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LETTERATURA: I MAESTRI: Sbarbaro. Un grande deserto

9 Aprile 2016

di Mario Luzi
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 46, gioved√¨, 16 novembre 1967]

Ho appena conosciuto Sbarbaro, avendolo incontrato di sfuggita due o tre volte quando da Spotorno faceva tappa a Firenze per raggiungere a Siena la casa dei suoi amici Vivante. Era, credo, il suo unico, periodico viaggio da molti anni. Per un ritratto dell’uomo rimando ad altri che hanno avuto pi√Ļ occasioni di frequentarlo, se questa parola √® compatibile con il suo geloso ostinato costume di solitario. Del resto questo ritratto, almeno nel suo clich√©, √® stato fatto, rifatto e am ¬≠piamente diffuso. Dir√≤ solo che in quei brevi approcci, la sua timidezza venendo a riscontro con la mia dava luogo a qualche imbarazzo per for ¬≠tuna risolto dalla sua indicibile mi ¬≠tezza. Si presentava gi√† allora come un uomo coperto da una patina di pol ¬≠vere √Ę‚ÄĒ e qui certo giocavano i titoli dei suoi libri: Trucioli, Scampoli, Li ¬≠quidazione ecc. √Ę‚ÄĒ ma soffiando un po’ su quella superficie appannata la con ¬≠versazione lasciava tralucere un fuoco tenace e perfino lo sprizzare di qual ¬≠che scintilla. La presenza fisica con ¬≠fermava del resto il senso che avevo di lui poeta: remoto e stranamente vi ¬≠cino.

Il tema del deserto √® il grande, ge ¬≠nerale tema della poesia occidentale di questo secolo e denota l’estraneit√† del mondo che procede su cammini difformi da qualsiasi legge che la co ¬≠scienza e l’assuefazione possano rico ¬≠noscere. Difformit√† variamente sentita a seconda del grado raggiunto dal pro ¬≠cesso di adulterazione di valori a ope ¬≠ra della civilt√† industriale e del grado di impotenza culturale che le corri ¬≠sponde. Il tema del deserto ha trovato il suo eponimo nel Waste land di Eliot ma era gi√† presente nella poesia euro ¬≠pea anche prima della tragica dimo ¬≠strazione del primo conflitto mondia ¬≠le. Pianissimo di Sbarbaro √® del 1914 e reca in prima pagina questo enuncia ¬≠to: Perduto ha la voce / la sirena del mondo e il mondo √® un grande / deser ¬≠to. Non che la depressione crepu ¬≠scolare non ne avesse indirettamente mormorato il patema, ma Sbarbaro ne aveva per primo in Italia individuato la sostanza e il nome e li aveva richia ¬≠mati alla coscienza critica, ne aveva fatto, come si dice, la sua poetica ade ¬≠guandovi con molta coerenza i modi dell’espressione, il suo dettato chiaro, spezzato, contratto qua e l√† alternato con abbandoni al pieno ritmo classico.

Dichiarata impossibile ogni conni ¬≠venza, tagliato il filo della partecipa ¬≠zione, il mondo si chiude nei contorni aridi delle sue forme: E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne e tutto √® quel ¬≠lo / che √® – soltanto quel che √®. Le cose rientrate in se stesse, ossificate per la perdita del contatto con l’uomo che dovrebbe trasmettervi un significato vivente: √® questo verosimilmente il grande simbolo poetico comunicato da Sbarbaro alla contemporaneit√†. Nello stesso tempo conviene non perdere di vista che Sbarbaro √® un poeta stretta- mente aderente alla tradizione leopar ¬≠diana e niente pi√Ļ estraneo a lui che procedere per traslati: procede invece per una macerata confessione intima.

L’immagine del mondo estraneo, sigil ¬≠lato nella immanenza dei suoi aspetti incomunicabili, √® trovata al fondo di una puntuale analisi della propria stanchezza e inettitudine a vivere, ot ¬≠tenuta a prezzo di ammissioni cocenti e languide. Solo facendo il vuoto den ¬≠tro di s√©, liberandosi per confessione delle sue debolezze, Sbarbaro incontra la grande immagine oggettiva del vuo ¬≠to. L’invenzione √® l’altra faccia dell’e ¬≠legia. Questo, che oggi corre il rischio di apparire come un limite, testimonia invece la concretezza ambientale e storica della poesia di Sbarbaro (in quel tempo tra crepuscolare e vocia ¬≠no) e legittima dal fondo la sua no ¬≠vit√† che come quella degli altri poeti protonovecenteschi italiani procede pi√Ļ da un ricupero di interiorit√† e di moralit√† che da preliminari proponi ¬≠menti di innovazione linguistica.

Se vogliamo guardare le cose in fac ¬≠cia, come appunto faceva Sbarbaro, √® un moto elegiaco e dimissionario che porta all’invenzione del vuoto, del deserto. Di fronte a quella scoperta, il poeta non mi pare rimanga inerte come si √® detto. Un movimento c’√®; non √® di reazione, ma di consenso: Nel deserto / io guardo con asciutti occhi me stesso. E’, in altre parole, un mo ¬≠vimento verso la parificazione con la natura, con la materia delle cose avul ¬≠se da ogni relazione con il soggetto vi ¬≠vente, una fuga verso l’abumano, il riaprirsi a una possibile vita mediante riassorbimento nell’impersonale, tra le forme chiuse, identiche a se stesse, immemorabili. La poesia di Sbarbaro, mi pare, si adagia pesantemente su questo fondo non ammettendo la con ¬≠traddizione dell’esistenza. Eppure se da Pianissimo passiamo a Trucioli av ¬≠vengono delle curiose lievitazioni. Come alleggerito di un peso, il poeta che con Pianissimo ha reso tutti i suoi conti, pu√≤ trovare perfino l’ilarit√† nell’osservazione staccata, nella specu ¬≠lazione in s√© delle forme e degli ogget ¬≠ti della natura e anche degli uomini assimilati in tutto alla stessa natura, posti anzi sotto la lente del naturali ¬≠sta che, come tutti sanno, era in Sbar ¬≠baro.

¬ę In una stupefatta pace di verde, un campanile: dito rosa levato al cie ¬≠lo. Alla sua volta (√® domenica) si av ¬≠via alla spicciolata tutto il paese: fat ¬≠to di poche case di legno, invisibile tra lo spicco dei prati. (A questo modo, certi fusti grigi e filiformi dan luogo alla vistosit√† dell’unico fiore). Per accostarlo, il miracolo nato dalla loro vita stenta, le donne collocano in bilico sul capo la paglietta a lutto, da cui pendono sul dorso sin quasi a ter ¬≠ra due grandi nastri di raso nero ma ¬≠rezzato. Gli uomini si infagottano ed espongono sul vestito pure nero una minuscola cravatta cremisi. Procedo ¬≠no verso la chiesa come verso l’ombe ¬≠lico del mondo… ¬Ľ. La critica ha tal ¬≠volta forzato il senso di questa relati ¬≠va felicit√† parlando di una libert√† al ¬≠gebrica di cui la materia verrebbe a godere in virt√Ļ dello stato d’inerzia in cui il poeta si √® collocato. Ho letto, an ¬≠che, alcune pagine molto brillanti di Bigongiari scritte in questo senso; ma non riesco a vedere in Sbarbaro un poeta materico. Questa piccola o gran ¬≠de cosmologia rovesciata contro l’u ¬≠mano mi pare estranea a lui che non cessa di restare aderente alla sua si ¬≠tuazione interna, anche in questa va ¬≠canza tra le cose e nelle cose. L’ama ¬≠rezza rimane il suo sottinteso. ¬ę An ¬≠che questa angustia mi √® cara, che mi consente l’ebbrezza della prodigalit√† ¬Ľ.

Se dalla contemplazione del mondo tagliamo fuori la storia, il mondo ri ¬≠mane soltanto natura estranea. Men ¬≠tre ad altri tutto ci√≤ potrebbe appari ¬≠re abnorme, Sbarbaro vi trova la nor ¬≠ma (la dolorosa sorridente norma) e, sciolto da responsabilit√† individuale, pu√≤ perfino accettarlo come condizio ¬≠ne piacevole, incuriosirsene vivamen ¬≠te. Ma perderemmo il senso esatto di questo ¬ę naturalismo ¬Ľ se dimenticas ¬≠simo la contropartita di frustrazione e, s√¨, anche la volutt√† di autopunizio ¬≠ne che gli corrisponde.

Come intenderla, questa frustrazio ¬≠ne? Come accade nei poeti-nati essa si sottrae al rapporto di causa ed effetto, non √® scomponibile, √® un elemento, un dato irrefutabile. Ma √® possibile dire come si manifesta: una crisi della con ¬≠vinzione vitale e morale produce in ¬≠sieme un lucido sprofondamento in s√© dell’animo e un allontanamento irrea ¬≠le del mondo oggettivo.

Se Sbarbaro si discosta dall’elegia crepuscolare che da questi termini po ¬≠trebbe nascere, √® in primo luogo una questione di forza e di piglio: ma di ¬≠pende anche dal fatto che assume quella irrealt√† generata dalla psicolo ¬≠gia come realt√† unica del mondo e per puro effetto di intensit√† le conferisce un valore di simbolo. L’immagine di terra deserta, il senso di vuoto umano in cui culmina vanno al di l√† dello spleen senza per√≤ cancellarlo. Sbarba ¬≠ro non ricorre ad amplificazioni e la sua ragione poetica si svolge tutta in piena luce come un episodio personale fornito nella sostanza delle parole di una forza sufficiente a diventare esem ¬≠plare e sintomatico. Infatti il motivo dell’aridit√† e della solitudine dell’uo ¬≠mo moderno cos√¨ centrale nella poesia e nella cultura del Novecento pu√≤ ben risalire fino a Sbarbaro a trovare il suo primo nitido e consapevole accen ¬≠to. E’ un motivo fatto proprio, convis ¬≠suto in qualche misura da Montale fino al bivio risolutivo che ha portato l’uno dei due poeti verso l’amaro ripiegamento nella lucidit√† speculata della natura e l’altro a collidere dram ¬≠maticamente con la cultura e con la storia.

Sbarbaro ha scritto poco, e sempre per necessit√† di scavo e di chiarimen ¬≠to interiore, fedele al severo concetto di arte letteraria maturato nel clima della Voce e sull’esempio di Leopardi. Ha scritto soltanto e direttamente di s√© √Ę‚ÄĒ tanto vale dire la sua semplice autobiografia psicologica, intellettuale e morale √Ę‚ÄĒ convinto che il compito fosse prima di tutto una espressione di verit√† individuale; schivo perfino dal dare troppo credito alle implica ¬≠zioni, anche giuste, che la critica e i lettori vedevano nelle sue scarne fra ¬≠si. Un artista preciso e onesto, nell’or ¬≠goglio della sua umilt√†, che lasciava volentieri agli altri i discorsi vaghi. Se ne va perdendo lo stampo, ma ri ¬≠marr√† la memoria e, spero, l’esempio.


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