di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 8 aprile 1970]
Qualche articolo di giorna le, un numero di Esprit ci ri cordano che Emmanuel Mou nier è morto da vent’anni. Meglio, ci ricordano una da ta più che uno spirito che, in fondo, non ci ha mai ab bandonatoe dicui troppe vol te abbiamo rimpianto la pre senza, il controllo e il soccor so della parola.
Quando Mounier se ne an dò quel ventidue marzo del 1950 fummo in molti ad ac cusare il colpo: avevamo per duto l’ultima guida che ci era rimasta, soprattutto una gui da che negli ultimi vent’anni non aveva mai tradito i pro pri impegni e â— ciò che più contava â— non aveva mai giuocato al ‘ maestro ‘, dimen ticando quella che era la sua vera dote, la partecipazione umana. Anche oggi, a distan za di tanto tempo e in un mondo per gran parte irrico noscibile, Mounier ci viene in contro con quella sua voce inconfondibile per la sempli cità, per la straordinaria umil tà ma anche per il rigore e la forza delle sue proposte. Anzi direi che, proprio alla distan za, si coglie meglio la sua fi sionomia che era quella del compagno privo di qualsiasi presunzione e libero da se condi fini di conquista o di accaparramenti di fiducia. E lo si coglie meglio perché Mounier risulta uno dei rari cristiani del nostro secolo, non compromesso da questioni di proprietà o di potere ma nep pure coinvolto nelle equivoche ragioni del momento.
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Cristiano senza storia uffi ciale, cristiano per nascita e per educazione, il Mounier non trasse nessun vantaggio dalla condizione del ‘conver tito’: il suo cristianesimo ob bediva soltanto al duro gio go della fedeltà. Valga il ca so del suo lungo confronto col comunismo e la costanza straordinaria della sua resi stenza: nulla apparentemente lo separava dalla dottrina marxista, eccezion fatta per la sua fede, vale a dire per ciò che gli era stato dato e che non sarebbe mai riuscito a rinnegare. Mounier era, dun que, tenuto, posseduto dalla sua fede religiosa e in tal senso la sua posizione è molto diversa da quella dei molti cristiani che si sentono auto rizzati a disporre della loro fede, a barattarla, a farne merce di scambio o per desi derio di affermazione o soltanto per non sentirsi superati oeliminati dalle competizioni dell’attualità.
Sarà bene tenere presente questo fatto della fedeltà congenita, della fedeltà legata alla fede stessa se non lo si vuole confondere con un po litico o con un pensatore. Mounier diffidava chiaramente delle due soluzioni: se aves se voluto fare politica non avrebbe dovuto faticare molto per trasformare il personalismoin un movimento politicoe â— allo stesso modo â— se avesse voluto fare il pen satore, l’Alain dei cristiani, glisarebbe bastato non en trarein lotte, in polemiche, starelontano da quel suo lungoe appassionato dialogo con gli altri che ha caratterizzato le annate di Esprit. Al con trario egli non ha avuto paura di dissipare giorno per giorno e nella maniera più anonima le sue notevoli qua lità di studioso e di scrittore: è evidente che nel lavoro del la rivista trovava il senso del lasua missione di uomo.
Non diciamo nulla di nuo vo parlando della sua umanità ma al luogo obbligato della critica su Mounier, bisogna aggiungere che fino ad oggi nessuno è riuscito a pe netrare fino in fondo questo suo stato naturale di colloquio e di dialogo. Due termini, so prattutto l’ultimo, oggi del tut to sprovvisti di credibilità, tale è l’abuso che ne è stato fatto da spiriti interessati a praticare l’immagine del dia logo come un trabocchetto: eppure nessuno come Mounier ha dato l’impressione che fos se possibile dialogare, quando a cominciare il discorso ci fosse un’anima, anzi una per sona umana. Forse il segreto di Mounier va individuato non su un termine solo ma su un rapporto più largo, come è quello da istituire fra il singolo, la persona e la collettività, la comunità.
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Se non procediamo in que sto senso, il suo pensiero, soprattutto la sua azione ne escono dimezzati e si corre il rischio di considerarlo un praticante di utopie e di il lusioni. Ora tutto ciò non cor risponde alla verità. Mounier credeva nella necessità di que sta doppia collaborazione e direi che aveva cominciato a crederci subito, sin da quan do ci era apparso la prima volta nel 1931 come studioso di Péguy. A Péguy lo portava naturalmente il gusto per il dibattito, per la discussione, per il confronto ma mentre l’inventore dei Cahiers de la Quinzainefiniva per tornare nell’ambito della accademia, in una specie di chiesa solita ria del pensiero, Mounier pren deva di colpo un’altra strada e invocava la presenza degli altri, esigeva che ci fosse sempre un interlocutore, uno che rispondesse.
Tutto sta qui,nell’amore enella fede della risposta. Mounier non si limitava a fare delle proposte né a sollecita re dei dialoghi, nel senso che mentre proponeva o discute va qualche tema, nello stesso momento si dichiarava dispo nibile, pronto ad ascoltare. In un mondo di sordi era una proposta rivoluzionaria. Ma c’è di più, Mounier non fa ceva distinzioni né di gruppi né di chiese: egli credeva in effetti a una possibilità di scambi efficaci, concreti, a patto però che la posizione di disponibilità fosse accetta ta dalle due parti. Sarebbe grave errore credere a una frazione dimissionaria del suo spirito e qui sarà conveniente ritornare per un attimo sulla sua lunga contesa col comu nismo.
Mounier di una cosa era ben sicuro, che la nostra ci viltà fosse entrata in una crisi senza fondo, in una crisi che avrebbe trasformato il mon do. Il suo cristianesimo per tanto non gli si trasformava nelle mani per diventare un buon pretesto d’evasione o di rinuncia, al contrario sentiva che il posto del cristiano, ben lungi dall’essere quello dello spettatore o della vittima, do veva essere quello dell’attore, anzi del protagonista. Che è poi quello che ha fatto; per i vent’anni che è durata la sua lotta, Mounier lo abbia mo visto in prima linea: su bito contro il cristianesimo codificato e inerte, poi con tro l’Action Franí§aise, con tro Vichy e il nazismo e in fine â— negli anni del dopo guerra â— contro le nuove fe di, comunismo in testa. C’era però in questa sua condizione un atteggiamento del tutto di verso, nuovo anche per il cattolicesimo francese che era a quel tempo all’avanguar dia: Mounier non si appaga va né della polemica né del l’irrisione.
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Vicino a un Bernanos pote va a prima vista apparire co me uno dei tanti professori disponibili ma, a guardare bene, si faceva una curiosa sco perta: tutt’e due tenevano a un dato di fatto insopprimi bile, il dato metafisico e poi si finiva per intravvedere un’al tra cosa: la lotta di Mounier era più consistente, più effi cace e quindi testimoniava di una maggiore capacità di re sistenza. Chi cede alla vee menza della protesta subisce dei contraccolpi, un Mounier vinceva alla lunga, era â— il suo â— un discorso costante e infatti dura oltre il silen zio, dura nella luce della ve rità. Quale verità? Anche su questo punto dobbiamo esse re cauti: la fede Mounier non l’ha mai usata né come arma né come scudo ma sempre e soltanto come parola di sug gestione. E’ stato uno dei pri mi cristiani del secolo a cre dere di nuovo nell’efficacia del Verbo, del Verbo incarna to nelle nostre opere, nelle colpe, nelle omissioni, in tut to ciò che il cristianesimo in duemila anni non ha saputo fare. Nessuno è stato così conseguente come Mounier nella parte di accusatore ma ecco che leggendo la lunga lista dei nostri capi d’accusa finiva per mettere in luce an che le colpe degli altri e so prattutto per segnare le di stinzioni, le differenze e â— da ultimo â— i diritti della persona. Diritti dell’uomo e diritti della società: chi scor ra i titoli dei grandi numeri di Esprit vedrà che lo sguar do del Mounier non è stato né particolare né improvvisa to. Il quadro del nostro tem po era nella sua visione com pleto e per molti aspetti pro fetico. In vent’anni abbiamo continuato a consumare mo tivi che il Mounier aveva sa puto individuare da solo e preannunciare. La fine della società borghese, la crisi del la Chiesa, le chiusure del co munismo ufficiale e â— dopo â— tutti gli aspetti della no stra vita quotidiana: la scuo la, gli ospedali, le prigioni, ecc. Mounier aveva chiamato quasi tutti i problemi che hanno costituito poi e tuttora restano i punti nevralgici del la nostra situazione.
Abbiamo accennato appena al grande strumento del suo discorso, l’impegno: assai prima di Sartre e con ben altra umiltà, Mounier seppe fare dell’impegno una regola di vita. Resta â— questa â— la parte più ardua del suo insegnamento. Nessuno ha preso il suo posto e soprattutto ci è mancata la sua parola. Sa rebbe stato un prezioso pilota in questi ultimi anni di esaltazioni a freddo e di specula zioni sul disordine: avremmo avuto una parola non di pura intelligenza o di consolazione ma â— bensì â— di richiamo alla fedeltà cristiana da scontare giorno per giorno. Dal la stessa parte della Chiesa avremmo avuto in lui un te stimone libero e questa è la ragione per cui in un mo mento di così gravi lacerazio ni ci sembra che nessuno do po Mounier abbia più saputo comportarsi da cristiano, aper to alle ragioni del mondo ma inflessibile nel rispetto della fedeltà.