di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 6 aprile 1970]
La mattina del sei aprile di dieci anni fa moriva Orio Vergani, e dieci anni sono mol ti per un giornalista; per bra vo ch’egli sia stato si rischia di non ritrovar che ritagli in gialliti e immagini sbiadite: niente muore più presto che un articolo di giornale; non è forse questo che rende dolo rosa la nostra fatica? Sapere che per quanto cara ci sia costata â— d’ingegno, d’impe gno, di puntiglio, d’assillante gara col tempo segnato dal l’orologio della tipografia, di timore che il pubblico dica: basta, è invecchiato â— essa, nata il mattino, non vede la sera.
Mestiere sempre stato duro, oggi è durissimo. Ci si batte con i caratteri minuti del cor po 7 e del corpo 6 (il corpo 8 è già un lusso), contro la prepotente evidenza del video, la parola scritta contro l’im magine resa ancor più sug gestiva dalla parola parlata, le notizie si bruciano in un attimo, bisogna rimediare con una tecnica sempre migliore, sempre più moderna, con uo mini che del loro mestiere sap piano fare un’arte, commenta tori alla espressione della cui personalità la notizia non sia che un’occasione, inviati che in un mondo conosciuto ormai da tutti sappiano veder l’invisibi le, redattori che suscitino nel pubblico la curiosità di vedere come i fatti, già noti, già vi sti, verranno raccontati.
Ma siamo sempre lì. Il gior nale si chiama giornale appun to perché dura un giorno, il nostro lavoro è una fatica lun ga dai frutti effimeri, questo giornalismo nel quale chi ne sta fuori vede una quotidiana luminosa ribalta è invece scuo la di modestia e d’umiltà, ecco il motivo per il quale, a dieci anni dalla Sua morte, non sol tanto i colleghi del « Corriere », ma tutti i giornalisti italiani ricordano con gratitudine Orio Vergani, l’uomo, appunto, che di un mestiere seppe fare una arte, l’uomo che riscattò la no stra fatica compiendo il mira colo di renderla facile, leggera, elegante, madre di frutti che non durano solo un giorno: ar ticoli, voglio dire, che hanno la vita e la validità di un libro.
Non per nulla Vergani, una parte della cui fama è legata ai resoconti di tanti Giri d’Ita lia e di Francia, scrisse su Fau sto Coppi articoli d’una fre schezza e d’una primavera che dopo così lunghi anni non han perduto una foglia. Egli fu il Coppi del giornalismo. Come Fausto riscattò la fatica, il su dore, il fango dei suoi colleghi mutandoli nel piacere di un volo ad ali ferme sul Pordoi o sull’Izoard, così Orio mutò il nostro assillo quotidiano nella felicità d’un lavoro che gli fio riva dalle mani. Una primave ra continua â— dal 1926 al 1960 â— la quale non si spense, ap punto, che in primavera.
Ci fu chi lo disse un poli grafo. Uno che scriveva di tut to, di cronaca, d’arte, di lette ratura, di costume, di sport, perfino di cucina, senza dire dei racconti, delle novelle, dei libri, delle commedie, in virtù d’una facilità che, se aveva del prodigioso, andava però a dan no della profondità. Nulla di più sbagliato. Orio Vergani scrisse tanto perché scrivere era il suo naturale, compiuto, neces sario modo di esprimere quan to, dentro, aveva di palpitante, dirompente, sconfinata vita. Uomo di grande cultura â— dei diecimila libri che ricoprivano le pareti del grande studio dove dieci anni fa si andò a dirgli addio, non uno non letto â—, di estrema sensibilità, di curio sità che aveva del fanciullesco tanto era viva e disposta allo stupore, aggiungeva a questo la facoltà di giungere, con l’osser vazione dei fatti e degli uomi ni, ai particolari più minuti, quelli nei quali s’annidava il vero; ed era da questi che prendeva le mosse per quegli articoli pieni di respiro, caldi d’umanità e sempre sommessa mente vibranti d’una commozio ne che, se anche, per pudore, travestita d’ironia, si comuni cava ai lettori facendoli tutti suoi amici, suoi fratelli.
Il giornalismo scuola d’umil tà e di modestia. Di fronte a qualsiasi fatto, Orio Vergani sapeva mettersi nei panni del lettore più sprovveduto, lo pren deva per mano, gli faceva per correre strade che da solo mai avrebbe potuto tentare, gli apri va l’animo a sentimenti nuo vi, la mente a meravigliose sco perte. Se ne guadagnava così la gratitudine e l’amore. Questo il segreto. Se giornalisti e scrit tori furono quanto lui stimati ed ammirati, nessuno fu di lui più amato. Aveva il pubblico più vario e più vasto: ai suoi funerali convenne tutta Mila no, letterati, artisti, studenti, ma soprattutto popolo, quel po polo cui, pur così aristocratico, egli sapeva così bene parlare.
Sapeva parlare a tutti e di tutto grazie a un’intuizione che d’ogni fatto, d’ogni persona gli rivelava la verità essenziale, intorno alla quale si poteva anche lavorar di fantasia, ma una fantasia che mai tradiva, perché eccitata da una realtà, e sempre ad essa fedele, sem pre ad essa cònsona.
Della morte di Fleming, lo scopritore della penicillina, sep pe, chiamato dal giornale, una sera ch’era al Giro di Francia, chi non ha mai seguito il qua le non sa che cosa sia l’in ferno. Oggi c’è la telescrivente. Allora bisognava telefonare do po aver scritto in uno stanzo ne assordante nel quale due cento giornalisti pestavano tut ti insieme sui tasti delle mac chine, e lui solo, Vergani, scri veva a mano, in un angolo, se duto su uno sgabello o fuori, seduto su un gradino, lui il più illustre e il più modesto, tenen do i fogli sulle ginocchia, una scrittura minuscola e armonio sa, un sapore d’ottocentesca ele ganza in un carrozzone di zin gari o in un’officina di calde rai; le parole venivano facili e rapide, senza un’esitazione, sen za un pentimento, ma telefo narle era un’impresa massa crante anche per i giovani: quelle cuffie da suggeritore e nelle quali bisognava entrare con metà della persona per iso larsi dal frastuono, difficili le comunicazioni, un’ora d’attesa, pronto, pronto, Milano?, Mila no era lontana comela Luna, bisognava urlare per far capire la metà di quel che s’era scrit to, e voi capite come dovesse urlare Vergani il quale voleva che di quel che aveva scritto si capisse tutto, fino all’ultima virgola, e nella cuffia il caldo era di quaranta gradi, non po chi svenivano, questo era, allo ra, il Giro di Francia, e Ver gani, conla Suascrittura mi nuta ma con la grinta che sa peva sfoderare al momento op portuno, ne era il gigante.
La notizia di Fleming gli arrivò quand’era rauco e affranto per aver telefonato, e insieme alla notizia la richiesta d’un articolo. Non certo biografico, perché Vergani era lì, nell’of ficina dei calderai, dove non ci son, certo, enciclopedie, e di Fleming non sapeva altro se non che gli si doveva la sco perta della penicillina. Mi di rete: perché chieder l’articolo a Vergani preso in quell’inferno, non so se di Tour, di Brianí§on o di Luchon? Perché Vergani in queste cose era insostitui bile. Scrisse e telefonò non un articolo, ma una pagina di li bro dalla quale balzarono par ticolari della natura e della vi ta di Fleming ch’egli ignora va, ma che l’intuito gli dettò e che risultarono veri. La pa gina più umana e più commo vente che su Fleming sia sta ta scritta.
La mattina dopo, Orio ripre se, sveglio e attento come avesse trascorso la più tranquilla delle notti, la strada dei cicli sti, con un occhio ad essi ma l’animo all’infinito mondo di osservazioni, di impressioni, di ricordi, di malinconia che la vista dei luoghi gli suscitava.
Soprattutto di malinconia. Un sentimento che lo accom pagnò per tutta la vita, che nel le conversazioni, nelle quali era brillantissimo, sapeva nascon dere, ma scrivendo no, non c’è bell’articolo di Vergani, e ne scrisse migliaia, in cui, qualun que sia l’argomento, essa non affiori. Vedete? Parlo al presen te, perché è come se li avesse scritti ieri, caro Vergani che hai riscattato la nostra fatica, illuminato di genio il nostro me stiere, miracolosamente prolun gato di anni la vita effimera di un articolo di giornale.
Commenti
3 risposte a “Orio Vergani. Un giornalismo senza rughe”
Io AMO Orio Vergani, quest’uomo dotato di una scrittura straordinaria, di un calore umano e di una pietas unici e mai più ritrovati in nessun altro scrittore, che fanno di lui un vero poeta, perché la Poesia non sta solo nelle poesie. Ho letto tutti i suoi libri, ma devo dire che i suoi romanzi sono una cosa molto minore rispetto ai diari e ai resoconti dei suoi viaggi in Africa. Ho solo un desiderio: che qualche editore illuminato raccolga e pubblichi tutti gli articoli scritti da questo gigante della penna e del cuore. Ciao Orio, se esiste un aldilà, sarò felice di sedermi attorno al fuoco con te e sentire dalla tua bocca gli infiniti aneddoti e ricordi della tua vita. Questo sarà veramente il mio Paradiso. :wink:
Grazie, Luciano, del tuo contributo.
Mi scuso, ma mi inserisco in questo spazio per chiedere a Luciano, o a chiunque altro sia in ascolto, notizie riguardo il racconto breve “L’etica del contrabbasso” di Orio Vergani, che ho potuto trovare in rete solamente in lingua spagnola. ( L’etica del contrabajo, Ed. Grano de arena Madrid, Barcelona 1942 )
Esiste una versione in italiano ?
Dove posso trovarla ?
Ringrazio sentitamente quanti sappiano dirmi qualcosa riguardo questo gradevolissimo scritto del nostro Orio.
Massimo