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LETTERATURA: I MAESTRI: Mostra canina

22 Ottobre 2013

di Bonaventura Tecchi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 6 maggio 1967]

Sono stato a una mostra canina. Era molto tempo che non vedevo pi√Ļ tanti cani in ¬≠sieme.
Sono abituato a vivere in campagna e a vedere i cani, per lo pi√Ļ, alla spicciolata. Un tempo, quando i casolari non erano stati abbandonati, ne vedevo ogni tanto un gruppo: di quattro o cinque. A qualche bivio di certe stra ¬≠dine rustiche o intorno a un pagliaio.

Annus√†ntisi per lo pi√Ļ l’un l’altro in silenzio, cio√® sag ¬≠giando con l’umidore delle narici se ci fosse terreno adat ¬≠to per un’amicizia che avreb ¬≠be potuto portare lontano e forse anche, nel caso della presenza conturbante di una femmina, all’amore. E poi, a un tratto, esplodenti in una bella sfuriata di urla, o di la ¬≠trati, di musi inferociti; per poi, magari, di nuovo pia ¬≠tirsi all’improvviso, come fa il vento quando cade, una zampa alzata a irrorare un angolo di strada, una schie ¬≠na irsuta che si strofina lungo il giro di un pagliaio.

Adesso che i casolari sono deserti, ci vuole un’occasione di festa o di caccia perch√© quattro o cinque cani si ri ¬≠trovino insieme, e il povero innamorato deve percorrere, sulla scia del vento, perseguendo le misteriose ambi ¬≠guit√† degli odori, chilometri e chilometri prima di arriva ¬≠re alla sposa, quasi sempre sola e senza contendenti.

Un tempo la festa dei la ¬≠trati incominciava soprattutto verso sera, e quel rispon ¬≠dersi da casolare a casolare era gi√† una compagnia nella solitudine della campagna. Adesso un misero cane deve sgolarsi, come se abbaiasse alla luna, per trovare un’eco al suo richiamo di l√† da una collina o dalla vallata… La vita di un cane in campagna incomincia a diventare diffi ¬≠cile.

*

Quelli in citt√† a me sono meno simpatici. Mi appaiono troppo curati, troppo ¬ę signori ¬Ľ. E questi della mostra canina, in un bel prato della riviera ligure erano, addirittura, tutti cani di signori. Per lo pi√Ļ venuti d’oltre frontie ¬≠ra, coi nomi, scritti in lingua straniera, delle razze e degli allevamenti.

Inscatolati in piccoli boxes, tutti di metallo, laccati di blu: alcuni, i pi√Ļ piccoli, ingabbiati in alto come se fossero uccelli; altri, i pi√Ļ grossi (ma non ho visto i danesi, n√© quelli del san Bernardo), sdraiati per tutta la lunghezza, s√¨ e no sufficiente del box; le baracchette della ¬ę farmacia per cani ¬Ľ, installate l√¨ vicino, sull’erba del prato, altre per vendita di oggetti da toilette per cani: pettini di tutte le forme e grandezze, piccole striglie e spazzole, anche morbidissime, forbici, rasoi e macchinette da tosare, e probabilmente anche pro ¬≠fumi… Credo che mancassero soltanto i gabinetti d’igiene per cani.

Una cosa m’ha sorpreso in quel brulichio della folla, per lo pi√Ļ femminile, che certo non era avara di gridi d’ammirazione e di gioia. Mi ha sorpreso il silenzio degli ospi ¬≠ti. Non abbaiavano che raramente, i pi√Ļ erano educatissimi.

Questa ¬ę educazione ¬Ľ mi ha colpito anche durante la cerimonia della premiazione. Che √® avvenuta, nel pomeriggio, in una bella radura, davanti a un anfiteatro di sedie rosse, in mezzo a palme alte e diritte come candele, con, sotto, lecci folti e, ancora pi√Ļ gi√Ļ, aiuole di ciclamini ardenti.

I cani, quelli gi√† segnalati dalla giuria, eran portati al guinzaglio, ciascuno dal suo padrone o dalla sua padrona, davanti al giudice supremo √Ę‚ÄĒ un bel vecchio, con un distintivo a fiamma rossa sulla giacca, certo un conoscitore, probabilmente un veterinario √Ę‚ÄĒ e davanti al pubblico. Nessuno abbaiava, nessuno faceva le bizze.

Io ho visto sempre che due cani, quando s’incontrano, si mettono in sospetto o si ven ¬≠gono incontro festosi o si preparano digrignando i denti, e quasi sempre, presto o tardi, scoppia un latrato. Qui √Ę‚ÄĒ e ce n’erano di tutte le razze e d’ogni proporzione √Ę‚ÄĒ stavano tutti zitti… O che avessero preso una pillola addormentatrice?

*

A me andava bene tutto: della mostra e della premiazione.
Ho ammirato la pazienza degli accompagnatori, la gentilezza e l’entusiasmo delle padrone. Ho imparato che ci sono cani di ¬ę utilit√† ¬Ľ (un tempo non si diceva da guar ¬≠dia? e anche da trasporto? o di guida per i poveri ciechi? e di aiuto alla polizia per la scoperta dei malviventi?) e cani da ¬ę compagnia ¬Ľ che consolano l’ozio dei padroni, oltre quelli di caccia che so ¬≠no √Ę‚ÄĒ e lo sapevo √Ę‚ÄĒ o da corsa o da punta.

Ho visto con quanta maestria e sapienza il giudice supremo della bellezza dei ca ¬≠ni pizzicava la pelle sulle schiene come per assicurarsi che fosse bene staccata dalle ossa, e osava mettere le ma ¬≠ni dentro le bocche per stabili ¬≠re il buono o cattivo stato di conservazione dei denti e in ¬≠fine dava un colpetto alla co ¬≠da, facendola inalberare al ¬≠l’improvviso sul di dietro, con un saluto finale alla punta, come se proprio l√¨ √Ę‚ÄĒ nella punta della coda √Ę‚ÄĒ culminas ¬≠se il meglio della bellezza e della salute canina.

Ho visto così e ammirato il fulvo di un cane cinese, di mezza statura, che nella chioma e nella faccia somigliava proprio a un leone; e la pel ­le liscia come seta di un fox-terrier dalle grandi orecchie pendule, e quella marron-glacé di un levriero, e il pas ­so lento, dondolante da plantigrado, di un pastore bianco che sembrava un orso; e i bellissimi cani dei Pirenei e gli occhi trasognati dei levrieri e quelli nascosti, ma intelligenti degli spinoni; il manto screziato, nero e bian ­co o nero e marrone, dei pointer e quello lanoso e morbido dei setter, e un be ­stione, dai peli lunghi e ar ­ricciati, come bioccoli di ghiaccio, il muso e le gambe e il corpo ricoperti da lana di color brunastro, di cui non so dire la razza.

Tutto bene: anche i cani ¬≠ni, minuscoli, di specie di ¬≠verse, i canini detti da ¬ę com ¬≠pagnia ¬Ľ ai quali nemmeno la compagnia delle carezzan ¬≠ti padrone, nella tenera se ¬≠rata d’aprile, poteva tener caldo, sicch√© rabbrividivano di freddo, ognuno per conto suo…

Tutto bene e perfetto. Ma, e la bella leticata? Chi mi aveva messo in capo che per finire degnamente la festa ci volesse una bella leticata? Quali ricordi della campagna lontana e selvaggia agivano inconsciamente, dentro di me?

*

Io sono un uomo pacifico; e a un amico che mi doman ¬≠da spesso meravigliato: ¬ę co ¬≠me mai tu non letichi con nessuno? ¬Ľ rispondo sempre: ¬ę perch√© non ho tempo ¬Ľ. A leticare ci vuole un po’ di tempo, bisogna saper perder tempo, che √® gi√†, anche que ¬≠sta, cosa saggia: non esser preso da troppe occupazioni.

E sì che una bella leticata mi farebbe piacere, specie di quelle che non lasciano ran ­cori. Come si dice che per i bambini il piangere e lo stril ­lare serva a rafforzare i pol ­moni; così penso che leticare qualche volta, dare sfogo agli umori faccia bene alla salute. Tanto è vero che di notte negli incubi, in lunghi discor ­si violenti, mi capita di sfo ­garmi, quasi si trattasse di le ­ticate represse o rimandate.

Me ne sono andato dun ¬≠que dalla mostra pieno d’ammirazione, ma anche un po ¬≠co deluso, quando, proprio sulla soglia dei bei giardini domenicali, √® avvenuta la scena finale.

Mi ero messo a prendere un sorbetto in un bar all’aperto. Avevo notato che in quel pa ¬≠diglione, pieno di gente elegante, cerano due signore: due di quelle che avevo vi ¬≠sto poco prima alla mostra e che sotto il tavolo, mentre anche loro sorbivano una be ¬≠vanda e sgranocchiavano pa ¬≠sticcini, c’erano due cani.

Guarda un po’, proprio due dei cani vincitori al concor ¬≠so: un bel setter inglese, il cui pelo morbido era scre ¬≠ziato di marrone, e un bel ¬≠lissimo pastore bianco dei Pi ¬≠renei. Stavano quieti e mogi, ognuno per conto suo. Ed io avevo una grande considera ¬≠zione dell’educazione dei ca ¬≠ni da mostra, della pillola addormentatrice.

Quando √® successo il fini ¬≠mondo. Sar√† stato che un pa ¬≠sticcino inavvertitamente √® caduto dal tavolo, sar√† stato che il primo premio, il set ¬≠ter inglese, e il secondo pre ¬≠mio, il pastore dei Pirenei, si sono guardati in cagnesco. Per gelosia, forse? Sta di fat ¬≠to che i due si sono azzuffa ¬≠ti. All’improvviso, come per una scarica elettrica!

Due musi infuriati, quat ¬≠tro occhi di fiamma, zanne bianche, affilate, fuori della bocca, e, stavo per dire, del ¬≠la grazia di Dio; code erette e ingrossate, pelo alzato e furente. Urli d’inferno, avi ¬≠dit√† d’afferrare e di sbranare.

Il povero tavolo rotondo, pieno di pasticcini, c’√® anda ¬≠to di mezzo. Ha traballato per un pezzo, √® caduto in un mare di strilli e d’orrore.
Poi silenzio, all’improvvi ¬≠so. Come quando, in campa ¬≠gna, il vento cade.
Peccato che non ci fosse vicino un angolo di stradina rustica per vedere una zam ­pa alzata di cane o una schie ­na irsuta strofinarsi con vo ­luttà intorno a una groppa di pagliaio.


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