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LETTERATURA: I MAESTRI: Pastonchi, una vita sul ritmo dei sonetti

19 Febbraio 2012

di Cesare Angelini
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 15 giugno 1970]

Non so se Francesco Pastonchi oggi, a meno di vent’anni dalla morte, ha ancora due lettori. Uno potrei essere io, rimasto fedele non a una sua ¬ę eredit√† ¬Ľ poetica che non c’√®, ma al ricordo patetico di un uomo che visse solo per la poesia, facendone in proprio e comunicandoci, come dicito ¬≠re, quella degli altri. La poesia gli stette addosso e intorno come l’aria. Il secondo, se do ¬≠vessi indovinarlo, farei il nome di Franco Antonicelli, poeta e fine lettore di poeti, aperto a cogliere l’aria del tempo pre ¬≠sente ma disposto a una uma ¬≠nissima pietas verso chi ci ha preceduto lasciandoci quel suo po’ di bene; che anche questo appartiene alla civilt√† lettera ¬≠ria. Alcune delle pagine pi√Ļ cordiali sul Pastonchi (e ne ebbe da critici come Cecchi, Momigliano e Pancrazi) le ha scritte lui.
Un terzo lettore √® morto qualche anno fa, Manara Valgimigli, che un giorno leggendo II fiorire del pesco, ne parl√≤ con le parole che adoperava per i suoi greci, e lo disse uno dei sonetti pi√Ļ belli della nostra letteratura ¬Ľ.

Il mio ricordo del Pastonchi √® legato a un momento della mia fanciullezza quando, sul finire del ginnasio, lessi Belfonte, uscito appunto in quel 1903 coi tipi subalpini dello Streglio, un volume di settan ¬≠tasei sonetti che, nella loro limitata ispirazione, si svolge ¬≠vano in una chiara pace d’orti, con la freschezza del primo taglio dell’erba, e in me, campagnoletto acerbo, aiutarono il sentimento delle cose vicine e dintorno: l’acqua, il pane, l’ara ¬≠tro, l’albero in ascolto, il na ¬≠scere della Luna, l’allegria del ciliegio, il volto dei mesi, e quel bellissimo pesco che ¬ę se i fiori ancor non osa √Ę‚ÄĒ pure visibilmente gi√† li spera ¬Ľ. In quei giorni il Pastonchi, solleticando la mia ambizione di aspirante alla poesia, rischi√≤ di essere la mia metrica e la mia poetica (¬ę Splenda il so ¬≠netto… ¬Ľ) e anch’io mi misi a chiudere in rime di sonetti le voci dei miei sentimenti, scri ¬≠vucchiandone un po’ per tutto, sul quaderno di scuola, sul muro di casa, sul guscio delle uova, e la sera mia madre, rompendole per la cena, sbat ¬≠teva uova e sonetti.

Ma in quei primi anni del secolo, che erano quelli del declino del Carducci e i mo ¬≠menti solari del Pascoli e del D’Annunzio, l’Italia ancora provinciale vide una promet ¬≠tente fioritura di poeti minori. Col Pastonchi, c’era Giovanni Cena, della scuola torinese del Graf; c’era il Bertacchi che cantava con la stessa facile commozione lo stupore delle Alpi e il calendimaggio socia ¬≠lista; c’era il Bontempelli che scriveva odi e egloghe autunnali di schietto sapore classi ¬≠cista. Il ticinese Francesco Chiesa costruiva poemi lucreziani, avendo a strofe il sonet ¬≠to. A Cesenatico, con la voce d’un organetto di Barberia, Marino Moretti annunciava la prima poesia crepuscolare; e a Bologna il Lipparini cercava la grazia coi Canti di Melitta. C’era il Siciliani, il Govoni√Ę‚ā¨¬¶ Pascoli e D’Annunzio guidava ¬≠no il coro.

Al quale apparteneva s√¨ e no Guido Gozzano che, presentato dal Pastonchi sul Corriere della Sera, trov√≤ subito un suo mondo e un suo modo, una sua atmosfera. C’ erano anche le donne,la Vivanti,la Guglielminetti,la Aleramo e, pi√Ļ vicina di tutte, Ada Negri.
Un vero deposito di poesia o soltanto di versi? Certo si trattava di gente che era stata a scuola dalle Muse (una scuo ¬≠la allora ancora aperta) dalle quali aveva imparato a co ¬≠noscere ¬ę gli strumenti ¬Ľ del ¬≠l’arte e, insomma, il mestiere. (Ancora segreti erano i fermen ¬≠ti provocatori della poesia anti ¬≠tradizionale, che segner√†, con Ungaretti e i suoi, ¬ę un voltar pagina ¬Ľ della poesia.)

Nel confronto, il Pastonchi era quello che aveva pi√Ļ tempe ¬≠ramento, poeta per naturale dono, e avrebbe potuto eccel ¬≠lere se si fosse difeso da un parnassianesimo che rischi√≤ di soffocarne le qualit√† native; come mostr√≤ poi, avanzando negli anni e nelle prove instan ¬≠cabili e caparbie. Pensiamo, che le compendia tutte, il Randagio, poema autobiografico in 365 sonetti √Ę‚ÄĒ sonetti per un anno √Ę‚ÄĒ pubblicato nel 1921; l’anno che conobbi il poeta di persona al Convegno di Milano, in quella via Borgospesso dove, al richiamo di Enzo Ferrieri, conveniva il meglio dei letterati italiani e stranieri; e dove il Pastonchi capitava ogni gioved√¨ con Carlo Linati o con Ugo Bernasconi, scendendovi da Cant√Ļ, scelta come sua di ¬≠mora brianzola.

Al Convegno (una rivista e un movimento che non √® lecito dimenticare) il Pastonchi fu soprattutto il dicitore di poesia, dai canti della Commedia al Carducci, al Pascoli, al D’An ¬≠nunzio e, cedendo alle insisten ¬≠ze del pubblico, a qualche suo sonetto. Il dicitore √Ę‚ÄĒ bella voce, orecchio educato, gesto misurato √Ę‚ÄĒ aiutava a capire il poeta Pastonchi, alla cui sapienza metrica non sfuggiva nessun segreto del ritmo, n√© d’una pausa silenziosa, n√© il sibilo di un quilisma, cavando belli effetti anche da combina ¬≠zioni volutamente ambigue. Qualcuno dice che il dicitore nocque al poeta, impegnandolo nella declamazione dei puri valori formali, esteriori, a danno dell’intimit√†. Come dire che Pastonchi, anche quando scri ¬≠veva, finiva per essere il dicitore di se stesso, l’attore.

Questo scambio d’ufficio si nota nei componimenti che po ¬≠tremmo anche dire perfetti, ma d’una perfezione inerte a forza d’essere cantata, raffinata, ascoltata. E il lettore non resi ¬≠ste al fastidio di questo letteratissimo e querulo sonettaio; che dice d’aver scritto un ¬ę poema autobiografico ¬Ľ, ma lui dov’√®? dov’√® il riflesso dell’uomo che guarda dentro se stesso per trovare le ragioni della propria umanit√†? Il poema √® una continua invocazione all’anima; ma l’anima non √® che un og ¬≠getto del suo ¬ę guardaroba ¬Ľ poetico e delle sue ambigue ricchezze.

Eppure anche in Randagio √® possibile trovare bei versi (e taluno bellissimo) e belle im ¬≠magini e momenti di commo ¬≠zione poetica: un fiorire di grazia che fa pensare alle sue origini innocenti. E’ quando il poeta si libera dall’inganno di Calipso e dalla mondanit√† delle metropoli, e torna a ispirarsi alla pace dei campi, alla purit√† dei cieli e dei monti, al dolce volto della sua terra ligure, che non √® un approdo idillico ma una ascensione dello spiri ¬≠to. Allora cadono i falsi impre ¬≠stiti d’annunziani, le rime tor ¬≠nano trasparenti e leggere, ed egli ritrova quella serenit√† contemplativa che √® il fondo eti ¬≠co dei suoi momenti migliori, il resto della fortuna che ha dis ¬≠sipato.

Nel 1931 apparvero i Versetti, per i quali i critici parlarono di un nuovo Pastonchi. E qual ¬≠cosa di nuovo realmente si mo ¬≠veva; gli stessi versi brevi, ra ¬≠pidi, aiutavano la novit√† di uno scrivere pi√Ļ svelto, pi√Ļ scarni ¬≠to; e certi dolenti rimpianti che toccavano l’uomo e la sua condizione mortale.

Certo anche qui i suoi doni sono pi√Ļ di arte che di inven ¬≠zione, e acuto √® il suo tormento di perfezione formale: Formam reformat artifex. Ma c’√® una nettezza di visioni, un nitore d’arie e di cieli, quasi fragili veli di un aldil√†. Vedete Messa prima, il Cacciatore, Primave ¬≠ra viene… E se, parlando della loro misura e del loro sapore, nominassimo Orazio e la fonte Bandusia, nomineremmo il poeta che egli ha tradotto con l’impegno e l’aspirazione d’un classico.

Abbiamo gi√† contato i lettori che oggi rimangono al Pastonchi: tre, due… Pure egli vive ancora in quelle valide testimonianze che sono le Antologie scolastiche √Ę‚ÄĒ l’ambizione di ogni scrittore √Ę‚ÄĒ con un paio di canzonette primaverili e cin ¬≠que o sei sonetti cavati da Belfonte, quegli stessi che han ¬≠no fatto compagnia al ragazzo di ginnasio nel 1903.

Il Pastonchi mor√¨ nel 1953; ma prima s’era dettata l’epi ¬≠grafe : Francesco Pastonchi, poeta.
Niente da dire. Poesia è an ­che amore di poesia.


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Bart