di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 8 aprile 1969]
La capitale del Kenya, Nai robi, è nata da un largo e sontuoso impianto urbanistico di parchi e giardini privati e pubblici, favorito dalla vasti tà dei terreni disponibili e dal la lussuriante fecondità flo reale ed arborea degli altipia ni dell’Africa Orientale.
Freschi e folti come in In ghilterra, i prati in città, i pa scoli in campagna, hanno va stità sconfinate, tutte africane; coltivazioni come quella degli eleganti alberelli del caffè e del cotone, dei freschi arbusti del tè, dei folti bananeti e dei frutteti varii, sono floride e nu merose, dovunque lo consen te il paese di originaria for mazione vulcanica eruttiva ed esplosiva, che alterna vaste plaghe steppose più o meno desertiche ed ampie estensio ni ubertose, a pascolo e a col tura, fittamente popolate.
Tanto più sconcertante, e sulle prime non riconoscibi le, è la sensazione, dominan te, della assenza di case e di edifizi in muratura: è come leggere una più complessa as senza, della storia, in un’im pressione che si fa più specifi ca e più paradossale nel fatto che essa vien prodotta, più che dai luoghi inabitati e in colti, da quelli popolosi e col tivati.
E’ che l’africano nativo, ori ginario, come non conobbe, dai primordi a tempi recenti, l’arte della scrittura, così non praticò quella della muratu ra: non mise mai pietra su pietra, né fissò in monumen ti durevoli i fuggitivi ricordi di uomini e d’eventi.
Appena usciti da Nairobi, s’incontra il genere di costru zione prediletta dai nazionali: la capanna di struttura e ma teria vegetale, creata da una predilezione naturale e natu ristica, tradizionale ed istin tiva, che non desidera, anzi rifiuta come una servitù, la stabilità dei materiali e delle costruzioni durature.
Mi si dice che proprio la popolazione prossima alla cit tà, fino ad anni recenti, pre feriva generalmente la vita del nucleo famigliare unico, in ca panne solitarie, isolate. Indot ta da più motivi, anche belli ci, a raccogliersi in villaggi, ora ci vive pacificamente, ma non gradisce che il viaggiato re vi porti la sua turistica curiosità. Questa ritrosia, non priva di una sua fierezza, è apprezzabile, e dice qualcosa di meglio e di più, al viag giatore che scorge tali villag gi dalla strada maestra senza fermarcisi, di quanto gli di rebbero a entrarvi con la sua futile curiosità.
Le strade maestre appaio no disegnate a varcar le gran di distanze più che a collega re abitati stabili preesistenti; seguono, le maggiori, la linea lunga delle piste carovaniere; le minori, l’andare erratico del sentiero pedonale.
Un tratto della grande stra da fra il Kenya e l’Uganda, da Nairobi a Kampala, fu co struito da italiani prigionieri di guerra nella campagna del l’Africa Orientale Italiana del ’40 e ’41, trasferiti dall’Etio pia al Kenya. E’ il tratto in cui la strada scende verso quel l’avvallamento di continentali dimensioni chiamato « Great Rift Valley »; e ci si vede la mano, il taglio, il fare, l’ar chitettura stradale nostrana; e fra due delle sue svolte pano ramicamente stupende sul fon do e sui margini della immen sa frattura geologica, quei compatrioti provati da dura guerra disperata e dalla sempre penosa prigionia, scelse ro una piega del terreno di screta, amena di un senso di idillico raccoglimento apparta to, per erigervi una chiesetta e un suo minuscolo campanile. E’ come la firma del loro lavoro, in un affettuoso pen siero alla patria lontana in tempi di sventura, e di devo zione religiosa. E tanto come costruzione, quanto come me moria e pensiero, in un paese nel quale la natura è tanto pre ponderante sulla storia, la chiesetta degli italiani spicca in ogni senso, e commuove e dà a pensare, sull’orlo della « Rift Valley », grandioso fe nomeno di natura.
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Verso l’alta montagna che ha dato il suo nome al Kenya, carità di patria e di religione e di umanità ha raccolto nel sacrario di Nyeri, chiesa-ossario, le salme dei defunti negli anni di quella prigionia. Durò più anni, ed essi sono molti, benché fosse, a quanto ho sentito, una prigionia non ves satoria e relativamente con fortevole. Ma è che la prigio nia è di per sé una condi zione di profondo disagio, in un insorgere e insistere di in quietudini e impazienze e smanie che diventano anche ossessive e morbose in una sorta di ammalato languor di noia, di disperazione, d’insof ferenza, e d’inedia morale e fisica, non che d’insonnia tor mentosa. Se non è vera malattia, però dispone alle malattie: come ho detto, sono, quei morti in prigionia, in nu mero rilevante.
E in rilevante numero, fra le iscrizioni mortuarie sui loculi dell’ossario, ricorre la qualifica di « ignoto ». E’ toccante a leggersi, patetica, per ché l’immaginazione corre ai paesi, alle famiglie, alle attese, mesi ed anni, ansiose e vane, finalmente concluse nella squallida notizia: « disperso »; oppure nel silenzio d’ogni no tizia. « Ignoto », sembra come dire dimenticato da tutti, sen za nessuno al mondo.
Il santuario è custodito e officiato dai Padri della vicina missione della Consolata, fio rente e ubertosa in ogni sen so, tanto spirituale che prati co, del suo magistero eccle siastico e scolastico e sanita rio e agricolo, con un ospe dale servito da medici e in servienti laici di missionaria vocazione, con una florida co lonia agricola, con un mona stero di monache: sicché c’è pienezza di vita religiosa sì attiva che contemplativa. Un Padre, da più di trent’anni in Africa, discorrendo degli indigeni, dice che anche « pa gani » e prima che convertiti, non concepiscono che si pos sa offendere il Creatore e Ret tore di tutte le cose, e igno rano la bestemmia. L’accento e il volto, nel dirlo, esprimo no ciò che significa servire il Signore in letizia.
Nel santuario, con gli altri defunti in prigionia, è sepolto Amedeo di Savoia Duca d’Ao sta, Viceré dell’Africa Orien tale Italiana fino alla battaglia dell’Amba Alagi e alla resa con l’onore delle armi per lui e per i suoi valorosi soldati, il 18 maggio del ’41, ultima giornata di una guerra senza speranza. La tomba, fra que gli umili loculi modesta, col suo ritratto in fotografia mi ricorda d’averlo conosciuto. Se non è, ma non credo che sia, un inganno della mente, in un ringorgo della memoria, mi riporta in Carso, altri tempi, sul Lago di Doberdò, prima vera del ’17, giovane io, clas se del ’91, giovanissimo lui, del ’98, come dice la lapide. Un animoso e allegro ufficia le d’artiglieria da campagna, che portava con elegante age volezza la sua qualità di principe: e io ero lì a prepa rare la postazione di una bat teria di grosso calibro, che se fosse stata collocata in quella posizione avanzata, dava a prevedere che non vi avreb bero avuto lunga vita i miei e gli attigui suoi pezzi. Ma la guerra e il mondo avevano a quei tempi la nostra età.
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Nairobi, nella sua varietà edilizia e di genti africane e asiatiche ed europee, di colo re e bianche, di vesti e costu mi diversi, basta mezz’ora su un mercato o sulla strada per cavarne l’immagine viva del la comunità di stirpi e di col ture in cui il mondo odierno fa presagire quello di doma ni. Ed ecco che in un giardi no pubblico, assai modesto e negletto, dove un pubblico di frequentatori proletari siede in circoli sull’erba dei prati, in tento a giuocare e veder giuocare a carte, scopro, anch’essa trascurata, una modesta statua di marmo bianco, che indossa e regge abiti e insegne regie e imperiali; e d’altronde vi ravviso il piglio del capo e le fattezze di Vittoria Regina e Imperatrice: di quella che vi vente impersonò, si può dire, il simbolo dell’egemonia mon diale, non che britannica, eu ropea, e di ciò che Kipling chiamava missione dell’uomo bianco, non senza enfasi.
Una statuetta più ignorata che tollerata, più dimentica ta che trascurata: e la storia che abbiamo vissuta dai gior ni che Vittoria regnava, e non che Britannia, Europa, gover navano mare e terra, mi si fa in mente decrepita: ha l’età delle cose che si son viste finire, tante che sgomentano.
Commenti
2 risposte a “Qualche presagio e ricordi molti”
sarebbe mio desiderio visitare il loculo ove riposa mio padre, deceduto il 26.09.1942 grazie.
Le auguro di potercisi recare.