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LETTERATURA: I MAESTRI: Sarrazin. Albertine la ribelle

6 Agosto 2016

di Piero Sanavìo
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 30, gioved√¨ 27 luglio 1967]

Parigi, luglio

Fra fragile e minuta, la bocca larga sorriso irregolare, quasi una smorfia, gli occhi miopi di taglio moresco √Ę‚ÄĒ e moreschi gli zigomi, il mento, il colore della pelle. L’inverno, nel gri ¬≠gio, le appariva un tono verdastro, sotto il pallore. Aveva il corpo con ¬≠tratto, eccessivamente magro, con improvvise deformazioni che s’accumulavano (quasi) l’una sull’altra, fino a fare di lei, pi√Ļ che una figura uma ¬≠na una forma animale √Ę‚ÄĒ in fuga o pronta alla fuga, qui un momento e l’istante seguente gi√† via, inquieta. Il passo era esitante. Il bistro sulle palpebre, gli occhiali di montatura americana, non cancellavano la sua irreducibile aria di miseria.

Non ricordava Edith Piaf come in ¬≠vece, fatalmente, qualcuno scrisse di lei all’epoca del suo primo successo: La Cavale (1965), uno dei due roman ¬≠zi ispirati alle sue esperienze di car ¬≠cerata. Piaf piangeva, nelle canzoni; se tentava la voce grossa, sbruffava, in realt√†, domandando compassione. Lei, al contrario, in quel corpo tortu ¬≠rato portava l’ira. D’accordo, s’era un poco smorzata, recentemente, La Tra ¬≠versi√®re (il suo terzo e ultimo roman ¬≠zo: 1966) pareva indicare un suo ten ¬≠tativo d’inserirsi anche ideologicamen ¬≠te nel mondo ¬ę normale ¬Ľ proletario ma ¬ę bene ¬Ľ, ch√©, per lei, anche l’essere sfruttata economicamente in un grande magazzino (come la sua ulti ¬≠ma protagonista: una ¬ę vendeuse ¬Ľ ) indicava un passo in avanti, un’appar ¬≠tenenza alla societ√†. Anche la sua scrittura, allora, forse si sarebbe cor ¬≠rotta √Ę‚ÄĒ altrettanto che rachitismo e tubercolosi avrebbero continuato a corromperle il corpo √Ę‚ÄĒ non fosse mor ¬≠ta? Mor√¨ il 10 luglio mattina, durante un intervento chirurgico per aspor ¬≠tarle un rene, a Montpellier.

Le mani guantate e i bisturi che nei vari ospedali s’erano immersi nel suo ventre, pi√Ļ che curarla completa ¬≠vano un’opera iniziata trent’anni avan ¬≠ti e per trent’anni continuata: la viola ¬≠zione d’un corpo di donna nata viola ¬≠ta, bastarda, il settembre 1937, ad Al ¬≠geri. ¬ę Albertine Sarrazin, la ribelle morta nell’ora del suo successo ¬Ľ pro ¬≠clama un grosso quotidiano francese. Successo: ma chiss√†, poi, se era vero.

Arrestata a sedici anni

L’infanzia la trascorse negli orfano ¬≠trofi dell’Assistence publique: malgra ¬≠do il mare, il sole e il clima, ad Al ¬≠geri non sono meno sordidi che sul continente. Nei profumi di datteri e zibibbo portati dalla brezza che sof ¬≠fia sopra il mercato, anche l√¨ han l’aria e l’odore di caserme. Testimo ¬≠niano la piet√† e la previdenza repub ¬≠blicane, nonch√© coloniali. Non pare che la futura scrittrice ne uscisse particolarmente docile o educata.

Bambina, fu adottata da una vec ¬≠chia coppia. And√≤ un poco a scuola, almeno questo, come conseguenza: quanto al resto, i genitori adottivi era ¬≠no troppo anziani per capire chi fosse questa creatura striminzita. O che vo ¬≠lesse. Era testarda, ribelle, portava rancore. Fece qualche fuga. L’educa ¬≠zione religiosa, invece che piegarla, la corruppe. Fu arrestata a sedici an ¬≠ni per vagabondaggio. Riformatorio.

Tent√≤ anche da qui diverse fughe. A sedici anni partecip√≤ a un assalto a mano armata, la sua complice spa ¬≠r√≤. Tribunale minorile, sette anni di prigione. Ma contava, poi, nell’Algeria di quegli anni, che si rivoltava, era passibile di censura morale l’inquietu ¬≠dine di questa adolescente che a modo suo, privatamente, ignorandolo, s’inse ¬≠riva in un desiderio pi√Ļ vasto √Ę‚ÄĒ gran ¬≠de quanto il suo Paese √Ę‚ÄĒ di libert√†? E se era censurabile, allora in base a che princ√¨pi? Non era gi√† ¬ę stranie ¬≠ra ¬Ľ non solo al mondo dei continen ¬≠tali, che rappresentavano la legge, ma anche a quello dei suoi connazionali, di quelli integrati, perlomeno, la cui vita e i cui affari dipendevano dalla presenza francese? Nello sfaldamento delle strutture importate dall’altra parte del mare, di fronte all’insuffi ¬≠cienza (di cui lei non capiva nulla, certamente: almeno al livello coscien ¬≠te √Ę‚ÄĒ non sarebbe stata capace di spiegarlo in bello stile, per farne una dissertazione) delle strutture tra ¬≠dizionali dell’Algeria non-francesizzata, reagiva a modo suo, e i prodromi dell’insurrezione erano, dentro di lei, la ricerca di qualcosa da fare, qual ¬≠cosa da essere. Per un certo tempo, la libert√† si identific√≤ con i furti; anche con il lasciarsi sfruttare come prostituta.

Durante una fuga di prigione si rup ¬≠pe un piede (un osso, l’astragalo, che diede il titolo al suo secondo roman ¬≠zo, anch’esso pubblicato nel 1966: L’Astragale), fu raccolta di notte da un altro compagno di ¬ę mestiere ¬Ľ, an ¬≠ch’egli in fuga: Zizi. Pi√Ļ tardi (in prigione tutt’e due: daccapo) l’in ¬≠contro si concluder√† con un matri ¬≠monio.

Non furono certo la solitudine del carcere o i suoi aspetti terapeutici a spingerla a cambiar vita. Semmai, una volont√† cocciuta di non perdere ci√≤ che aveva trovato di corsa, quella notte, per sbaglio, quasi, e che per poter conservare la obbligava a un rientro (una capitolazione?) in una societ√† ¬ę normale ¬Ľ e di cui, fino allo ¬≠ra, lei non aveva conosciuto che il rovescio. In carcere, adesso, riprese a studiare, prepar√≤ certi esami, riu ¬≠sc√¨ a passare con successo anche il ¬ę baccalaur√©at ¬Ľ. Studiava anche Zizi, s’interessava alla geologia. Dopo il ¬ę baccalaur√©at ¬Ľ lei prese a scrivere. I suoi due primi romanzi apparvero in Francia quasi simultaneamente. Per firmare gli esemplari destinati al ¬≠la stampa, e cos√¨ partecipare con la sua presenza al lancio pubblicitario, venne a Parigi con un permesso spe ¬≠ciale, rilasciato dalla prefettura. In ¬≠fatti, era ¬ę interdite de s√©jour ¬Ľ.

Uscito di carcere, Zizi divent√≤ geo ¬≠logo. Come in una bella storia, anda ¬≠rono tutt’e due a stabilirsi a Montpel ¬≠lier, in uno di quei casoni moderni, fabbricati in fretta, per operai, che in Francia si chiamano HLM. Ancora co ¬≠me i personaggi d’una fiaba, viveva ¬≠no decisi a dimenticare il loro passa ¬≠to. I primi due libri d’Albertine, che di questo passato parlavano abbon ¬≠dantemente, dovettero assicurare una certa agiatezza: raggiunsero una ti ¬≠ratura di 110.000 copie. Malgrado la sua salute malferma e i soggiorni in clinica, Albertine riusc√¨ a terminare il suo terzo libro.

All’apice delle sue promesse

Alla critica, questo piacque assai pi√Ļ degli altri, per i quali gi√† si sus ¬≠surrava √Ę‚ÄĒ retrospettivamente √Ę‚ÄĒ che in fondo s’era trattato d’un grosso ¬ę succ√®s de scandale ¬Ľ. Nella Traver ¬≠si√®re, il materiale autobiografico √® quasi scomparso: parla di problemi di lavoro. Per rapporto ai precedenti √® un libro assai pi√Ļ maturo, meno vero. Non per questo meno sentito.

Non era una scrittrice. Sapeva solo descrivere ci√≤ che ricordava d’aver sofferto e le proprie passioni. Prepa ¬≠rava ai futuri sociologhi utili testimo ¬≠nianze di prima mano su una zona specifica del globo, in un determina ¬≠to periodo storico. E’ per questo che era importante √Ę‚ÄĒ non come scrittrice ma piuttosto come essere umano e forse un paradigma: d’una generazio ¬≠ne che crebbe, d’un popolo che giun ¬≠se alla libert√† attraverso l’umiliazione e l’esperienza dell’ignominia. Mai pro ¬≠pria, quest’ultima: altrui.

La notoriet√†, che se la colp√¨ pi√Ļ profondamente del bisturi dei medici apparentemente la lasci√≤ intocca, drammatizz√≤ la sua storia. Cos√¨ √® giu ¬≠sto che adesso lei sia morta, all’apice delle sue promesse e prima del pos ¬≠sibile declino: prima che la societ√†, che l’aveva accettata solo quando ella aveva rinunciato alla propria rivolta, le togliesse l’ira. Tutto il resto che si pu√≤ dire su di lei, √® agiografia o letteratura.


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Bart