di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 13 luglio 1970]
Che teneri commenti, quali profondi sospiri, che intime confidenze! Come parlaste, o belle castellane! Raccontaste a un poeta le storie che poi diventarono le più belle del mondo. Il Casentino è per voi ancora benedetto, in nessun posto l’erba così riluce.
La valle dondola di rilevatezze, di piccoli colli, è un rimando di strofe. Lontane si ergono torno-torno le monta gne, nel largo abbraccio.
Da Firenze si arriva nel Ca sentino per il passo della Con suma. La grande conca ai tem pi di Dante era in dominio dei conti Guidi. I loro castelli erano posti sulle dolci rilevatezze del terreno, in vista uno dell’altro: il castello di Porciano, il castello di Pratovecchio, il castello di Poppi.
Le contessine, le ragazze in allegria giovanile, nelle matti ne di cielo limpido dalle alte torri tra loro si salutavano agitando nastri e fazzoletti.
Dante era in vaga parentela con gli Elisei, che erano amici dei Guidi, e questo forse fa vorì l’invito da parte dei si gnori del Casentino; ma il fatto sostanziale è che ormai Dante è conosciuto per le doti che possiede in ogni campo e chi è potente â— e dunque alle prese «con affari e quistioni â— è ben lieto di averlo vicino.
Entrare nelle case dei conti Guidi per Dante ha del pate tico; quanto da ragazzo ha sentito parlare del vecchio conte Guido â— dal quale poi di scesero tutti â— e di sua mo glie, la Gualdrada, rimasta buona e semplice anche se in sì alta posizione. I tempi di Guido Novello, il podestà di Firenze, di Guido Guerra, vi cario in Toscana di Carlo d’Angiò, erano quelli della se renità, dell’ordine, degli onesti costumi. Firenze non era an cora stata toccata dalla feb bre industriale, dal vortichìo di affari, dalla sete di com merci, non ancora invasa dalla folla forestiera, avida e corrotta.
Quante volte Dante aveva da ragazzo sentito dai vecchi parenti ricordare con nostalgia i conti Guidi. E adesso arri vava alle loro case, in Casen tino, dove ancora regnava il silenzio, la valle di un verde intenso, colline e montagne dense di foreste che di notte mugghiavano per il vento; e con facilità veniva in mente che laggiù, tra gli alberi più fitti, sul nudo sasso, pochi anni prima aveva dormito san Francesco e lì, alla Verna, sul le sue palme erano fiorite le stigmate.
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Dante rimane dai Guidi pa recchi anni. Le ore nella valle scorrono lente, le castellane uguali a prigioniere condan nate alle gravidanze, al ricamo. Quanti sogni repressi; una ossessione ogni giorno contemplare dalle finestre lo stesso paesaggio. Che sospiro l’arrivo di un poeta, che conosce il disegno, la musica, che ha scritto canzoni d’amore,
A Poppi, in uno dei castel li, c’è la figlia del conte Ugo lino; si è sposata con Guido di Battifolle.
Per tutta l’Italia era corsa la storia di suo padre, un si gnore condannato a morire di fame, lui che era riverito, indossava sete, la spada con l’elsa preziosa, servitori pron ti al suo cenno, e condannato alla pena del povero, del mi serabile, a morire di fame. Nei castelli, tra i signori, se ne era tanto parlato e a tratti sorgeva paurosa e segreta la domanda: « E anch’io dun que? anch’io potrei come il più povero degli uomini, co stretto a gridare pietà, implo rare un sorso, le briciole di un pane? »
« Essere rinchiuso in una prigione dalle pareti così spes se che la voce non travalica, invano urlare, il filo di luce dell’alta feritoia tutto ciò che proviene dal mondo? »
E si alzava anche il brivi do dell’ultima domanda: « E se ciò avvenisse di nuovo con i figli, i nipoti, ragazzi ignari di tutto? »
Non importava più quello che il conte Ugolino era stato, se umano podestà o tiranno di Pisa, se mediocre o valo roso comandante alla Meloria. Erano i giovanetti, i figli, i nipoti, che serravano i cuori.
La figlia del conte Ugolino è lì a Poppi, in uno dei ca stelli dei Guidi. Dante ha oc casione di incontrarla, intrat tenerla, è un cortigiano, un ospite che riceve incarichi di segretariato, rappresentanza, protocollo. A lungo parla con la Gherardesca, la figlia del conte, e spia nei suoi lineamenti l’ombra del padre, in dovina nella sua luce l’ingenuità di Uguccione e il Briga ta, i suoi fratelli. Gherarde sca narra i particolari della loro vita intima, come erano tra loro in casa, gli anni che il padre dominava Pisa e i pisani, e le ore di quei giorni, durante la prigionia, le lunghe pene, il sospetto che giganteggia, il sussurrio per la città. I servi che l’uno all’altro con fidano la pena decretata, la fame. Infine lo scoppio cru dele della verità.
Il castello di Poppi assomi glia al palazzo della Signoria a Firenze, è una sua copia rusticana; del resto è stato lo stesso Arnolfo di Cambio a rimaneggiarlo, a dargli veste in armonia con la campagna. Dalle sue finestre si vede l’Ar no ai primi passi, fantolino, limpido, le rive fresche di sor gente; avrà tempo a bere ve leno e odio passando da Fi renze, attraversando Pisa.
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C’è un’altra figlia poco di scosto, in un altro castello dei Guidi; è andata sposa a Salvatico Guidi di Dovadola. Si chiama Manentessa, suo padre era Buonconte da Mon- tefeltro, valoroso guerriero, capo degli aretini alla batta glia di Campaldino.
Dante lo vide avanzare tra le insegne alla testa delle schiere nemiche. Campaldino è lì, vicino a Poppi, pochi chilometri da Pratovecchio, una piana di poca vastità. Sulla destra e sulla sinistra si alzano brevi colline, e da una di queste venne giù Corso Donati con i suoi uomini, ri solvendo la battaglia.
Gli aretini titubarono sor presi, si scompigliarono, fu rono travolti. Ci fu la fuga, lo sgomento. Le luci della sera assistettero alla ferocia su quei vinti.
Buonconte era stato i ferito nella gola; e nessuno seppe più nulla di lui, del suo cor po, la sua spada, i suoi colori. Tutto si dissolse, sparì. Dove la figura del valoroso capo? dove seppellito? dove aveva trovato pace?
Dante è protetto dalle stel le; nel Casentino incontra e parla con chi è strettamente legato alle storie più belle. Manentessa è figlia di Buon conte, però lei poco si infiam ma per il padre, è distratta alle domande di Dante, vane sia, civetta; occupata da altre cure.
Dante è tenero, pietoso, an che feroce come un soldato sul campo; e sempre colpisce nel centro la realtà. Di fronte alla smemoratezza della figlia come non vedere Buonconte solitario, sanguinante nella go la, rimasto solo, senza nessuno vicino mentre è sulla soglia della morte? non contemplar lo mentre da se stesso prov vede a incrociarsi le braccia sul petto, mormorando il nome di colei che tutti salva?
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In un castello dei Guidi la Gherardesca, figlia del conte Ugolino; in un altro castello Manentessa, figlia di Buon conte da Montefeltro.
E un’altra donna c’è nel Casentino, anch’essa imparentata stretta con i Guidi. E’ la nuora di Aghinolfo.
Il suo nome è tale che ap pena lo si pronuncia, si incen dia la fantasia.
E’ la figlia di Paolo, Pao lo Malatesta. Suo padre fu l’amante di Francesca. Sorpre si dal fratello e marito; ed uccisi.
Questa vicenda correva per le contrade; nei castelli la si narrava con l’accento della passione, si sussurravano i precisi particolari, gli intimi, l’ora della sorpresa, in quale stanza, le spie, la spada che si insanguina, la nessuna di fesa.
I signori conoscono i rispet tivi segreti familiari e c’è tem po nei castelli a meditarli: d’inverno intorno ai grandi camini che ogni tanto franano le grosse braci, d’estate nei lunghissimi tramonti mentre la nostalgia di una vita diversa si mescola al profumo della campagna.
Dante accumula tutte le notizie; spesso chi narra è dello stesso sangue, lo stampo della famiglia.
E c’è un’altra donna in Ca sentino, forse la più bella, la più affascinante. Ancora sem bra muoversi per quella valle. Abitò il castello di Poppi, si affacciò a quelle finestre.
E’ la figlia di un re cortese, protettore della scienza e dell’arte, lui stesso poeta, la sua Corte fastosa come quelle di Oriente. E’ la figlia di Federico II; andò sposa a uno dei Guidi.
Figlia di Federico II, e quindi sorella di Manfredi.
Qui si fa d’oro la fantasia di Dante, che con avidità ascolta ciò che si tramanda, com’erano le fattezze, i gesti, le maniere, gli episodi tanto su di lei che sul fratello.
Manfredi sarà l’unico nella Commedia a essere descritto nei lineamenti, espressa la sua bellezza; i capelli biondi co me da giovane Dante, quando giocava sulle rive dell’Arno.