di Bonaventura Tecchi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 6 maggio 1967]

Sono stato a una mostra canina. Era molto tempo che non vedevo più tanti cani in ­sieme.
Sono abituato a vivere in campagna e a vedere i cani, per lo più, alla spicciolata. Un tempo, quando i casolari non erano stati abbandonati, ne vedevo ogni tanto un gruppo: di quattro o cinque. A qualche bivio di certe stra ­dine rustiche o intorno a un pagliaio.

Annusàntisi per lo più l’un l’altro in silenzio, cioè sag ­giando con l’umidore delle narici se ci fosse terreno adat ­to per un’amicizia che avreb ­be potuto portare lontano e forse anche, nel caso della presenza conturbante di una femmina, all’amore. E poi, a un tratto, esplodenti in una bella sfuriata di urla, o di la ­trati, di musi inferociti; per poi, magari, di nuovo pia ­tirsi all’improvviso, come fa il vento quando cade, una zampa alzata a irrorare un angolo di strada, una schie ­na irsuta che si strofina lungo il giro di un pagliaio.

Adesso che i casolari sono deserti, ci vuole un’occasione di festa o di caccia perché quattro o cinque cani si ri ­trovino insieme, e il povero innamorato deve percorrere, sulla scia del vento, perseguendo le misteriose ambi ­guità degli odori, chilometri e chilometri prima di arriva ­re alla sposa, quasi sempre sola e senza contendenti.

Un tempo la festa dei la ­trati incominciava soprattutto verso sera, e quel rispon ­dersi da casolare a casolare era già una compagnia nella solitudine della campagna. Adesso un misero cane deve sgolarsi, come se abbaiasse alla luna, per trovare un’eco al suo richiamo di là da una collina o dalla vallata… La vita di un cane in campagna incomincia a diventare diffi ­cile.

*

Quelli in città a me sono meno simpatici. Mi appaiono troppo curati, troppo « signori ». E questi della mostra canina, in un bel prato della riviera ligure erano, addirittura, tutti cani di signori. Per lo più venuti d’oltre frontie ­ra, coi nomi, scritti in lingua straniera, delle razze e degli allevamenti.

Inscatolati in piccoli boxes, tutti di metallo, laccati di blu: alcuni, i più piccoli, ingabbiati in alto come se fossero uccelli; altri, i più grossi (ma non ho visto i danesi, né quelli del san Bernardo), sdraiati per tutta la lunghezza, sì e no sufficiente del box; le baracchette della « farmacia per cani », installate lì vicino, sull’erba del prato, altre per vendita di oggetti da toilette per cani: pettini di tutte le forme e grandezze, piccole striglie e spazzole, anche morbidissime, forbici, rasoi e macchinette da tosare, e probabilmente anche pro ­fumi… Credo che mancassero soltanto i gabinetti d’igiene per cani.

Una cosa m’ha sorpreso in quel brulichio della folla, per lo più femminile, che certo non era avara di gridi d’ammirazione e di gioia. Mi ha sorpreso il silenzio degli ospi ­ti. Non abbaiavano che raramente, i più erano educatissimi.

Questa « educazione » mi ha colpito anche durante la cerimonia della premiazione. Che è avvenuta, nel pomeriggio, in una bella radura, davanti a un anfiteatro di sedie rosse, in mezzo a palme alte e diritte come candele, con, sotto, lecci folti e, ancora più giù, aiuole di ciclamini ardenti.

I cani, quelli già segnalati dalla giuria, eran portati al guinzaglio, ciascuno dal suo padrone o dalla sua padrona, davanti al giudice supremo â— un bel vecchio, con un distintivo a fiamma rossa sulla giacca, certo un conoscitore, probabilmente un veterinario â— e davanti al pubblico. Nessuno abbaiava, nessuno faceva le bizze.

Io ho visto sempre che due cani, quando s’incontrano, si mettono in sospetto o si ven ­gono incontro festosi o si preparano digrignando i denti, e quasi sempre, presto o tardi, scoppia un latrato. Qui â— e ce n’erano di tutte le razze e d’ogni proporzione â— stavano tutti zitti… O che avessero preso una pillola addormentatrice?

*

A me andava bene tutto: della mostra e della premiazione.
Ho ammirato la pazienza degli accompagnatori, la gentilezza e l’entusiasmo delle padrone. Ho imparato che ci sono cani di « utilità » (un tempo non si diceva da guar ­dia? e anche da trasporto? o di guida per i poveri ciechi? e di aiuto alla polizia per la scoperta dei malviventi?) e cani da « compagnia » che consolano l’ozio dei padroni, oltre quelli di caccia che so ­no â— e lo sapevo â— o da corsa o da punta.

Ho visto con quanta maestria e sapienza il giudice supremo della bellezza dei ca ­ni pizzicava la pelle sulle schiene come per assicurarsi che fosse bene staccata dalle ossa, e osava mettere le ma ­ni dentro le bocche per stabili ­re il buono o cattivo stato di conservazione dei denti e in ­fine dava un colpetto alla co ­da, facendola inalberare al ­l’improvviso sul di dietro, con un saluto finale alla punta, come se proprio lì â— nella punta della coda â— culminas ­se il meglio della bellezza e della salute canina.

Ho visto così e ammirato il fulvo di un cane cinese, di mezza statura, che nella chioma e nella faccia somigliava proprio a un leone; e la pel ­le liscia come seta di un fox-terrier dalle grandi orecchie pendule, e quella marron-glacé di un levriero, e il pas ­so lento, dondolante da plantigrado, di un pastore bianco che sembrava un orso; e i bellissimi cani dei Pirenei e gli occhi trasognati dei levrieri e quelli nascosti, ma intelligenti degli spinoni; il manto screziato, nero e bian ­co o nero e marrone, dei pointer e quello lanoso e morbido dei setter, e un be ­stione, dai peli lunghi e ar ­ricciati, come bioccoli di ghiaccio, il muso e le gambe e il corpo ricoperti da lana di color brunastro, di cui non so dire la razza.

Tutto bene: anche i cani ­ni, minuscoli, di specie di ­verse, i canini detti da « com ­pagnia » ai quali nemmeno la compagnia delle carezzan ­ti padrone, nella tenera se ­rata d’aprile, poteva tener caldo, sicché rabbrividivano di freddo, ognuno per conto suo…

Tutto bene e perfetto. Ma, e la bella leticata? Chi mi aveva messo in capo che per finire degnamente la festa ci volesse una bella leticata? Quali ricordi della campagna lontana e selvaggia agivano inconsciamente, dentro di me?

*

Io sono un uomo pacifico; e a un amico che mi doman ­da spesso meravigliato: « co ­me mai tu non letichi con nessuno? » rispondo sempre: « perché non ho tempo ». A leticare ci vuole un po’ di tempo, bisogna saper perder tempo, che è già, anche que ­sta, cosa saggia: non esser preso da troppe occupazioni.

E sì che una bella leticata mi farebbe piacere, specie di quelle che non lasciano ran ­cori. Come si dice che per i bambini il piangere e lo stril ­lare serva a rafforzare i pol ­moni; così penso che leticare qualche volta, dare sfogo agli umori faccia bene alla salute. Tanto è vero che di notte negli incubi, in lunghi discor ­si violenti, mi capita di sfo ­garmi, quasi si trattasse di le ­ticate represse o rimandate.

Me ne sono andato dun ­que dalla mostra pieno d’ammirazione, ma anche un po ­co deluso, quando, proprio sulla soglia dei bei giardini domenicali, è avvenuta la scena finale.

Mi ero messo a prendere un sorbetto in un bar all’aperto. Avevo notato che in quel pa ­diglione, pieno di gente elegante, cerano due signore: due di quelle che avevo vi ­sto poco prima alla mostra e che sotto il tavolo, mentre anche loro sorbivano una be ­vanda e sgranocchiavano pa ­sticcini, c’erano due cani.

Guarda un po’, proprio due dei cani vincitori al concor ­so: un bel setter inglese, il cui pelo morbido era scre ­ziato di marrone, e un bel ­lissimo pastore bianco dei Pi ­renei. Stavano quieti e mogi, ognuno per conto suo. Ed io avevo una grande considera ­zione dell’educazione dei ca ­ni da mostra, della pillola addormentatrice.

Quando è successo il fini ­mondo. Sarà stato che un pa ­sticcino inavvertitamente è caduto dal tavolo, sarà stato che il primo premio, il set ­ter inglese, e il secondo pre ­mio, il pastore dei Pirenei, si sono guardati in cagnesco. Per gelosia, forse? Sta di fat ­to che i due si sono azzuffa ­ti. All’improvviso, come per una scarica elettrica!

Due musi infuriati, quat ­tro occhi di fiamma, zanne bianche, affilate, fuori della bocca, e, stavo per dire, del ­la grazia di Dio; code erette e ingrossate, pelo alzato e furente. Urli d’inferno, avi ­dità d’afferrare e di sbranare.

Il povero tavolo rotondo, pieno di pasticcini, c’è anda ­to di mezzo. Ha traballato per un pezzo, è caduto in un mare di strilli e d’orrore.
Poi silenzio, all’improvvi ­so. Come quando, in campa ­gna, il vento cade.
Peccato che non ci fosse vicino un angolo di stradina rustica per vedere una zam ­pa alzata di cane o una schie ­na irsuta strofinarsi con vo ­luttà intorno a una groppa di pagliaio.

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