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LETTERATURA: I MAESTRI: Carlo Betocchi. Un altro passo verso la verità

7 Aprile 2016

di Mario Luzi
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 6, gioved√¨, 8 febbraio 1968]

CARLO BETOCCHI
Un passo, un altro passo
Mondadori, 160 pagine, lire 2200.

L’articolo di Pampaloni, esauriente e lucido, mi ha incoraggiato a mia vol ¬≠ta a qualche nota sul nuovo libro di Carlo Betocchi: Un passo, un altro passo.

Da San Francesco a Pascal, dalla lode alla prova inesorabile tra la mise ¬≠ria e la fede: un itinerario cristiano del tutto attendibile, un decorso natu ¬≠rale per chi √® vissuto dalla nascita nella pienezza della rivelazione. Oltre a denotare una successione di fasi spontanee che si ritrovano nell’ordine storico e oggettivo come in quello in ¬≠dividuale e soggettivo, questo moto indica del resto una chiara esigenza di appropriazione e tende a portare l’og ¬≠getto della fede sempre pi√Ļ vicino, pi√Ļ all’interno dell’uomo. E’ il momento appunto in cui l’uomo non pu√≤ dimen ¬≠ticarsi di s√© neppure per rapimento: il cumulo delle sue miserie e dei suoi mali provvede a richiamarlo a se stes ¬≠so. L’oggetto della fede necessaria ¬≠mente deve discendere e venire a di ¬≠scorrere in questa realt√† che ormai non si pu√≤ eludere neppure per un istante.

Dalle poesie in Realt√† vince il sogno a queste di Un passo, un altro pas ¬≠so in Carlo Betocchi si riproduce fedelmente e spontaneamente que ¬≠sto processo della spiritualit√† cri ¬≠stiana: per una splendida conferma della sua piena naturalezza il mo ¬≠mento che abbiamo detto pascaliano viene perfettamente a coincidere con il tema autobiografico della vec ¬≠chiaia √Ę‚ÄĒ e infatti per la singolare ra ¬≠pidit√† del suo ciclo Pascal a trent’anni era vecchissimo. Ma, diremo subito, l’eccezione sta in questo caso nel fatto che dal naturale accordo del peso del ¬≠l’esperienza e degli anni resta esclusa la giovinezza dell’anima con l’agilit√† dei suoi movimenti; e salva, di conse ¬≠guenza la ben nota letizia di Betocchi. Non conosco De senectute pi√Ļ vivido di questo che insiste senza velature e con impietosa franchezza sui guasti fi ¬≠siologici e gli smarrimenti spirituali, tanto pi√Ļ allarmanti perch√© estremi, dell’¬ę et√† disutile ¬Ľ.

Su questa giovinezza, su questa leti ¬≠zia bisogner√† pure intendersi. Certo le virt√Ļ teologali che a Betocchi sono sta ¬≠te elargite e pi√Ļ ancora la gratitudine per averle avute in dono non sarebbe ¬≠ro richiamate in causa a sproposito, sebbene ne conosciamo in altri uomini effetti ben differenti. In particolare la carit√† persuade ad amare la creazione anche nelle sue piaghe senza conta ¬≠re che vi confluisce un’altra religione, cos√¨ viva in Betocchi, di carattere fa ¬≠miliare e affettivo per cui ¬ę la piet√†… lo ¬† ¬† ¬† ¬† coglie di quelli che am√≤ / al loro tempo, i suoi vecchi che le stesse so ¬≠glie / varcarono anch’essi… ¬Ľ. Ma la le ¬≠tizia di Betocchi √®, al di l√† di questo, meravigliosamente immotivata come lo sono tutte le attitudini poetiche fondamentali che si presentano come ¬ę primum ¬Ľ inesplicabile: a meno non si voglia inferire che la letizia √® in casi del genere la letizia stessa della poesia e cio√® del dono della parola che resiste oltre il dono gratuito dell’effervescenza vitale; della facolt√† di nominare che esorcizza la tristezza e i mali nell’atto di trovare il loro giu ¬≠sto vocabolo.

In ogni caso questa accezione della letizia come fondamento poetico non scomponibile dovr√† tenersi presente se non altro per constatare come an ¬≠che questo libro che ha per oggetto il declino ben altrimenti da un libro che va deducendo sia un’opera che spiega una fertilit√† inventiva sorprendente. Le risorse dell’intimo fervore cristia ¬≠no capaci di tramutare la deiezione in nuovi acquisti di attivit√† e di chiarez ¬≠za basterebbero infatti a motivare la sua non declinante tensione ma non la sua novit√† di linguaggio che consi ¬≠ste soprattutto in una vera ilarit√† di ¬≠scorsiva. Non solo Betocchi ha fatto un passo, un altro passo nel senso del ¬≠la umile approssimazione alla verit√† accordando all’esperienza, accettata per quel che √®, tutto il suo valore be ¬≠nefico; ne ha fatti simultaneamente parecchi, e risolutivi, nel senso dell’ar ¬≠monia tra l’accento popolaresco √Ę‚ÄĒ di ¬≠messo e quello illustre √Ę‚ÄĒ celebrativo in cui si era dibattuto inizialmente il suo impromptu lirico.

L’estate di San Martino aveva tro ¬≠vato un libero e variegato linguaggio dell’anima proprio nel puntuale ri ¬≠scontro della Grazia con le alterne oc ¬≠casioni della giornata privata e civile. La ¬ę lode ¬Ľ non aveva pi√Ļ bisogno di travalicare festosamente il naturale e l’umano ma si esprimeva nella pienez ¬≠za affettuosa dell’aderire e del condivi ¬≠dere. Non per un processo riduttivo ma per un energico soprassalto creati ¬≠vo, quest’ultimo libro assume a lin ¬≠guaggio poetico il linguaggio della nuda e solitaria meditazione, ed √® ancora pi√Ļ fitto e animato, pi√Ļ omoge ¬≠neo e continuo in quel a tu per tu del ¬≠la coscienza, in quel parlato suscetti ¬≠bile di accenti confidenziali e di squilli.

La vecchiaia dunque che √® il tema di Un passo, un altro passo √® una con ¬≠dizione reale, autobiografica e cosmi ¬≠ca. Betocchi ce ne d√† perfino una sor ¬≠ta di lucreziana fenomenologia (¬ę Chi invecchia e sente sfiorire nel sangue l’amore / ha dei laidi tormenti… ¬Ľ). Nello stesso tempo √® una umile e grande metafora dello stato di indife ¬≠sa e quasi infantile debolezza di fron ¬≠te al destino soprannaturale. Debolez ¬≠za confortata dalla confidenza, natu ¬≠ralmente: e in pi√Ļ agguerrita dal ro ¬≠vello di una finale chiaroveggenza che si conquista, si perde e si riconquista giorno per giorno in quel superiore esercizio di concentrazione sopra di s√© insegnato dalla letteratura agostinia ¬≠na di tutti i tempi cattolici. Rientrato dalle opere e dai commerci col mondo, il vecchio √® oppresso dalla perdita del ¬≠le forze e dai turbamenti di un vacil ¬≠lante desiderio e insieme acceso da questa intensa veglia interiore.

Questa doppia natura dell’oggetto spiega probabilmente perch√© il diario, il journal de vieillesse, acquisti spesso un respiro e una cadenza poematica e perch√© il medesimo linguaggio af ¬≠fabile, mosso, frastagliato della con ¬≠fessione possa svariare dal nudo ma sempre vibrante enunciato alla riso ¬≠nanza pi√Ļ trascorrente oltre il limite. Mobilit√† dell’accento che sta a indica ¬≠re una infrenabile fuga verso la cen ¬≠tralit√†: voglio dire un moto o volo centripeto che incalza il poeta a inglo ¬≠bare il dato particolare della situazio ¬≠ne √Ę‚ÄĒ che √® appunto la fedelt√† a uno stato oggettivo, la vecchiaia √Ę‚ÄĒ nell’u ¬≠niverso lirico indivisibile che aveva intuito da giovane e a riconfermarlo con l’esperienza e al di l√† da essa. Indubbiamente il libro √® bello anche di questa impazienza, di questo fremito di rondine ferita dentro la mano che la trattiene. Potremmo seguire questo movimento su un filo molto significa ¬≠tivo.

La poesia di Betocchi era stata per eccellenza una poesia del sensibile: tanto vale dire che la sua carit√† parti ¬≠va dalle creature. Ora che il discorso √®, fra s√© e s√©, un discorso con il Crea ¬≠tore quasi senza distrazioni all’ester ¬≠no, il sensibile ritorna pi√Ļ che altro come metafora interna ed √® proprio in quei punti che il ¬ę passo ¬Ľ mette le ali e accelera il commovimento bruciante della asciutta confessione, di per se stessa cos√¨ alta, cos√¨ fervida per ansia di verit√†. E’ da notare che tutto que ¬≠sto accade senza rotture e lacerazioni, in un linguaggio sostanzialmente con ¬≠tinuo, incisivo, vivificato dalle risorse e ricchezze di idioma, non secco, aperto anzi a una sintassi geroglifica prima del suo finale svettante. Solo per una di quelle grossolane classificazioni che sono sempre a portata di mano dei lettori mediocri, si dir√† che questo lin ¬≠guaggio ha ripiegato verso la prosa. C’√® un punto ideale nella storia di ogni poeta in cui la distinzione tra pro ¬≠sa e poesia sembra un limite o un ar ¬≠bitrio insostenibile; un punto in cui la lingua √® una. Con misura e fermezza Betocchi si √® collocato in quel punto non dovendo per questo discendere ma anzi salire.

Cadrebbe ora il momento di assolve ¬≠re l’obbligo che prima di ogni altro sembra competere all’informatore: cio√® di situare l’opera nella cronaca collaterale in attesa che la storia crei la prospettiva. Confesso che questo compito mi pare nel caso perfino ridi ¬≠colo a tal punto un libro come questo, cresciuto e maturato come esperienza plenaria di vita interiore, esclude di autorit√† il gioco delle concordanze e delle discordanze con la ricerca con ¬≠temporanea. N√© ideologie, n√© ipotesi, n√© teorie formali potrebbero venirci in soccorso. Pu√≤ darsi che l’opera pi√Ļ recente di Betocchi rifletta in qualche modo la metamorfosi a cui l’idea di poesia √® stata in questi ultimi tempi sottoposta se non altro per il soprav ¬≠vento che in ogni significato vi ha preso l’esperienza sull’apriorismo no ¬≠vecentesco.

Ma diremo soltanto che abbiamo provato di nuovo, leggendo, l’inebrian ¬≠te emozione della poesia come di un irrefutabile fatto. E proprio mentre ogni assillo problematico si andava a quel contatto vanificando, √® stato an ¬≠che netto il senso che la nostra poesia ha, dopo tutto, una spina dorsale.

 


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