Pastonchi, una vita sul ritmo dei sonetti

di Cesare Angelini
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 15 giugno 1970]

Non so se Francesco Pastonchi oggi, a meno di vent’anni dalla morte, ha ancora due lettori. Uno potrei essere io, rimasto fedele non a una sua « eredità » poetica che non c’è, ma al ricordo patetico di un uomo che visse solo per la poesia, facendone in proprio e comunicandoci, come dicito ­re, quella degli altri. La poesia gli stette addosso e intorno come l’aria. Il secondo, se do ­vessi indovinarlo, farei il nome di Franco Antonicelli, poeta e fine lettore di poeti, aperto a cogliere l’aria del tempo pre ­sente ma disposto a una uma ­nissima pietas verso chi ci ha preceduto lasciandoci quel suo po’ di bene; che anche questo appartiene alla civiltà lettera ­ria. Alcune delle pagine più cordiali sul Pastonchi (e ne ebbe da critici come Cecchi, Momigliano e Pancrazi) le ha scritte lui.
Un terzo lettore è morto qualche anno fa, Manara Valgimigli, che un giorno leggendo II fiorire del pesco, ne parlò con le parole che adoperava per i suoi greci, e lo disse uno dei sonetti più belli della nostra letteratura ».

Il mio ricordo del Pastonchi è legato a un momento della mia fanciullezza quando, sul finire del ginnasio, lessi Belfonte, uscito appunto in quel 1903 coi tipi subalpini dello Streglio, un volume di settan ­tasei sonetti che, nella loro limitata ispirazione, si svolge ­vano in una chiara pace d’orti, con la freschezza del primo taglio dell’erba, e in me, campagnoletto acerbo, aiutarono il sentimento delle cose vicine e dintorno: l’acqua, il pane, l’ara ­tro, l’albero in ascolto, il na ­scere della Luna, l’allegria del ciliegio, il volto dei mesi, e quel bellissimo pesco che « se i fiori ancor non osa â— pure visibilmente già li spera ». In quei giorni il Pastonchi, solleticando la mia ambizione di aspirante alla poesia, rischiò di essere la mia metrica e la mia poetica (« Splenda il so ­netto… ») e anch’io mi misi a chiudere in rime di sonetti le voci dei miei sentimenti, scri ­vucchiandone un po’ per tutto, sul quaderno di scuola, sul muro di casa, sul guscio delle uova, e la sera mia madre, rompendole per la cena, sbat ­teva uova e sonetti.

Ma in quei primi anni del secolo, che erano quelli del declino del Carducci e i mo ­menti solari del Pascoli e del D’Annunzio, l’Italia ancora provinciale vide una promet ­tente fioritura di poeti minori. Col Pastonchi, c’era Giovanni Cena, della scuola torinese del Graf; c’era il Bertacchi che cantava con la stessa facile commozione lo stupore delle Alpi e il calendimaggio socia ­lista; c’era il Bontempelli che scriveva odi e egloghe autunnali di schietto sapore classi ­cista. Il ticinese Francesco Chiesa costruiva poemi lucreziani, avendo a strofe il sonet ­to. A Cesenatico, con la voce d’un organetto di Barberia, Marino Moretti annunciava la prima poesia crepuscolare; e a Bologna il Lipparini cercava la grazia coi Canti di Melitta. C’era il Siciliani, il Govoni… Pascoli e D’Annunzio guidava ­no il coro.

Al quale apparteneva sì e no Guido Gozzano che, presentato dal Pastonchi sul Corriere della Sera, trovò subito un suo mondo e un suo modo, una sua atmosfera. C’ erano anche le donne,la Vivanti,la Guglielminetti,la Aleramo e, più vicina di tutte, Ada Negri.
Un vero deposito di poesia o soltanto di versi? Certo si trattava di gente che era stata a scuola dalle Muse (una scuo ­la allora ancora aperta) dalle quali aveva imparato a co ­noscere « gli strumenti » del ­l’arte e, insomma, il mestiere. (Ancora segreti erano i fermen ­ti provocatori della poesia anti ­tradizionale, che segnerà, con Ungaretti e i suoi, « un voltar pagina » della poesia.)

Nel confronto, il Pastonchi era quello che aveva più tempe ­ramento, poeta per naturale dono, e avrebbe potuto eccel ­lere se si fosse difeso da un parnassianesimo che rischiò di soffocarne le qualità native; come mostrò poi, avanzando negli anni e nelle prove instan ­cabili e caparbie. Pensiamo, che le compendia tutte, il Randagio, poema autobiografico in 365 sonetti â— sonetti per un anno â— pubblicato nel 1921; l’anno che conobbi il poeta di persona al Convegno di Milano, in quella via Borgospesso dove, al richiamo di Enzo Ferrieri, conveniva il meglio dei letterati italiani e stranieri; e dove il Pastonchi capitava ogni giovedì con Carlo Linati o con Ugo Bernasconi, scendendovi da Cantù, scelta come sua di ­mora brianzola.

Al Convegno (una rivista e un movimento che non è lecito dimenticare) il Pastonchi fu soprattutto il dicitore di poesia, dai canti della Commedia al Carducci, al Pascoli, al D’An ­nunzio e, cedendo alle insisten ­ze del pubblico, a qualche suo sonetto. Il dicitore â— bella voce, orecchio educato, gesto misurato â— aiutava a capire il poeta Pastonchi, alla cui sapienza metrica non sfuggiva nessun segreto del ritmo, né d’una pausa silenziosa, né il sibilo di un quilisma, cavando belli effetti anche da combina ­zioni volutamente ambigue. Qualcuno dice che il dicitore nocque al poeta, impegnandolo nella declamazione dei puri valori formali, esteriori, a danno dell’intimità. Come dire che Pastonchi, anche quando scri ­veva, finiva per essere il dicitore di se stesso, l’attore.

Questo scambio d’ufficio si nota nei componimenti che po ­tremmo anche dire perfetti, ma d’una perfezione inerte a forza d’essere cantata, raffinata, ascoltata. E il lettore non resi ­ste al fastidio di questo letteratissimo e querulo sonettaio; che dice d’aver scritto un « poema autobiografico », ma lui dov’è? dov’è il riflesso dell’uomo che guarda dentro se stesso per trovare le ragioni della propria umanità? Il poema è una continua invocazione all’anima; ma l’anima non è che un og ­getto del suo « guardaroba » poetico e delle sue ambigue ricchezze.

Eppure anche in Randagio è possibile trovare bei versi (e taluno bellissimo) e belle im ­magini e momenti di commo ­zione poetica: un fiorire di grazia che fa pensare alle sue origini innocenti. E’ quando il poeta si libera dall’inganno di Calipso e dalla mondanità delle metropoli, e torna a ispirarsi alla pace dei campi, alla purità dei cieli e dei monti, al dolce volto della sua terra ligure, che non è un approdo idillico ma una ascensione dello spiri ­to. Allora cadono i falsi impre ­stiti d’annunziani, le rime tor ­nano trasparenti e leggere, ed egli ritrova quella serenità contemplativa che è il fondo eti ­co dei suoi momenti migliori, il resto della fortuna che ha dis ­sipato.

Nel 1931 apparvero i Versetti, per i quali i critici parlarono di un nuovo Pastonchi. E qual ­cosa di nuovo realmente si mo ­veva; gli stessi versi brevi, ra ­pidi, aiutavano la novità di uno scrivere più svelto, più scarni ­to; e certi dolenti rimpianti che toccavano l’uomo e la sua condizione mortale.

Certo anche qui i suoi doni sono più di arte che di inven ­zione, e acuto è il suo tormento di perfezione formale: Formam reformat artifex. Ma c’è una nettezza di visioni, un nitore d’arie e di cieli, quasi fragili veli di un aldilà. Vedete Messa prima, il Cacciatore, Primave ­ra viene… E se, parlando della loro misura e del loro sapore, nominassimo Orazio e la fonte Bandusia, nomineremmo il poeta che egli ha tradotto con l’impegno e l’aspirazione d’un classico.

Abbiamo già contato i lettori che oggi rimangono al Pastonchi: tre, due… Pure egli vive ancora in quelle valide testimonianze che sono le Antologie scolastiche â— l’ambizione di ogni scrittore â— con un paio di canzonette primaverili e cin ­que o sei sonetti cavati da Belfonte, quegli stessi che han ­no fatto compagnia al ragazzo di ginnasio nel 1903.

Il Pastonchi morì nel 1953; ma prima s’era dettata l’epi ­grafe : Francesco Pastonchi, poeta.
Niente da dire. Poesia è an ­che amore di poesia.

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