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LETTERATURA: I MAESTRI: Queneau e la ragazzina

23 Luglio 2014

di Carlo Bo
[da: ‚ÄúLa religione di Serra‚ÄĚ, Vallecchi, 1967]

Raymond Queneau, che da molti anni ha doppiato il capo dei cinquant’anni (Le Havre, 1903), √® una vecchia conoscenza degli aficionados di letteratura sperimentale. Se ¬≠condo le leggi del suo tempo ha cominciato frequentando i surrealisti ma forse √® pi√Ļ importante sapere che ha stu ¬≠diato √Ę‚ÄĒ e bene √Ę‚ÄĒ filosofia, distinguendosi anzi come allievo di Koj√®ve.

Non ha mai fatto lo scrittore di professione e non se n’√® mai lamentato, non ha fatto lo schizzinoso per la scelta del secondo mestiere (impiegato di banca, piazzista di tovaglie di carta per ristoranti e oggi uno dei capi di una grande casa editrice e soprattutto il responsabile dell’Enciclopedia della Pl√®iade, di cui proprio in questi giorni √® uscito il terzo volume dedicato alla letteratura francese): sono dati che lo mettono in una posizione distaccata di gusto e ne fan ¬≠no un eccentrico, se la parola ha un significato ai nostri giorni.

Queneau ha l’abitudine di lasciar maturare nella medi ¬≠tazione i suoi libri, per esempio questo nuovo romanzo Zazie dans le m√©tro (ed. Gallimard) √® rimasto per lunghi anni sul fondo della sua coscienza, prima di toccare la superficie degli interessi concreti. Lo scrittore ne ha scritto le prime pagine nel ’45, lo ha ripreso nel ’53 e soltanto nel ’58 ha potuto portarne a termine la stesura. Egli, dunque, intende lo scrivere come un’arte e non come uno sfogo o, peggio, come un divertimento.

Di solito alla base del libro c’√® un’impressione di natura poetica e anche questa volta la terribile quattordicenne Zazie √® un frutto della sua memoria. Zazie √® la figlia ideale di una Zaza che l’autore ha frequentato durante la guerra, se non che su quel nucleo originale si √® depositato tutto il mondo di sensazioni, di germi, di microbi. In una parola, Zazie √® un fantasma vivo del mondo interiore del Queneau.

Il romanzo non ha una vera e propria trama o ce l’ha come i grandi romanzi della scuola naturalista, Une belle journ√©e del C√©ard o l’Ulisse di Joyce. Zazie viene affidata dalla madre, che ha bisogno di un po’ di libert√†, allo zio che vive a Parigi. La ragazza desidera soprattutto vedere il metro ma capita in giorni di sciopero e deve accontentarsi di vedere Parigi di sopra, attraverso un giuoco di coinci ¬≠denze dovute al suo spirito d’iniziativa. Il libro in super ¬≠ficie non √® che il film di queste vicende fra nipote e zio (lo zio Gabriel fa il ballerino travestito da donna in un qua ¬≠lunque chez Madame Arthur) ma sul fondo √® qualcosa di pi√Ļ, √® ben altro.

A Queneau non interessa il fatto bruto, diretto, ci√≤ che lo attira della vita comune, della vita minima (in cui √® pi√Ļ facile riconoscere il denominatore della nostra realt√† pi√Ļ probabile) √® il carattere di verit√†, non camuffata, di sempli ¬≠cit√†. Non pretende inventare, egli si limita a fotografare fatti e persone fuori della scena, caso mai cedendo un po’ troppo al gusto dei meccanismi, dei tic e delle ripetizioni. A sua giustificazione, lo scrittore suggerisce che √® la vita stessa a mettere in evidenza questi lati infimi, diminuiti, se non a dirittura ridicoli o comici, ma sempre di una palpi ¬≠tante miseria. In che modo cerca di restituire questa sempli ¬≠cit√† fatta di mancanza di ideali, di spontanea conoscenza della vita, di capacit√† di adattamento? Il mondo degli uomini di Queneau √® un mondo non ufficiale. √ą un piccolo mare calato nell’oceano delle parole grosse e dei grandi sentimenti. Qui tutto √® ridotto a piccole necessit√† e a pic ¬≠cole gioie, dove la grenadineo la soupe √† l’oignon ten ¬≠gono il posto della speranza ultima, del premio eterno. √ą il mondo che non ha ambizioni e quindi fa a meno dei travestimenti. Queneau porta lo scrupolo della fedelt√† fino a fotografare il linguaggio dei suoi personaggi che si muovono di preferenza in periferia, nelle fiere, sui mer ¬≠cati di Parigi. Quello che √® stato definito il suo stile fone ¬≠tico o la ripetizione fonografica del linguaggio parlato non √® soltanto il pretesto per una delle sue esercitazioni ma la dimostrazione che la vera vita non coincide con le imma ¬≠gini che si danno della vita, con la vita illustrata nelle favole dei libri.

La cosa ha il suo peso anche nella scelta dei personaggi: in Queneau non ci sono eroi, neppure uomini mascherati da ¬ę uomini ¬Ľ, i suoi eroi sembrano ubbidire √Ę‚ÄĒ caso mai √Ę‚ÄĒ a un’altra rettorica, inavvertita e incosciente. La critica ha fatto il nome di Charlot ma Charlot bene o male, ha sempre una sua filosofia da proporre, mentre la filosofia di Queneau √® nascosta, √® appena un riferimento possibile: i suoi uomini vivono e parlano nei bistr√≤ come i personaggi di Tati, dove il pi√Ļ delle volte il testo sostituisce benissimo la parola e l’apparente meccanicit√† lascia trapelare una non banale con ¬≠cezione della vita. Alla fine di un numero lo zio ¬ę danseuse de charme ¬Ľ a chi gli dice : ¬ę comme vous avez √©t√© dr√≠¬īle ¬Ľ risponde : ¬ę il n’y a pas que la rigolade, il y a aussi l’art ¬Ľ ed √® la risposta di Queneau, il suo unico atto di fede.

Trovatosi a dividere il campo del dopoguerra con i Sartre e con i Camus, soprattutto a rispondere in un mondo desola ¬≠to e perduto, il Queneau ha affrontato il problema dell’uomo con gli abiti di tutti i giorni. Gli altri cercavano di dar delle risposte solenni o ferme, assolute. Queneau ha ma ¬≠scherato il tiro, si √® dimenticato di essere stato con Koj√®ve e ha preferito fare coincidere l’uomo anonimo nell’uomo del quartiere, delle portinerie, delle piccole case senza para ¬≠vento. Ha lasciato il vestito della commedia sulle spalle di quell’uomo ma con la preoccupazione di strappare nella breve luce dei lazzi, dei gesti o anche delle sconcezze, un piccolo accento di verit√†.

4 febbraio 1959.


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