Ritratto di Matilde

di Carlo Laurenzi
[da “La fiera letteraria, numero 1, giovedì 5 gennaio 1967]

Una delle più belle, riservate donne che io co ­nosca, Matilde, sta per raccogliere infine il premio del suo riserbo e della sua bellezza: sposa in autunno il figlio di un ambasciatore.

Ambasciatore, oggi può significare pochissimo. L’in ­flazione del numero di questi burocrati testimonia il declino mondano della diplomazia; ma il suocero di Matilde è senza dubbio l’uomo più ricco del suo Pae ­se, uno dei magnati del Sudamerica. Possiede pianta ­gioni, navi, e persino una fabbrica. La sua famiglia è nella politica da centotrent’anni, da quando l’oligar ­chia del Paese, in nome degli Immortali Princìpi, co ­stituì la Repubblica per liberare se stessa dal tribu ­to semestrale alla Corona di Spagna. Ci sono stati quattro Presidenti della Repubblica fra gli avi del fi ­danzato di Matilde. Il fidanzato di Matilde si chiama Jorge, è biondo, sportivo, riflessivo, timido, e non ha che venticinque anni, sei meno di Matilde. Ha studia ­to in Inghilterra, patria di sua madre, e ha giocato il polo col Duca di Edimburgo. Ha incontrato Matilde, a Roma, al di fuori dello schema sociale del proprio rango: a una mostra, durante il piccolo ricevimento che festeggiò il « vernissage ». Matilde non aveva rapporti sociali importanti ; la sua vita era quieta e saggia.

Sarebbe stato difficile, anche a chi avesse credu ­to di conoscerla bene, veder chiaro in Matilde, se cioè Matilde chiedesse qualche vantaggio nascosto alla vi ­ta (le nozze imminenti farebbero pensare che fosse così), o si appagasse di viverla con semplicità, come spesso sembrava. Ma era semplicità? Esistevano con ­traddizioni in Matilde. Nessuno era in grado, fonda ­tamente, di attribuirle una famiglia, o, nemmeno, un amore. Sapevamo che era « quasi » laureata in lettere, e che amava la pittura, non come può amarla un’in- tenditrice, ma piuttosto come una pittrice mancata: in sostanza, non dipingeva. Abitava sola, in una preziosa sopraelevazione, o soffitta, nella parte vec ­chia della città: una casa minuscola dai tappeti son ­tuosi, con qualche mobile di pregio, freddo, e uno scaffale di libri, dalle legature dorate. A proposito di questi libri, un tale, noto come maligno, mi riferì che, avendo tratto dallo scaffale un’opera di Pascal, s’era accorto che il titolo sulla costola e sul frontespizio non corrispondeva al volume: un vecchio romanzo di Dekobra era rilegato col nome di Pensèes di Pascal. Matilde possedeva molti e sobri gioielli, un’automo ­bile inglese, abiti di grande sartoria, che indossava con una sorta di sdegno. Al tempo stesso, non dispo ­neva di una cameriera. Parlava poco, e anche in ciò consisteva il suo fascino. Ceravamo abituati a lei (e qualcuno di noi si era forse innamorato di lei) non perché fosse, com’era, decorativa o bellissima, ma perché era discreta, dolce, indecifrabile, e triste. Sen ­za dircelo, eravamo persuasi che fosse poco intelli ­gente. Anche adesso, o soprattutto adesso, non so capi ­re che cosa si proponesse frequentandoci. Forse chie ­deva un alibi, o si concedeva un oblio. Forse, le inte ­ressava l’uomo maligno che smascherò lo pseudo-Pascal. E’ possibile che lo amasse; ma non parlò mai d’amore.

Recentemente, per un caso abbastanza romanze ­sco, ho saputo di che vivesse Matilde. Talvolta ave ­vamo sospettato (o meglio: supposto) la presenza di un protettore; la cosa non ci sarebbe apparsa scanda ­losa, in fondo, ma, in un certo modo, legittima, voglio dire letterariamente legittima. Se Matilde avesse avu ­to un protettore segreto, se si fossero succeduti nel ­la sua vita una serie di protettori nell’ombra, il per ­sonaggio di Matilde avrebbe assunto per noi l’aspet ­to delicato e patetico di una « cocotte » d’altri tempi, di un’epoca più civile e felice: saremmo stati grati a Matilde di non somigliare a certe attrici del cinema, in virtù delle quali le parole « protettore » e « pro ­duttore », tanto simili come suono, finiscono con l’iden ­tificarsi nel significato. Matilde aveva un modo genti ­le di sussurrare: « Più guardo un quadro, meno lo capisco ; meno lo capisco, più mi commuove ». Se an ­dava in vacanza, preferiva Gubbio a Capri ; una volta l’incontrai da sola, in un’ora inconsueta, quando nulla poteva farle sperare che qualcuno la notasse, nell’an ­tica chiesa di Santa Prassede. Dato che un uomo mantenesse Matilde, costei viveva con garbo una cau ­ta ventura ; in casa sua per esempio, come in una buona casa di cinquant’anni fa, si beveva sherry, non whisky. Ma la verità di Matilde era un’altra. Lo stru ­mento e, insieme, il simbolo del suo mestiere stava sotto i nostri occhi, muto nelle ore delle nostre visi ­te, e tuttavia pronto a rapirla, subdolo, padrone im ­placabile: il telefono sul tavolino da notte. Ricordo che, fin dalla prima visita, lo smascheratore di Pascal-Dekobra aveva detto: « Non si può essere del tutto entusiasti di Matilde. Avete osservato che il suo tele ­fono è rosa? ».

So bene che call-girl o « donna-squillo » è una delle parole più inquietanti, più tipiche del nostro tempo, più aspre, più dense di male. Non voglio giudicare Matilde ; la conosco, il suo peccato si stempera e quasi si perde nei suoi occhi miti ed azzurri, così familiari ; mi dimenticherò di lei, né sarò capace di indignarmi se la saprò vittoriosa. Ma il nostro è davvero un tem ­po durissimo se genera una perfezione meccanica e vile come la carriera della squillo. Una donna è agli ordini di un telefono ; generalmente non ha mai vi ­sto, non vedrà mai chi la chiama. Il comando può ve ­nire in qualsiasi momento e non si discute: l’efficien ­za dell’organizzazione riposa su tali cardini. In qua ­lunque momento, verso il luogo che le si indica, biso ­gna che la donna vada: l’uomo che sarà il suo com ­pagno di un’ora le è completamente ignoto; manca quel barlume di connivenza (di simpatia improvvisa, di attrazione forse non infame, una povera punta d’amore) che lega per un attimo alla donna di stra ­da l’uomo il quale la sceglie, l’attimo in cui la guar ­da negli occhi. Bisogna andare. Il compagno di un’ora è di solito anziano, per lo più un industriale, affettuo ­so e preoccupato, consapevole della propria colpa e della propria stanchezza. Il premio, per la donna, è alto. Nessuna condanna, a rifletterci, è più amara di questo premio; la professione di squillo è il verti ­ce, l’aristocrazia del mestiere.

Una qualche sciagurata grandezza segna la donna di marciapiede. In primo luogo, c’è in lei un sigillo di vittima; a parte le motivazioni sociali della sua di ­sfatta, non dimentichiamo che c’è sempre un uomo a spingere una donna sul marciapiede, a sfruttarla: ciò significa che, almeno all’inizio, questa donna misera ­bile è mossa dall’amore. Poi, non dimentichiamo il castigo: questa donna scenderà visibilmente in basso, sfiorirà, sarà presto vecchia e logora, testimonierà con la sua stessa presenza nelle sordide vie, come in un giudizio biblico, la realtà della dannazione. La squillo offre alla società problemi molto minori, giac ­ché il suo « reinserimento », come dicono, è quasi sempre sicuro. Infatti la squillo possiede un animo accorto. Nessuno, fra quanti la circondano, è al cor ­rente della sua perdizione. Nessun uomo l’ha spinta verso il peccato o le insidia i proventi del peccato. Un oculato desiderio di lucro è ciò che l’ha mossa. Quasi sempre ha conservato il proprio lavoro lecito o la propria dedizione sociale: nei casi (rari) in cui la polizia è riuscita a far luce sull’attività di organizza ­zioni del genere, si è constatato che le squillo era ­no indossatrici, attrici, impiegate, segretarie, persi ­no professoresse ; o mogli, accanto ai mariti agiati, rispettabili, e ignari. Quelle che non avevano un mari ­to, aspiravano a sposarsi presto. Tutte erano grazio ­se, ovviamente, e ben conservate: la loro età si aggi ­rava fra i trenta e i quarant’anni. Il mestiere di squil ­lo esige testa, e non si concilia, se non di rado, con l’impeto della giovinezza. Questa ipocrisia e questa freddezza, principalmente, racchiudono il male. Un al ­tro aspetto del male parrebbe consistere nella facile impunità: le squillo, si direbbe, non pagano quasi mai di persona. Ma questo è un discorso insicuro: quando una call-girl corona la propria vita sposando, come Matilde, un miliardario fiducioso, allora forse, a causa della paura del ricatto, a causa (non lo possiamo esclu ­dere) del rimorso, comincia la sua vita di pena.

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