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LETTERATURA: I MAESTRI: Primo Carnera. Un personaggio storico

13 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 28, gioved√¨ 13 luglio 1967]

Mi chiedo perch√© la morte di un pugile come Primo Carnera sul cui valore sussistono seri dubbi, abbia provo ¬≠cato tanta commozione. Dal suo ritorno in Italia, col viso scavato dal male, Carnera √® stato seguito con ansia da mi ¬≠lioni di suoi connazionali. Ci si interrogava sulla natura della malattia; si sperava che non fosse tale da impedire una guarigione; si mostrava un’ingenua fiducia negli effet ¬≠ti benefici dell’aria di casa. Infine, proprio il giorno in cui nel suo paese si festeggiava non so quale ricorrenza, la notizia della fine, ¬ę l’√© muart ¬Ľ, che ha gettato un’ombra su quegli italiani che erano giovani o addirittura ragazzi al tempo delle sue imprese vittoriose e delle sue sconfitte.

Contemporaneamente al gigante di Sequals √® morta, vi ¬≠cino a Nuova Orleans, in circostanze drammatiche, un’at ¬≠trice, Jayne Mansfield, nota pi√Ļ per la natura esuberante e la vita agitata che per la bravura. Anch’essa un prodotto della pubblicit√†, come lo fu, a suo tempo (in proposito pare che siano tutti d’accordo) Carnera. Anch’essa un simbo ¬≠lo, pi√Ļ che una realt√†. E com’era giusto i giornali hanno dedicato un grande spazio all’avvenimento. Ma l’impres ¬≠sione lasciata in Italia da questa morte non pu√≤ essere as ¬≠solutamente paragonata all’altra; profonda, capace di muo ¬≠vere ricordi e pensieri che sono carne e sangue della no ¬≠stra vita individuale e collettiva, quella; fugace, appena in ¬≠cisa negli strati pi√Ļ epidermici della commiserazione, que ¬≠sta. Eppure Jayne Mansfield era una donna ancora giova ¬≠ne e bella, trentatr√© anni, in grado per molto tempo ancora di occupare le cronache.

Non cr√® dubbio, la morte di Carnera ci ha cos√¨ commos ¬≠so perch√© il pugile friulano era per l’Italia, e ce ne siamo accorti soltanto oggi, un personaggio ¬ę storico ¬Ľ, di quel ¬≠li cio√® che s’installano, in maniera duratura, oltrech√© nei ricordi e nelle fantasie dei singoli, nella memoria di un Paese, a rappresentarvi una parte. Se pensiamo agli anni in cui oper√≤, fra il trenta e il quaranta, pochi altri in Ita ¬≠lia gli stanno alla pari (sempre riferendosi all’immagina ¬≠zione popolare) nel rappresentare un’epoca. E pochi altri italiani, forse Beniamino Gigli, ebbero anche all’estero tan ¬≠ta notoriet√†. Uno solo lo supera: Mussolini. Attori entram ¬≠bi avevano, ciascuno, uno speciale palcoscenico per rivol ¬≠gersi al pubblico: un balcone e un quadrato di tavole fra le corde. Il repertorio in sostanza era lo stesso: la ricer ¬≠ca della potenza, la favola del povero che vuole salire e sogna di rifarsi ai danni di chi lo umilia. Raggiungevano l’acme di comunicazione col pubblico il primo col grido che invocava la guerra, l’altro col cazzotto d’incontro che stendeva per il conto finale l’avversario. Che dietro la sce ¬≠na, l’esibizione plateale, ci fosse ben poca consistenza (po ¬≠che armi buone tutt’al pi√Ļ per le parate, una mascella di vetro, come si dice in gergo pugilistico, che non resisteva a un pugno ben dato), non turbava gli animi ingenui di chi assisteva allo spettacolo identificandosi col protago ¬≠nista.

Sappiamo com’√® finita la favola. Il giorno stesso in cui Mussolini pendeva pei piedi dal distributore di benzina in piazza Loreto (in vista anche ora di un gran pubblico eccitatissimo) Carnera stava diritto con i suoi duecentocinque centimetri di statura e centoventi chili di peso, spalle al muro, davanti ai mitra spianati dai partigiani del Friu ¬≠li che volevano uccidere in lui un simbolo odiato. Lo salva ¬≠rono per miracolo; e giustamente perch√© le sue colpe e re ¬≠sponsabilit√† erano solo immaginarie.

Ora tutta questa storia di entusiasmi, furori, esaltazioni, trionfi effimeri, batoste reali e delusioni, ci torna confu ¬≠sa alla mente. Ed eccoci alle lacrime: non tanto su Carnera quanto su noi stessi. Davanti agli occhi di ciascuno passa un lungo brano della nostra vita, della storia recente d’Ita ¬≠lia; una storia che in fondo, a molti, non √® affatto chiara.

E come potrebbe essere diversamente se l’incertezza sus ¬≠siste anche sul conto di un Carnera? Era un vero campio ¬≠ne o soltanto un gigantesco bluff? Il pugile, dopo la fine della sua carriera ebbe il tempo di rifarsi con una vita saggia, prima come membro ben pagato di compagnie di Catch, poi come commerciante in vini. In conclusione ri ¬≠vel√≤ d’essere un buon padre di famiglia, un uomo pieno di buon senso borghese, di cuore, come afferma chi lo co ¬≠nobbe. All’altro, intendo dire Mussolini, non fu data que ¬≠sta occasione. Il mitra di Valerio gli tolse ogni possibilit√†. Se fosse vissuto, non √® escluso che oggi, alla sua morte, dopo un ventennio di vita innocua e casalinga, non pochi avrebbero pensato di lui, come di Carnera: in fondo era un buon diavolo. E anche questo √® un modo molto italia ¬≠no di giudicare i fatti e le persone. La morte, nel nostro Paese, assolve tutti, ci si commuove, e la confusione con ¬≠tinua.

Quanto alla Mansfield e alla scarsa presa che la sua fine ha avuto sulla nostra coscienza, bench√© fosse un’immagine stimolante del nostro tempo, di una certa furia di vivere, che cosa concludere? Che forse il nostro Paese non √® quel ¬≠lo che ci mostrano le apparenze. Autostrade, grattacieli, minigonne, avanguardie, sesso, droga, costituiscono pi√Ļ una vernice che altro. Nel fondo ci piace rivolgerci al pas ¬≠sato pi√Ļ che all’avvenire. Queste due morti parallele ce ne danno la prova.


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