di Piero Sanavìo
[da “La fiera letteraria”, numero 30, giovedì 27 luglio 1967]
Parigi, luglio
Fra fragile e minuta, la bocca larga sorriso irregolare, quasi una smorfia, gli occhi miopi di taglio moresco â— e moreschi gli zigomi, il mento, il colore della pelle. L’inverno, nel gri gio, le appariva un tono verdastro, sotto il pallore. Aveva il corpo con tratto, eccessivamente magro, con improvvise deformazioni che s’accumulavano (quasi) l’una sull’altra, fino a fare di lei, più che una figura uma na una forma animale â— in fuga o pronta alla fuga, qui un momento e l’istante seguente già via, inquieta. Il passo era esitante. Il bistro sulle palpebre, gli occhiali di montatura americana, non cancellavano la sua irreducibile aria di miseria.
Non ricordava Edith Piaf come in vece, fatalmente, qualcuno scrisse di lei all’epoca del suo primo successo: La Cavale (1965), uno dei due roman zi ispirati alle sue esperienze di car cerata. Piaf piangeva, nelle canzoni; se tentava la voce grossa, sbruffava, in realtà, domandando compassione. Lei, al contrario, in quel corpo tortu rato portava l’ira. D’accordo, s’era un poco smorzata, recentemente, La Tra versière (il suo terzo e ultimo roman zo: 1966) pareva indicare un suo ten tativo d’inserirsi anche ideologicamen te nel mondo « normale » proletario ma « bene », ché, per lei, anche l’essere sfruttata economicamente in un grande magazzino (come la sua ulti ma protagonista: una « vendeuse » ) indicava un passo in avanti, un’appar tenenza alla società. Anche la sua scrittura, allora, forse si sarebbe cor rotta â— altrettanto che rachitismo e tubercolosi avrebbero continuato a corromperle il corpo â— non fosse mor ta? Morì il 10 luglio mattina, durante un intervento chirurgico per aspor tarle un rene, a Montpellier.
Le mani guantate e i bisturi che nei vari ospedali s’erano immersi nel suo ventre, più che curarla completa vano un’opera iniziata trent’anni avan ti e per trent’anni continuata: la viola zione d’un corpo di donna nata viola ta, bastarda, il settembre 1937, ad Al geri. « Albertine Sarrazin, la ribelle morta nell’ora del suo successo » pro clama un grosso quotidiano francese. Successo: ma chissà, poi, se era vero.
Arrestata a sedici anni
L’infanzia la trascorse negli orfano trofi dell’Assistence publique: malgra do il mare, il sole e il clima, ad Al geri non sono meno sordidi che sul continente. Nei profumi di datteri e zibibbo portati dalla brezza che sof fia sopra il mercato, anche lì han l’aria e l’odore di caserme. Testimo niano la pietà e la previdenza repub blicane, nonché coloniali. Non pare che la futura scrittrice ne uscisse particolarmente docile o educata.
Bambina, fu adottata da una vec chia coppia. Andò un poco a scuola, almeno questo, come conseguenza: quanto al resto, i genitori adottivi era no troppo anziani per capire chi fosse questa creatura striminzita. O che vo lesse. Era testarda, ribelle, portava rancore. Fece qualche fuga. L’educa zione religiosa, invece che piegarla, la corruppe. Fu arrestata a sedici an ni per vagabondaggio. Riformatorio.
Tentò anche da qui diverse fughe. A sedici anni partecipò a un assalto a mano armata, la sua complice spa rò. Tribunale minorile, sette anni di prigione. Ma contava, poi, nell’Algeria di quegli anni, che si rivoltava, era passibile di censura morale l’inquietu dine di questa adolescente che a modo suo, privatamente, ignorandolo, s’inse riva in un desiderio più vasto â— gran de quanto il suo Paese â— di libertà? E se era censurabile, allora in base a che princìpi? Non era già « stranie ra » non solo al mondo dei continen tali, che rappresentavano la legge, ma anche a quello dei suoi connazionali, di quelli integrati, perlomeno, la cui vita e i cui affari dipendevano dalla presenza francese? Nello sfaldamento delle strutture importate dall’altra parte del mare, di fronte all’insuffi cienza (di cui lei non capiva nulla, certamente: almeno al livello coscien te â— non sarebbe stata capace di spiegarlo in bello stile, per farne una dissertazione) delle strutture tra dizionali dell’Algeria non-francesizzata, reagiva a modo suo, e i prodromi dell’insurrezione erano, dentro di lei, la ricerca di qualcosa da fare, qual cosa da essere. Per un certo tempo, la libertà si identificò con i furti; anche con il lasciarsi sfruttare come prostituta.
Durante una fuga di prigione si rup pe un piede (un osso, l’astragalo, che diede il titolo al suo secondo roman zo, anch’esso pubblicato nel 1966: L’Astragale), fu raccolta di notte da un altro compagno di « mestiere », an ch’egli in fuga: Zizi. Più tardi (in prigione tutt’e due: daccapo) l’in contro si concluderà con un matri monio.
Non furono certo la solitudine del carcere o i suoi aspetti terapeutici a spingerla a cambiar vita. Semmai, una volontà cocciuta di non perdere ciò che aveva trovato di corsa, quella notte, per sbaglio, quasi, e che per poter conservare la obbligava a un rientro (una capitolazione?) in una società « normale » e di cui, fino allo ra, lei non aveva conosciuto che il rovescio. In carcere, adesso, riprese a studiare, preparò certi esami, riu scì a passare con successo anche il « baccalauréat ». Studiava anche Zizi, s’interessava alla geologia. Dopo il « baccalauréat » lei prese a scrivere. I suoi due primi romanzi apparvero in Francia quasi simultaneamente. Per firmare gli esemplari destinati al la stampa, e così partecipare con la sua presenza al lancio pubblicitario, venne a Parigi con un permesso spe ciale, rilasciato dalla prefettura. In fatti, era « interdite de séjour ».
Uscito di carcere, Zizi diventò geo logo. Come in una bella storia, anda rono tutt’e due a stabilirsi a Montpel lier, in uno di quei casoni moderni, fabbricati in fretta, per operai, che in Francia si chiamano HLM. Ancora co me i personaggi d’una fiaba, viveva no decisi a dimenticare il loro passa to. I primi due libri d’Albertine, che di questo passato parlavano abbon dantemente, dovettero assicurare una certa agiatezza: raggiunsero una ti ratura di 110.000 copie. Malgrado la sua salute malferma e i soggiorni in clinica, Albertine riuscì a terminare il suo terzo libro.
All’apice delle sue promesse
Alla critica, questo piacque assai più degli altri, per i quali già si sus surrava â— retrospettivamente â— che in fondo s’era trattato d’un grosso « succès de scandale ». Nella Traver sière, il materiale autobiografico è quasi scomparso: parla di problemi di lavoro. Per rapporto ai precedenti è un libro assai più maturo, meno vero. Non per questo meno sentito.
Non era una scrittrice. Sapeva solo descrivere ciò che ricordava d’aver sofferto e le proprie passioni. Prepa rava ai futuri sociologhi utili testimo nianze di prima mano su una zona specifica del globo, in un determina to periodo storico. E’ per questo che era importante â— non come scrittrice ma piuttosto come essere umano e forse un paradigma: d’una generazio ne che crebbe, d’un popolo che giun se alla libertà attraverso l’umiliazione e l’esperienza dell’ignominia. Mai pro pria, quest’ultima: altrui.
La notorietà, che se la colpì più profondamente del bisturi dei medici apparentemente la lasciò intocca, drammatizzò la sua storia. Così è giu sto che adesso lei sia morta, all’apice delle sue promesse e prima del pos sibile declino: prima che la società, che l’aveva accettata solo quando ella aveva rinunciato alla propria rivolta, le togliesse l’ira. Tutto il resto che si può dire su di lei, è agiografia o letteratura.