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LETTERATURA: I MAESTRI: Russel, profeta della pace

24 Luglio 2014

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 4 febbraio 1970]

Dare un giudizio sul lavo ¬≠ro sterminato di Bertrand Russell o soltanto tentare di stabilire una linea del suo pensiero, sarebbe un’impresa impossibile e per molti aspetti vana. Non si riassume in unarticolo un’opera condotta per almeno settant’anni con prodigiosa ostinazione e con una passione, una partecipa ¬≠ne costante che ha ben pochi esempi nel nostro secolo. Che la passione sia stata la molla di questo prodigio di vitalit√† intellettuale √® ormai un luogo comune della critica, talch√© uno dei suoi interpreti pi√Ļ accreditati lo ha potuto definire ¬ę lo scettico appassio ¬≠nato ¬Ľ, ma nella passione conviene fare rientrare di pieno diritto tutti gli strumenti di un dialogo travolgente, dal paradosso alla provocazione, dal rovesciamento delle posizioni comuni all’invenzione che per molti aspetti teneva dell’arte letteraria (Russell √® stato nelle sue confessioni, nelle sue polemiche, nelle pagine autobiografiche uno scrittore finito, della famiglia dei grandi saggisti). Ma per capire da dove gli venisse questo furore della ricerca non dobbiamo saltare quella che √® stata la sua origine, la sua formazione tanto meno √Ę‚ÄĒ le grandi tappe della sua indagine che, grosso modo, vanno dai primi anni ¬† ¬† del ¬† ¬† secolo ¬† ¬† agli anni Trenta.

*

Nato il 18 maggio del 1872 da unagrande famiglia nobile, come spesso ci ha ricordato, √® stato ben presto afferrato dal desiderio di smontare le macchine dell’intelligenza che, volta per volta, gli lenivano sottoposte. Gi√† sul primo oggetto dellasua educazione, gli Elementi di Euclide, avverte la necessit√† di verificare ci√≤ che gli veniva sottoposto come legge, anzi verit√† assoluta. Educato in unambiente estremamente severo e religioso, cominci√≤ subito a chiedersi ragione delle norme che gli venivano raccomandate.

Efu cos√¨ che √Ę‚ÄĒ sia pure in una forma appena individuata √Ę‚ÄĒ prese a discutere e a dubitare delle ¬ę verit√† ¬Ľ imposte: fossero religiose, morali o scientifiche. Nel ¬† 1890arriva a Cambridge e in quel tempo egli ha la sua prima educazione filosofica che, secondo la moda del tempo, fu tutta kantiana.

La tesi sulle Basi della geometria risente di quel clima, ma mostra già in che maniera il giovane Russell sapesse impostare una ricerca autonoma.

Il distacco dalla lezione kantiana ed hegeliana sar√† consacrato nel 1898.Pochi anni dopo,un avvenimento che avrebbe contato molto nell’ambito della sua storia: il congresso filosofico di Parigi del 1900, ¬†conla conoscenza del nostro Giuseppe Peano. Da quella scossa il Russell riport√≤ un gran desiderio di rinnovamento e la decisione di inserire il proprio discorso sul terreno della matematica. Gi√† in quel famoso episodio i suoi (studiosi ebbero modo di riscontrare ¬† una ¬† delle grandi qualit√† del Russell: pensare con furia, con accanimento il proprio argomento in modo che al momento di render con ¬≠to dei risultati non ci fosse da fare altro che trasferire sulla carta il frutto della ri ¬≠cerca.

Nacquero cos√¨ i Principi della Matematica e L’esposizione critica della filosofia di Leibniz (uno dei suoi grandi maestri). Che lo studio della matematica lo tenesse occu ¬≠pato per una lunga serie di anni ce lo dicono i tre volumi dei Principia Mathematica, scritti in collaborazione con Whitehead, che gli era stato maestro, e pubblicato fra il 1910ed il 1913.

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A quarant’anni Russell ha in qualche modo raggiunto le maggiori conquiste del suo lavoro. In che modo avrebbe riempito la seconda parte del ¬≠la sua esistenza, quella che doveva consacrare la sua fama in tutto il mondo e soprattutto farne uno dei grandi personaggi dell’intelligenza europea? Anzitutto egli si cur√≤ di diffondere √Ę‚ÄĒ ma sempre criticamente, vale a dire in un complesso tessuto di di ¬≠scussioni e di ripensamenti √Ę‚ÄĒ il proprio pensiero logico-ma ¬≠tematico, poi con l’approfon ¬≠dire la collaborazione tra ma ¬≠tematica e fisica e infine inter ¬≠venendo instancabilmente sui problemi del proprio tempo.

Vediamo un po’ da vicinoin che modo il filosofo esce dal suo studio e comincia lasua predicazione di scettico appassionato, di uomo affascinato dal bisogno di verit√†, ma nello stesso tempo convinto che l’unica verit√† concessa agli uomini stesse nella ricerca fra uguali, fondata sullo spirito di tolleranza. Naturalmente il grande atteggia ¬≠mento che avrebbe mutato l’atteggiamento capitale della sua esistenza fu la prima guer ¬≠ra mondiale.

Ma sentiamo da Russell stesso come si sono svolti i fatti: ¬ęUn effetto della guerra fu di togliermi la possibi ¬≠lit√† di continuare a vivere in un mondo di astrazioni. Guardavo i giovani che salivano sulle tradotte per andare a farsi massacrare sulla Somme a causa della stupidit√† del generali. ¬† ¬† Provavo ¬† ¬† un’acuta compassione per quei giovani e mi sentivo collegato al mondo reale in uno strano matrimonio di dolore. Tutti gli elevati pensieri che avevo avuto circa il mondo astratto mi sembravano piccoli e volgari in confronto alle terri ¬≠bili sofferenze che mi circon ¬≠davano. Il mondo non umano restava un rifugio occasionale. Non una patria nella quale! fosse possibile costruirsi una abitazione permanente ¬Ľ.

La natura della sua parte ¬≠cipazione sarebbe stata tutta russelliana; dire la verit√† fatta di cose sgradevoli o di cose che andavano contro la mo ¬≠rale comune molto semplice ¬≠mente, e con un’intonazione sferzante e rabbiosa che fa ¬≠ceva fondere il suo discorso in un’unica ansia polemica. Combattere la guerra, difendere il principio dell’obiezione di coscienza furono le prime armi scelte e gli costarono reazioni fortissime e qualche mese di prigione. Da quei giorni del 1918 fino a ieri √Ę‚ÄĒ √® ben giusto dirlo √Ę‚ÄĒ Russell √® rimasto in prima linea. Li ¬≠bero da qualsiasi soggezione ideologica, pot√© conservare la pi√Ļ ampia libert√† nei confronti dei due mondi, quello comu ¬≠nista √Ę‚ÄĒ le sue opinioni, in occasione di un viaggio in Russia nel 1920, ebbero modo di essere confortate dalla real ¬≠t√† √Ę‚ÄĒ e quello occidentale o americanizzato.

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Non si cerchi nell’evoluzio ¬≠ne del suo comportamento pubblico una linea unica, Rus ¬≠sell rivendicava il diritto di errore e di correzione: co ¬≠munque, nessuno lo potrebbe accusare di avere mai confuso i suoi giudizi con degli inte ¬≠ressi di parte. La sua lotta alla guerra non si limit√≤ alla protesta. Russell fu infatti un instancabile progettista di pia ¬≠ni di pace, o meglio di piani per rendere impossibile la guerra. Spesso artificiosi per ¬≠ch√© semplicistici, quasi sem ¬≠pre ingenui; ad ogni modo essi denunciavano il suo amore sincero per l’uomo senza pa ¬≠tria, per l’umanit√† in generale. Sembra superfluo aggiungere che fu proprio in questo se ¬≠condo dopoguerra, che ha vi ¬≠sto soffocare nella polvere tutte le grandi speranze degli anni Quaranta, che Russell assume una posizione di lea ¬≠der della libert√† e di una giu ¬≠stizia non organizzata e fuori da ogni schema tradizionale.

La guerra nucleare, l’incon ¬≠tro fra i grandi blocchi, l’irri ¬≠gidimento sulle posizioni ipo ¬≠crite di un’ambigua morale politica, tutti questi furono gli obiettivi della sua quotidiana condanna.

Ma insieme a questa che √® la sua battaglia maggiore, il Russel non smise di portare avanti il suo gioco preferito che consisteva nel buttare al ¬≠l’aria, nello sgretolare quasi sempre con la forza del pa ¬≠radosso tutte le false verit√† delle religioni, delle politiche, delle morali. Non c’√® stato aspetto della vita del nostro tempo che non gli abbia of ¬≠ferto il destro di intervenire e di porre i suoi inquietanti e sarcastici interrogativi. Rus ¬≠sell per√≤ visse tanto a lungo da avere il pregio di riscon ¬≠trare nell’evoluzione del tem ¬≠po che certe sue aspirazioni erano state recepite dal gros ¬≠so pubblico e passante al re ¬≠gistro delle nuove norme.

*

Ultimo rappresentante di una famiglia di filosofi, in grado di cogliere nel loro in ¬≠sieme tutte le ragioni delle diverse ricerche, Russell pos ¬≠sedeva un’immaginazione in ¬≠ventiva della stessa potenza e di uguale vastit√†. Ora, se a nessuno dei suoi lettori √® consentito un recupero di or ¬≠dine generale, √® per√≤ possibile strappare a questo suo infi ¬≠nito e vivissimo monologo due o tre notazioni di ordine generale. Anzitutto Russell credeva e si batt√© per la feli ¬≠cit√† dell’umanit√† (si vedano nella Conquista della felicit√† i punti del suo breviario fon ¬≠dato sull’aspirazione che l’uo ¬≠mo felice goda liberamente dello spettacolo che offre e delle gioie che arreca, non tur ¬≠bato dalla morte e legato a chi verr√† dopo di lui), esigeva che la grande battaglia della ricerca della scienza e della filosofia non avesse come conseguenza lo spirito di separazione, ma visibile quello della collaborazione nell’ambito della tolleranza (proprio con questo monito chiudeva la raccolta della storia della filosofia nella Saggezza dell’Occidente), postulava che l’amore non dovesse essere soggetto alle restrizioni d’una morale ipocrita e comoda (e tale atteggiamento gli procur√≤ non pochi guai durante l’ultima guerra, quando insegnava negli Stati Uniti). In conclusione, l’uomo di Russell doveva essere libero nella spinta della ricerca della verit√†, ma soprattutto non doveva perdere mai di vista la realt√†. ¬ę Se volete essere felici, rassegnatevi a vedere felici gli altri ¬Ľ. Strana conclu ¬≠sione in bocca di chi aveva detto di non poter essere cri ¬≠stiano, ma di chi anche ave ¬≠va sostenuto che il mondo per salvarsi avrebbe avuto biso ¬≠gno di amore cristiano.


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Bart