di Mario Luzi
[da “La fiera letteraria”, numero 6, giovedì, 8 febbraio 1968]
CARLO BETOCCHI
Un passo, un altro passo
Mondadori, 160 pagine, lire 2200.
L’articolo di Pampaloni, esauriente e lucido, mi ha incoraggiato a mia vol ta a qualche nota sul nuovo libro di Carlo Betocchi: Un passo, un altro passo.
Da San Francesco a Pascal, dalla lode alla prova inesorabile tra la mise ria e la fede: un itinerario cristiano del tutto attendibile, un decorso natu rale per chi è vissuto dalla nascita nella pienezza della rivelazione. Oltre a denotare una successione di fasi spontanee che si ritrovano nell’ordine storico e oggettivo come in quello in dividuale e soggettivo, questo moto indica del resto una chiara esigenza di appropriazione e tende a portare l’og getto della fede sempre più vicino, più all’interno dell’uomo. E’ il momento appunto in cui l’uomo non può dimen ticarsi di sé neppure per rapimento: il cumulo delle sue miserie e dei suoi mali provvede a richiamarlo a se stes so. L’oggetto della fede necessaria mente deve discendere e venire a di scorrere in questa realtà che ormai non si può eludere neppure per un istante.
Dalle poesie in Realtà vince il sogno a queste di Un passo, un altro pas so in Carlo Betocchi si riproduce fedelmente e spontaneamente que sto processo della spiritualità cri stiana: per una splendida conferma della sua piena naturalezza il mo mento che abbiamo detto pascaliano viene perfettamente a coincidere con il tema autobiografico della vec chiaia â— e infatti per la singolare ra pidità del suo ciclo Pascal a trent’anni era vecchissimo. Ma, diremo subito, l’eccezione sta in questo caso nel fatto che dal naturale accordo del peso del l’esperienza e degli anni resta esclusa la giovinezza dell’anima con l’agilità dei suoi movimenti; e salva, di conse guenza la ben nota letizia di Betocchi. Non conosco De senectute più vivido di questo che insiste senza velature e con impietosa franchezza sui guasti fi siologici e gli smarrimenti spirituali, tanto più allarmanti perché estremi, dell’« età disutile ».
Su questa giovinezza, su questa leti zia bisognerà pure intendersi. Certo le virtù teologali che a Betocchi sono sta te elargite e più ancora la gratitudine per averle avute in dono non sarebbe ro richiamate in causa a sproposito, sebbene ne conosciamo in altri uomini effetti ben differenti. In particolare la carità persuade ad amare la creazione anche nelle sue piaghe senza conta re che vi confluisce un’altra religione, così viva in Betocchi, di carattere fa miliare e affettivo per cui « la pietà… lo coglie di quelli che amò / al loro tempo, i suoi vecchi che le stesse so glie / varcarono anch’essi… ». Ma la le tizia di Betocchi è, al di là di questo, meravigliosamente immotivata come lo sono tutte le attitudini poetiche fondamentali che si presentano come « primum » inesplicabile: a meno non si voglia inferire che la letizia è in casi del genere la letizia stessa della poesia e cioè del dono della parola che resiste oltre il dono gratuito dell’effervescenza vitale; della facoltà di nominare che esorcizza la tristezza e i mali nell’atto di trovare il loro giu sto vocabolo.
In ogni caso questa accezione della letizia come fondamento poetico non scomponibile dovrà tenersi presente se non altro per constatare come an che questo libro che ha per oggetto il declino ben altrimenti da un libro che va deducendo sia un’opera che spiega una fertilità inventiva sorprendente. Le risorse dell’intimo fervore cristia no capaci di tramutare la deiezione in nuovi acquisti di attività e di chiarez za basterebbero infatti a motivare la sua non declinante tensione ma non la sua novità di linguaggio che consi ste soprattutto in una vera ilarità di scorsiva. Non solo Betocchi ha fatto un passo, un altro passo nel senso del la umile approssimazione alla verità accordando all’esperienza, accettata per quel che è, tutto il suo valore be nefico; ne ha fatti simultaneamente parecchi, e risolutivi, nel senso dell’ar monia tra l’accento popolaresco â— di messo e quello illustre â— celebrativo in cui si era dibattuto inizialmente il suo impromptu lirico.
L’estate di San Martino aveva tro vato un libero e variegato linguaggio dell’anima proprio nel puntuale ri scontro della Grazia con le alterne oc casioni della giornata privata e civile. La « lode » non aveva più bisogno di travalicare festosamente il naturale e l’umano ma si esprimeva nella pienez za affettuosa dell’aderire e del condivi dere. Non per un processo riduttivo ma per un energico soprassalto creati vo, quest’ultimo libro assume a lin guaggio poetico il linguaggio della nuda e solitaria meditazione, ed è ancora più fitto e animato, più omoge neo e continuo in quel a tu per tu del la coscienza, in quel parlato suscetti bile di accenti confidenziali e di squilli.
La vecchiaia dunque che è il tema di Un passo, un altro passo è una con dizione reale, autobiografica e cosmi ca. Betocchi ce ne dà perfino una sor ta di lucreziana fenomenologia (« Chi invecchia e sente sfiorire nel sangue l’amore / ha dei laidi tormenti… »). Nello stesso tempo è una umile e grande metafora dello stato di indife sa e quasi infantile debolezza di fron te al destino soprannaturale. Debolez za confortata dalla confidenza, natu ralmente: e in più agguerrita dal ro vello di una finale chiaroveggenza che si conquista, si perde e si riconquista giorno per giorno in quel superiore esercizio di concentrazione sopra di sé insegnato dalla letteratura agostinia na di tutti i tempi cattolici. Rientrato dalle opere e dai commerci col mondo, il vecchio è oppresso dalla perdita del le forze e dai turbamenti di un vacil lante desiderio e insieme acceso da questa intensa veglia interiore.
Questa doppia natura dell’oggetto spiega probabilmente perché il diario, il journal de vieillesse, acquisti spesso un respiro e una cadenza poematica e perché il medesimo linguaggio af fabile, mosso, frastagliato della con fessione possa svariare dal nudo ma sempre vibrante enunciato alla riso nanza più trascorrente oltre il limite. Mobilità dell’accento che sta a indica re una infrenabile fuga verso la cen tralità: voglio dire un moto o volo centripeto che incalza il poeta a inglo bare il dato particolare della situazio ne â— che è appunto la fedeltà a uno stato oggettivo, la vecchiaia â— nell’u niverso lirico indivisibile che aveva intuito da giovane e a riconfermarlo con l’esperienza e al di là da essa. Indubbiamente il libro è bello anche di questa impazienza, di questo fremito di rondine ferita dentro la mano che la trattiene. Potremmo seguire questo movimento su un filo molto significa tivo.
La poesia di Betocchi era stata per eccellenza una poesia del sensibile: tanto vale dire che la sua carità parti va dalle creature. Ora che il discorso è, fra sé e sé, un discorso con il Crea tore quasi senza distrazioni all’ester no, il sensibile ritorna più che altro come metafora interna ed è proprio in quei punti che il « passo » mette le ali e accelera il commovimento bruciante della asciutta confessione, di per se stessa così alta, così fervida per ansia di verità. E’ da notare che tutto que sto accade senza rotture e lacerazioni, in un linguaggio sostanzialmente con tinuo, incisivo, vivificato dalle risorse e ricchezze di idioma, non secco, aperto anzi a una sintassi geroglifica prima del suo finale svettante. Solo per una di quelle grossolane classificazioni che sono sempre a portata di mano dei lettori mediocri, si dirà che questo lin guaggio ha ripiegato verso la prosa. C’è un punto ideale nella storia di ogni poeta in cui la distinzione tra pro sa e poesia sembra un limite o un ar bitrio insostenibile; un punto in cui la lingua è una. Con misura e fermezza Betocchi si è collocato in quel punto non dovendo per questo discendere ma anzi salire.
Cadrebbe ora il momento di assolve re l’obbligo che prima di ogni altro sembra competere all’informatore: cioè di situare l’opera nella cronaca collaterale in attesa che la storia crei la prospettiva. Confesso che questo compito mi pare nel caso perfino ridi colo a tal punto un libro come questo, cresciuto e maturato come esperienza plenaria di vita interiore, esclude di autorità il gioco delle concordanze e delle discordanze con la ricerca con temporanea. Né ideologie, né ipotesi, né teorie formali potrebbero venirci in soccorso. Può darsi che l’opera più recente di Betocchi rifletta in qualche modo la metamorfosi a cui l’idea di poesia è stata in questi ultimi tempi sottoposta se non altro per il soprav vento che in ogni significato vi ha preso l’esperienza sull’apriorismo no vecentesco.
Ma diremo soltanto che abbiamo provato di nuovo, leggendo, l’inebrian te emozione della poesia come di un irrefutabile fatto. E proprio mentre ogni assillo problematico si andava a quel contatto vanificando, è stato an che netto il senso che la nostra poesia ha, dopo tutto, una spina dorsale.