di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 28, giovedì 13 luglio 1967]
Mi chiedo perché la morte di un pugile come Primo Carnera sul cui valore sussistono seri dubbi, abbia provo cato tanta commozione. Dal suo ritorno in Italia, col viso scavato dal male, Carnera è stato seguito con ansia da mi lioni di suoi connazionali. Ci si interrogava sulla natura della malattia; si sperava che non fosse tale da impedire una guarigione; si mostrava un’ingenua fiducia negli effet ti benefici dell’aria di casa. Infine, proprio il giorno in cui nel suo paese si festeggiava non so quale ricorrenza, la notizia della fine, « l’é muart », che ha gettato un’ombra su quegli italiani che erano giovani o addirittura ragazzi al tempo delle sue imprese vittoriose e delle sue sconfitte.
Contemporaneamente al gigante di Sequals è morta, vi cino a Nuova Orleans, in circostanze drammatiche, un’at trice, Jayne Mansfield, nota più per la natura esuberante e la vita agitata che per la bravura. Anch’essa un prodotto della pubblicità, come lo fu, a suo tempo (in proposito pare che siano tutti d’accordo) Carnera. Anch’essa un simbo lo, più che una realtà. E com’era giusto i giornali hanno dedicato un grande spazio all’avvenimento. Ma l’impres sione lasciata in Italia da questa morte non può essere as solutamente paragonata all’altra; profonda, capace di muo vere ricordi e pensieri che sono carne e sangue della no stra vita individuale e collettiva, quella; fugace, appena in cisa negli strati più epidermici della commiserazione, que sta. Eppure Jayne Mansfield era una donna ancora giova ne e bella, trentatré anni, in grado per molto tempo ancora di occupare le cronache.
Non crè dubbio, la morte di Carnera ci ha così commos so perché il pugile friulano era per l’Italia, e ce ne siamo accorti soltanto oggi, un personaggio « storico », di quel li cioè che s’installano, in maniera duratura, oltreché nei ricordi e nelle fantasie dei singoli, nella memoria di un Paese, a rappresentarvi una parte. Se pensiamo agli anni in cui operò, fra il trenta e il quaranta, pochi altri in Ita lia gli stanno alla pari (sempre riferendosi all’immagina zione popolare) nel rappresentare un’epoca. E pochi altri italiani, forse Beniamino Gigli, ebbero anche all’estero tan ta notorietà. Uno solo lo supera: Mussolini. Attori entram bi avevano, ciascuno, uno speciale palcoscenico per rivol gersi al pubblico: un balcone e un quadrato di tavole fra le corde. Il repertorio in sostanza era lo stesso: la ricer ca della potenza, la favola del povero che vuole salire e sogna di rifarsi ai danni di chi lo umilia. Raggiungevano l’acme di comunicazione col pubblico il primo col grido che invocava la guerra, l’altro col cazzotto d’incontro che stendeva per il conto finale l’avversario. Che dietro la sce na, l’esibizione plateale, ci fosse ben poca consistenza (po che armi buone tutt’al più per le parate, una mascella di vetro, come si dice in gergo pugilistico, che non resisteva a un pugno ben dato), non turbava gli animi ingenui di chi assisteva allo spettacolo identificandosi col protago nista.
Sappiamo com’è finita la favola. Il giorno stesso in cui Mussolini pendeva pei piedi dal distributore di benzina in piazza Loreto (in vista anche ora di un gran pubblico eccitatissimo) Carnera stava diritto con i suoi duecentocinque centimetri di statura e centoventi chili di peso, spalle al muro, davanti ai mitra spianati dai partigiani del Friu li che volevano uccidere in lui un simbolo odiato. Lo salva rono per miracolo; e giustamente perché le sue colpe e re sponsabilità erano solo immaginarie.
Ora tutta questa storia di entusiasmi, furori, esaltazioni, trionfi effimeri, batoste reali e delusioni, ci torna confu sa alla mente. Ed eccoci alle lacrime: non tanto su Carnera quanto su noi stessi. Davanti agli occhi di ciascuno passa un lungo brano della nostra vita, della storia recente d’Ita lia; una storia che in fondo, a molti, non è affatto chiara.
E come potrebbe essere diversamente se l’incertezza sus siste anche sul conto di un Carnera? Era un vero campio ne o soltanto un gigantesco bluff? Il pugile, dopo la fine della sua carriera ebbe il tempo di rifarsi con una vita saggia, prima come membro ben pagato di compagnie di Catch, poi come commerciante in vini. In conclusione ri velò d’essere un buon padre di famiglia, un uomo pieno di buon senso borghese, di cuore, come afferma chi lo co nobbe. All’altro, intendo dire Mussolini, non fu data que sta occasione. Il mitra di Valerio gli tolse ogni possibilità. Se fosse vissuto, non è escluso che oggi, alla sua morte, dopo un ventennio di vita innocua e casalinga, non pochi avrebbero pensato di lui, come di Carnera: in fondo era un buon diavolo. E anche questo è un modo molto italia no di giudicare i fatti e le persone. La morte, nel nostro Paese, assolve tutti, ci si commuove, e la confusione con tinua.
Quanto alla Mansfield e alla scarsa presa che la sua fine ha avuto sulla nostra coscienza, benché fosse un’immagine stimolante del nostro tempo, di una certa furia di vivere, che cosa concludere? Che forse il nostro Paese non è quel lo che ci mostrano le apparenze. Autostrade, grattacieli, minigonne, avanguardie, sesso, droga, costituiscono più una vernice che altro. Nel fondo ci piace rivolgerci al pas sato più che all’avvenire. Queste due morti parallele ce ne danno la prova.