di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 24 settembre 1969]
Se è stato un sogno, non ricordo d’averlo sognato, co me ignoro per quali vene, in quali risorgive della memo ria e in quali sorgive dell’im maginazione sia sorto o ri sorto.
Non c’è che raccontarlo co me si racconta un racconto, il quale in questo caso, è di sempre e di mai.
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In una grande vallata ro mita, inaccessibile fra gran di montagne invalicabili o quasi, vive una gente ignota ed ignara del genere e al ge nere umano, tanto che chiaman sé stessi « Uomini », co me unici sotto il sole.
Che se qualche loro simile, superando fatiche e difficol tà e rischi delle terribili mon tagne, perviene in valle, co me disse Guerrino il Meschi no a chi gli chiedeva di do ve veniva, dal Mondo, se ta ce non lo fanno parlare, se parla non lo stanno a sen tire. Se vero, è superfluo dir lo; se falso, è inutile ascol tarlo: ricorrono alla prova del fiume.
Il fiume, nutrito e ingros sato in ogni stagione di quan te acque confluiscono a fondovalle da sorgenti e pioggie e da nevai e ghiacciai, nel piano e dalle pendici, dalla media e dall’alta montagna, corre allegro e cruccioso, ve loce e rapinoso, da un capo all’altro della vasta vallea. Ne esce, tremendo, precipitando si, ingorgandosi in un orri do ingorgo, in una vortico sa, tuonante voragine vora ce, in una spaventosa gola e bocca, irta di feroci denti scogliosi, dalla quale esce, per il contrasto dell’aria con l’acqua che vi s’ingolfa, una specie di urlo terribile, e una nebbia fumigante di polvere d’acqua. Il tuono, il rombo, l’urlo sono continui e co stantemente esasperati; la nebbia è intermittente e va ria, sempre ondeggiante, sic ché, quando i raggi del sole vi destano i sette colori del l’iride, l’arcobaleno, bellissi mo, danza nella nuvola di candido ondulante vapore. Sicché la nera gola dell’orri do dà immagine della ferocia a cui può giunger natura nei suoi portati, e l’iride di quan ta crudeltà può stare nella loro bellezza, se dal buio abisso della voragine senza fondo che si conosca, sorge quell’iride, come a dire di che vaporosa specie sia la fuggevole bellezza della na tura, che d’altronde tutti po co prima o poco poi dobbia mo lasciare. Ma sulla bocca della voragine, l’iride aggiun ge orrore all’orrore, vertigi ne a vertigine, ribrezzo e ter rore al terrore e al ribrezzo di chi, gettato in fiume, pre cipita col fiume in quell’a bisso.
E’ questa infatti ciò che chiamano la prova del fiu me, quando in valle capita uno di fuori.
Che finora li abbia inghiot titi tutti, è per gli Uomini la dimostrazione che quanti ce n’han buttati, nessuno meri tava d’uscirne a salvamento; ma non c’è che fare: è a prez zo di tale convinzione che si acquista la tranquillità della coscienza.
Càpita che un malavven turato in valle, è menato in riva al fiume e sta già, silen zioso, sull’orlo dell’avida cor rente. Non ha aperto e non apre bocca, ed ora è tardi, ma leva la voce a dire che fra stenti e pericoli è venuto a cercare una pianta, un al bero, per insegnarlo a loro, che l’ignorano. Gli risponde una sghignazzata di popolo: è scimunito o li vuol canzo nare, o più veramente la paura lo fa uscir di cervello? Risponde che fuor di senno sono loro, ma non c’è tempo di rimetterceli; che non san no quel che fanno, e non avran tempo, ora, d’impararlo. Invece, avran tempo di ap prenderlo, quanto e più e più del bisogno, quando si penti ranno, tardi e per sempre. Indignati ma spauriti, ingan nano la paura sotto uno schia mazzo di lazzi sguaiati, ma la vittima della loro giusti zia e sguaiataggine grida con voce altissima, che la pianta è l’Albero della Scienza del Bene e del Male; ignoti fino ra ad essi l’uno e l’altro, ma non più d’ora in poi, perché nell’inevitabile, inespiabile ini quità di cui stanno per caricare le loro coscienze, cono sceranno il Male, e già del suo sapore hanno piena e at tossicata la bocca.
La costernazione a cui vor rebbero ribellarsi li ha ridot ti al silenzio. Uno lo rompe con uno scherno esoso, che li fa prorompere in uno sgorgo di risa che non s’avvedono quanto sian lugubri e tetre: â— A rivederci all’ultimo giorno, te e la tua profezia! â— Lo stolto grido s’allarga a generale schiamazzo, e salu tano con giubilo non si sa se più stolido o più odioso l’e sito della prova del fiume, che s’è ingollato, dicono sban dandosi per rincasare, profe ta e profezia. Né sono a casa, che la profezia comincia ad avverarsi, infastiditi, amareg giati d’avergli detto profeta.
Intanto un quesito si pone da sé ad ognuno ed a tutti fra sé e fra loro, semplice, naturale, logico: com’è che in riva al fiume, quasi, o po co mancava, sulla bocca del l’orrido clamoroso, si son udi ti e fatti udire? La risposta, e non ce n’è altra, è che la bocca ha taciuto, ovvero le voci umane han superato il suo urlo: due portenti, due prodigi, due miracoli; e dun que profetiche le parole dette da quell’uomo.
Bisogna, non ci son dubbi né dissensi, chiarire l’oscuro disagio, superare il timore, affrontare il rimorso, perfe zionare la Scienza del Male e del Bene oscuramente in tuita.
La passione li divide in tre partiti: i credenti, che lo con siderano la figura tangibile di una verità trascendente, e lo cercano per tributargli onori sacri; gli increduli, per i quali è una fiaba di cui bi sogna dimostrare la falsità spiantando e sbarbicando il supposto Albero; i neutrali, che lo ritengono un mito re ligioso, una immagine poeti ca, un simbolo filosofico, i quali, miti, immagini, simboli, nulla avranno, come tali, a perderci, se l’Albero non ha esistenza vegetale.
Tante opinioni quante teste, anzi più, poi che in più d’una sussistono e si contrastano opinioni più d’una: e fra tan te discussioni sul da farsi per trovarlo, finisce che non lo cercano più e neanche inda gano se sia e che sia. Finisce che si fanno a dir la loro i botanici: si tratta infatti di un vegetale, e dunque spetta a loro la ricerca, la defini zione, la classificazione. C’è l’Orto Botanico, la stazione sperimentale: e così comincia no a mettere a coltura selet tiva e intensiva, positiva e scientifica, nutritizia e genetistica, biologica, le piante del la valle. Ottengon ciliegie e piselli grossi come prugne, prugne come pere, pere come zucche, mele come cocomeri, e che si riproducono tre, quattro volte l’anno: restano quel che sono. Invece, se l’Al bero esiste, ha da avere par ticolarità e facoltà sue proprie, che non risultano dalle indagini microscopiche.
Han tenuto per ultimo uno spregiato intruso tropicale, un esotico miseramente attecchi to nei boschi, pianta grassa, a farvi magra dimora, come dicono i botanici ironicamen te. Essa, accolta con sprezzante condiscendenza nell’Or to, nutrita e concimata e curata, sviluppa un formidabile appetito, e una spaventosa ca pacità di riprodursi e di esten dersi sopra e sottoterra e raso terra, con semi e propaggini e radici, con un vigore che dai tentativi di contenerlo e di distruggerlo invigorisce e mol tiplica. Vuota depositi e ma gazzini dell’Orto e della sta zione sperimentale; se lo man gia, l’Orto, e le campagne, e i boschi e i prati: non per questo più feroce degli altri del mondo vegetale, perché è un mondo, questo, nella sua splendida parvenza silenziosa, in cui la lotta a soppiantar si e sopprimersi, sottraendosi l’un l’altro lo spazio, il nutri mento, l’aria, la luce, è atroce quanto le più atroci, è con tinua e implacabile, come in nessun’altra specie di viventi. La valle immiserita, ridotta a tetro deserto dalla insolente, corpulenta, spinosa, aitante prepotenza di quel micidiale intruso usurpatore, si spopola nel grande esodo, che costa, nel traversar le montagne, di sastri e traversie, morti e fe riti in gran numero. Nessuno degli scampati è poi voluto tornare in valle, neanche do po che l’avidissimo invasore, ridotto dalla sua ingordigia a nutrirsi di sé medesimo, aven do fatto il deserto e avendo isterilito il terreno, è stato ricostretto al suo primitivo im miserimento semifamelico.
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Che dicono i profughi, gli esuli?
I botanici superstiti ricono scono l’errore di avere super- nutrito ed esaltato la potenza degli appetiti vitali di un sog getto depresso chi sa da quan ti secoli in una condizione mi sera, abbietta, denutrita.
Gli altri esuli vogliono spie gazioni meno botaniche. Un errore, in ciò concordano, è stato di cercar l’Albero tra i vegetali reali. E subito discor dano: fu errore, dicon gli in creduli, perché l’Albero non ha nessun genere di realtà; è una chimera. No, dicon gli agnostici neutrali, è un mito religioso, un’immagine poeti ca, un simbolo filosofico. E’ un’idea, oppongono gli spiriti religiosi e i poetici e i filosofici, ma ciascuno di essi la vede a suo modo: figurazione sensibile di un trascendente mistero; figura vera di bellezza poetica; simbolo di verità filosofica.
Finalmente, l’Albero esiste, ma nelle coscienze, non in natura.
Agli indifferenti sembra tan to ovvio, che non si capaci tano che se ne parli. Ma a questi va pur detto che la passione può offuscare gli in telletti, ma l’apatia li ottunde.