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LETTERATURA: I MAESTRI: Se è stato un sogno

5 Novembre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 24 settembre 1969]

Se √® stato un sogno, non ricordo d’averlo sognato, co ¬≠me ignoro per quali vene, in quali risorgive della memo ¬≠ria e in quali sorgive dell’im ¬≠maginazione sia sorto o ri ¬≠sorto.
Non c’√® che raccontarlo co ¬≠me si racconta un racconto, il quale in questo caso, √® di sempre e di mai.

*

In una grande vallata ro ¬≠mita, inaccessibile fra gran ¬≠di montagne invalicabili o quasi, vive una gente ignota ed ignara del genere e al ge ¬≠nere umano, tanto che chiaman s√© stessi ¬ę Uomini ¬Ľ, co ¬≠me unici sotto il sole.

Che se qualche loro simile, superando fatiche e difficol ­tà e rischi delle terribili mon ­tagne, perviene in valle, co ­me disse Guerrino il Meschi ­no a chi gli chiedeva di do ­ve veniva, dal Mondo, se ta ­ce non lo fanno parlare, se parla non lo stanno a sen ­tire. Se vero, è superfluo dir ­lo; se falso, è inutile ascol ­tarlo: ricorrono alla prova del fiume.

Il fiume, nutrito e ingros ¬≠sato in ogni stagione di quan ¬≠te acque confluiscono a fondovalle da sorgenti e pioggie e da nevai e ghiacciai, nel piano e dalle pendici, dalla media e dall’alta montagna, corre allegro e cruccioso, ve ¬≠loce e rapinoso, da un capo all’altro della vasta vallea. Ne esce, tremendo, precipitando ¬≠si, ingorgandosi in un orri ¬≠do ingorgo, in una vortico ¬≠sa, tuonante voragine vora ¬≠ce, in una spaventosa gola e bocca, irta di feroci denti scogliosi, dalla quale esce, per il contrasto dell’aria con l’acqua che vi s’ingolfa, una specie di urlo terribile, e una nebbia fumigante di polvere d’acqua. Il tuono, il rombo, l’urlo sono continui e co ¬≠stantemente esasperati; la nebbia √® intermittente e va ¬≠ria, sempre ondeggiante, sic ¬≠ch√©, quando i raggi del sole vi destano i sette colori del ¬≠l’iride, l’arcobaleno, bellissi ¬≠mo, danza nella nuvola di candido ondulante vapore. Sicch√© la nera gola dell’orri ¬≠do d√† immagine della ferocia a cui pu√≤ giunger natura nei suoi portati, e l’iride di quan ¬≠ta crudelt√† pu√≤ stare nella loro bellezza, se dal buio abisso della voragine senza fondo che si conosca, sorge quell’iride, come a dire di che vaporosa specie sia la fuggevole bellezza della na ¬≠tura, che d’altronde tutti po ¬≠co prima o poco poi dobbia ¬≠mo lasciare. Ma sulla bocca della voragine, l’iride aggiun ¬≠ge orrore all’orrore, vertigi ¬≠ne a vertigine, ribrezzo e ter ¬≠rore al terrore e al ribrezzo di chi, gettato in fiume, pre ¬≠cipita col fiume in quell’a ¬≠bisso.

E’ questa infatti ci√≤ che chiamano la prova del fiu ¬≠me, quando in valle capita uno di fuori.

Che finora li abbia inghiot ¬≠titi tutti, √® per gli Uomini la dimostrazione che quanti ce n’han buttati, nessuno meri ¬≠tava d’uscirne a salvamento; ma non c’√® che fare: √® a prez ¬≠zo di tale convinzione che si acquista la tranquillit√† della coscienza.

C√†pita che un malavven ¬≠turato in valle, √® menato in riva al fiume e sta gi√†, silen ¬≠zioso, sull’orlo dell’avida cor ¬≠rente. Non ha aperto e non apre bocca, ed ora √® tardi, ma leva la voce a dire che fra stenti e pericoli √® venuto a cercare una pianta, un al ¬≠bero, per insegnarlo a loro, che l’ignorano. Gli risponde una sghignazzata di popolo: √® scimunito o li vuol canzo ¬≠nare, o pi√Ļ veramente la paura lo fa uscir di cervello? Risponde che fuor di senno sono loro, ma non c’√® tempo di rimetterceli; che non san ¬≠no quel che fanno, e non avran tempo, ora, d’impararlo. Invece, avran tempo di ap ¬≠prenderlo, quanto e pi√Ļ e pi√Ļ del bisogno, quando si penti ¬≠ranno, tardi e per sempre. Indignati ma spauriti, ingan ¬≠nano la paura sotto uno schia ¬≠mazzo di lazzi sguaiati, ma la vittima della loro giusti ¬≠zia e sguaiataggine grida con voce altissima, che la pianta √® l’Albero della Scienza del Bene e del Male; ignoti fino ¬≠ra ad essi l’uno e l’altro, ma non pi√Ļ d’ora in poi, perch√© nell’inevitabile, inespiabile ini ¬≠quit√† di cui stanno per caricare le loro coscienze, cono ¬≠sceranno il Male, e gi√† del suo sapore hanno piena e at ¬≠tossicata la bocca.

La costernazione a cui vor ¬≠rebbero ribellarsi li ha ridot ¬≠ti al silenzio. Uno lo rompe con uno scherno esoso, che li fa prorompere in uno sgorgo di risa che non s’avvedono quanto sian lugubri e tetre: √Ę‚ÄĒ A rivederci all’ultimo giorno, te e la tua profezia! √Ę‚ÄĒ Lo stolto grido s’allarga a generale schiamazzo, e salu ¬≠tano con giubilo non si sa se pi√Ļ stolido o pi√Ļ odioso l’e ¬≠sito della prova del fiume, che s’√® ingollato, dicono sban ¬≠dandosi per rincasare, profe ¬≠ta e profezia. N√© sono a casa, che la profezia comincia ad avverarsi, infastiditi, amareg ¬≠giati d’avergli detto profeta.

Intanto un quesito si pone da s√© ad ognuno ed a tutti fra s√© e fra loro, semplice, naturale, logico: com’√® che in riva al fiume, quasi, o po ¬≠co mancava, sulla bocca del ¬≠l’orrido clamoroso, si son udi ¬≠ti e fatti udire? La risposta, e non ce n’√® altra, √® che la bocca ha taciuto, ovvero le voci umane han superato il suo urlo: due portenti, due prodigi, due miracoli; e dun ¬≠que profetiche le parole dette da quell’uomo.

Bisogna, non ci son dubbi n√© dissensi, chiarire l’oscuro disagio, superare il timore, affrontare il rimorso, perfe ¬≠zionare la Scienza del Male e del Bene oscuramente in ¬≠tuita.

La passione li divide in tre partiti: i credenti, che lo con ¬≠siderano la figura tangibile di una verit√† trascendente, e lo cercano per tributargli onori sacri; gli increduli, per i quali √® una fiaba di cui bi ¬≠sogna dimostrare la falsit√† spiantando e sbarbicando il supposto Albero; i neutrali, che lo ritengono un mito re ¬≠ligioso, una immagine poeti ¬≠ca, un simbolo filosofico, i quali, miti, immagini, simboli, nulla avranno, come tali, a perderci, se l’Albero non ha esistenza vegetale.

Tante opinioni quante teste, anzi pi√Ļ, poi che in pi√Ļ d’una sussistono e si contrastano opinioni pi√Ļ d’una: e fra tan ¬≠te discussioni sul da farsi per trovarlo, finisce che non lo cercano pi√Ļ e neanche inda ¬≠gano se sia e che sia. Finisce che si fanno a dir la loro i botanici: si tratta infatti di un vegetale, e dunque spetta a loro la ricerca, la defini ¬≠zione, la classificazione. C’√® l’Orto Botanico, la stazione sperimentale: e cos√¨ comincia ¬≠no a mettere a coltura selet ¬≠tiva e intensiva, positiva e scientifica, nutritizia e genetistica, biologica, le piante del ¬≠la valle. Ottengon ciliegie e piselli grossi come prugne, prugne come pere, pere come zucche, mele come cocomeri, e che si riproducono tre, quattro volte l’anno: restano quel che sono. Invece, se l’Al ¬≠bero esiste, ha da avere par ¬≠ticolarit√† e facolt√† sue proprie, che non risultano dalle indagini microscopiche.

Han tenuto per ultimo uno spregiato intruso tropicale, un esotico miseramente attecchi ¬≠to nei boschi, pianta grassa, a farvi magra dimora, come dicono i botanici ironicamen ¬≠te. Essa, accolta con sprezzante condiscendenza nell’Or ¬≠to, nutrita e concimata e curata, sviluppa un formidabile appetito, e una spaventosa ca ¬≠pacit√† di riprodursi e di esten ¬≠dersi sopra e sottoterra e raso ¬≠terra, con semi e propaggini e radici, con un vigore che dai tentativi di contenerlo e di distruggerlo invigorisce e mol ¬≠tiplica. Vuota depositi e ma ¬≠gazzini dell’Orto e della sta ¬≠zione sperimentale; se lo man ¬≠gia, l’Orto, e le campagne, e i boschi e i prati: non per questo pi√Ļ feroce degli altri del mondo vegetale, perch√© √® un mondo, questo, nella sua splendida parvenza silenziosa, in cui la lotta a soppiantar ¬≠si e sopprimersi, sottraendosi l’un l’altro lo spazio, il nutri ¬≠mento, l’aria, la luce, √® atroce quanto le pi√Ļ atroci, √® con ¬≠tinua e implacabile, come in nessun’altra specie di viventi. La valle immiserita, ridotta a tetro deserto dalla insolente, corpulenta, spinosa, aitante prepotenza di quel micidiale intruso usurpatore, si spopola nel grande esodo, che costa, nel traversar le montagne, di ¬≠sastri e traversie, morti e fe ¬≠riti in gran numero. Nessuno degli scampati √® poi voluto tornare in valle, neanche do ¬≠po che l’avidissimo invasore, ridotto dalla sua ingordigia a nutrirsi di s√© medesimo, aven ¬≠do fatto il deserto e avendo isterilito il terreno, √® stato ricostretto al suo primitivo im ¬≠miserimento semifamelico.

*

Che dicono i profughi, gli esuli?

I botanici superstiti ricono ¬≠scono l’errore di avere super- nutrito ed esaltato la potenza degli appetiti vitali di un sog ¬≠getto depresso chi sa da quan ¬≠ti secoli in una condizione mi ¬≠sera, abbietta, denutrita.

Gli altri esuli vogliono spie ¬≠gazioni meno botaniche. Un errore, in ci√≤ concordano, √® stato di cercar l’Albero tra i vegetali reali. E subito discor ¬≠dano: fu errore, dicon gli in ¬≠creduli, perch√© l’Albero non ha nessun genere di realt√†; √® una chimera. No, dicon gli agnostici neutrali, √® un mito religioso, un’immagine poeti ¬≠ca, un simbolo filosofico. E’ un’idea, oppongono gli spiriti religiosi e i poetici e i filosofici, ma ciascuno di essi la vede a suo modo: figurazione sensibile di un trascendente mistero; figura vera di bellezza poetica; simbolo di verit√† filosofica.

Finalmente, l’Albero esiste, ma nelle coscienze, non in natura.
Agli indifferenti sembra tan ¬≠to ovvio, che non si capaci ¬≠tano che se ne parli. Ma a questi va pur detto che la passione pu√≤ offuscare gli in ¬≠telletti, ma l’apatia li ottunde.


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Bart