­cendone un « parco naziona ­le », il poco che ancora ne resta. Meno male, sarà sem ­pre meglio che nulla: ne ri ­marrà almeno un lembo dove il fitto dei forteti non sarà sconsacrato da un fittume di case. Meno male, dico, anche se neppure in quel lembo scampatone potrò più ritro ­vare la mia vecchia Marem ­ma. Lo vedremo impestato di gitanti festaioli, contaminato da una incivile civiltà, insu ­diciato da cartacce e da ba ­rattoli vuoti, di continuo in ­sidiato dagli incendi domeni ­cali.

Nel fascino antico c’entra ­vano la sdegnosa scontrosità, la spopolata solitudine, l’etrusca malinconia: era appunto un fascino amaro. A chi leg ­ga un famoso sonetto marem ­mano del « maremmano » Car ­ducci, nei versi iniziali, Dolce paese, onde portai conforme / l’abito fiero e lo sdegno ­so canto, il primo aggettivo (chiosato dagli ultimi due), non può parere in contrasto con l’altro che ho scritto nel titolo e nel principio di que ­sta prosa, ripetuto qui nella fine. Dipende da come s’in ­tendono dolce ed amaro. Dol ­ce era al poeta, e anche a me, l’amara Maremma di un tempo. Proprio come m’è amara oggi questa Maremma dolciastra.

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