Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Simenon è un vero scrittore?

27 Aprile 2012

di Giuseppe Bonura
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 19, gioved√¨ 11 maggio 1967]

Uno lo guarda, e subito gli salta in mente la do ¬≠manda maliziosa: √® un vero scrittore? Naturalmente, se la tiene per s√©, o almeno cerca di non porla in termini cos√¨ aspri. Anche perch√© Simenon suscita pi√Ļ sentimenti fi ¬≠liali che antagonistici. Un pa ¬≠dre, ecco cos’√®, un padre, di ¬≠ciamo entre les deux guerres, gli occhiali con la montatura di tartaruga, la cravatta a far ¬≠falla, il fazzoletto bianco mez ¬≠zo fuori dal taschino della giac ¬≠ca, e la pipa, che √® il detta ¬≠glio pi√Ļ famoso, quasi un trop ¬≠po letterario. Un uomo sempli ¬≠ce, socievole, lindo, ordinato, e soprattutto disposto a parlare, di s√©, dei suoi libri, di quelli degli altri, della letteratura in generale.

– Signor Simenon, l’impo ¬≠nente successo di pubblico e di critica le sembra adeguato al valore complessivo della sua opera?

РNon mi sono mai posto questo problema. Tutto quello che accade intorno a ogni mio romanzo, le vendite, le tradu ­zioni, i diritti cinematografici e televisivi, insomma quello che si chiama il successo ogni vol ­ta mi stupisce come se fosse la prima volta, come se questo accadesse a un Simenon diciot ­tenne, debuttante, timido e pie ­no di speranze al tempo stesso.

– Lei ha affermato pi√Ļ vol ¬≠te di essere infastidito dal suc ¬≠cesso di Maigret. Tuttavia que ¬≠sto successo non si √® verificato improvvisamente. Perch√© ha seguitato a scrivere le sto ¬≠rie del celebre commissario?

– Premetto che considero il mestiere del romanziere un mestiere come un altro. Un ro ¬≠manzo √® un lavoro d’artigianato. C’√® naturalmente il bravo e il cattivo artigiano. Con que ¬≠sta idea, √® chiaro che pensai subito al romanzo poliziesco come a un genere adatto per fare della letteratura n√© alta n√© bassa, diciamo popolare, che mi permettesse senza trop ¬≠pe preoccupazioni intellettuali ¬≠stiche di saggiare liberamente i miei temi. Nel romanzo poli ¬≠ziesco ci sono alcune tecniche che si possono vantaggiosamen ¬≠te sfruttare altrove. No, non sono infastidito dal successo di Maigret: vorrei solo che si ca ¬≠pisse che Maigret mi serve, in un certo senso, da stimolo e in ¬≠troduzione agli altri romanzi.

Due segretarie, una francese e una inglese, nella sua incre ¬≠dibile villa-monumento di Epalinges, nei pressi di Losanna, rispondono a tutte le lettere che giungono a Simenon. Qual ¬≠che volta, lui stesso si prende il disturbo di rispondere. ¬ę La corrispondenza mi serve per far la mano allo scrivere ¬Ľ, di ¬≠ceva Balzac.

– Signor Simenon, lei √® stato spesso paragonato a Balzac. Questo paragone non le pare un po’ irriverente verso… Bal ¬≠zac?

– Ecco, √® uno di quei con ¬≠fronti o paralleli o paragoni, co ¬≠me dice lei, che mi hanno fatto sempre sorridere. A volte, an ¬≠che un po’ meno che sorridere. Vede, la molla che fa scatta ¬≠re i personaggi di Balzac √® la ambizione, la voglia smodata di primeggiare, l’avidit√† di gua ¬≠dagno e sentimenti simili. In verit√†, non vedo proprio in che cosa i miei personaggi possa ¬≠no rassomigliare a quelli di Balzac. No, io e Balzac non siamo neanche cugini…

√Ę‚ÄĒ La sua fama, signor Si ¬≠menon, √® indiscussa. Ha fatto mai niente per aiutare questa fama, qualche compromesso con se stesso, con la sua voca ¬≠zione per assecondare i gusti del pubblico?

РNo, mai. Ho sempre Scrit ­to quello che realmente senti ­vo di scrivere. Non ho mai tol ­to una riga dai miei romanzi o racconti se non ne ero perso ­nalmente convinto. Nei riguar ­di del cinema e della televisio ­ne, mi sono comportato allo stesso modo. Il successo mi è cresciuto tra le mani e ancora adesso, le ripeto, mi stupisce. Ma non faccio niente per as ­secondarlo.

In effetti, Simenon parla del suo successo quasi si trattasse di altra cosa da s√©, sua s√¨ ma che potrebbe benissimo appar ¬≠tenere a un altro, come il ve ¬≠stito che indossa ad esempio. E non c’√® affettazione in que ¬≠sto, non orgoglio, non falsa mo ¬≠destia o, peggio ancora, astu ¬≠zia.

РSignor Simenon, si sente uno scrittore impegnato nel definire il senso della realtà, della società?

– S√¨, e molto. Ma in una ma ¬≠niera che vorrei spiegare. Ec ¬≠co, se uno mi chiedesse di de ¬≠finire questa realt√† o societ√† in termini politici, mi rifiute ¬≠rei di rispondere direttamente. Del resto, non ho mai risposto a questa domanda neanche nei miei romanzi. Con la religio ¬≠ne mi sono comportato allo stesso modo. Invece mi sento impegnato a definire sentimen ¬≠talmente il mondo e l’uomo, insomma la societ√†. Quello che realmente mi interessa √® sco ¬≠prire nell’uomo la sua umani ¬≠t√†, la sua dignit√†, la sua liber ¬≠t√†, il suo dolore e la sua gioia. Ma tutto questo, in quanto uomo di ieri e di oggi, di sem ¬≠pre, svincolato da ogni contin ¬≠genza effimera. S√¨, credo nel ¬≠l’individualit√† dell’essere uma ¬≠no, nella sua particolare verit√†.

√Ę‚ÄĒ Una volta di pi√Ļ lei ha affermato di non professare idee politiche, o almeno pre ¬≠giudizi politici. Pensa sul se ¬≠rio che un romanziere e il suo universo romanzesco possano essere apolitici?

– Le ripeto, sono un indivi ¬≠dualista assoluto, integrale. Tutto quello che limita la li ¬≠bert√† dell’uomo mi sembra in ¬≠tollerabile, esecrabile. Non potrei sopportarlo in nessun modo e per nessuna ragione.

Chiaro? Oscuro? Certo √® che da questa domanda non si ca ¬≠va molto di pi√Ļ. Ci hanno pro ¬≠vato in tanti, alcuni anche au ¬≠torevoli, e in occasioni specia ¬≠li. Andr√© Perinuad, per esem ¬≠pio, che nel 1955 gli fece pres ¬≠sappoco le stesse domande alla Radio francese s’ebbe risposte identiche nella sostanza. Quel ¬≠la volta Simenon disse che la politica non gli interessava in quanto romanziere ma solo ¬ę per diletto personale ¬Ľ.

– Signor Simenon, nei suoi romanzi agisce sempre un uo ¬≠mo comune, un tipico antieroe. Questo antieroe o uomo comune o uomo della strada √® im ¬≠messo in una struttura narra ¬≠tiva tradizionale, che deriva, grosso modo, dal naturalismo francese. Non crede che i suoi personaggi siano degli abili aggiornamenti dei personag ¬≠gi ottocenteschi e che proprio per questo diano un’immagi ¬≠ne falsa dell’uomo contempo ¬≠raneo?

– Sta ai lettori e ai critici deciderlo. Personalmente, cre ¬≠do che l’uomo comune non sia molto cambiato, che le sue passioni, i suoi sentimenti sia ¬≠no sempre gli stessi. Sono gli intellettuali che cambiano. Ec ¬≠co, le faccio un esempio. Ogni giorno c’√® gente che si uccide o che uccide. Ebbene, ho no ¬≠tato che il suicidio o l’omici ¬≠dio dell’uomo della strada, del ¬≠l’antieroe, diciamo cos√¨, non √® mai l’atto di un pensiero che arzigogola su se stesso, che co ¬≠struisce sul vuoto le proprie ragioni, ma l’impulso autenti ¬≠co di una personalit√† autenti ¬≠ca. L’antieroe non √® mai arti ¬≠ficiale e proprio per questo non cambia mai.

La sorridente ma tenace po ¬≠lemica contro gli intellettuali e gli intellettualismi di ogni genere √® una caratteristica di Simenon, che ammette di non conoscere gli scrittori contem ¬≠poranei, i Robbe-Grillet, i Butor, i Bellow ecc. Degli scrit ¬≠tori italiani, figuriamoci, nean ¬≠che un nome. Legato sentimen ¬≠talmente e culturalmente ai grandi dell’Ottocento, non se n’√® mai allontanato, se non per praticare incondizionatamente Faulkner, che cita spesso co ¬≠me scrittore genuino, in con ¬≠trapposizione a Hemingway, ¬ę che per eccitarsi ha bisogno di palliativi ¬Ľ. Da ragazzo leg ¬≠geva moltissimo, disordinata- mente, ma captando gi√† il me ¬≠glio di quel che passavano le bancarelle. Forse √® cos√¨ che si forma un grande scrittore po ¬≠polare di scarsi mezzi finan ¬≠ziari: non potendo acquistare le novit√† per l’alto prezzo, vagola nei negozietti dei rivenditori, tra le bancarelle, nelle soffitte dove sono accatastate pile di libri ammuffiti. E l√¨ trova, naturalmente, roba di tren ¬≠ta, quaranta, cinquant’anni fa, e piglia a fiuto, legge a naso, sceglie d’istinto. E quelle parole, quegli odori, quelle at ¬≠mosfere gli entrano dentro e non lo lasciano pi√Ļ per tutta la vita. Cos√¨ √® capitato a Simenon. ¬ę S’impara fino a diciott’anni ¬Ľ, ha detto un giorno, ¬ę poi non si fa che pescare sempre nello stesso riposti ¬≠glio ¬Ľ. Solo che lui, incredibi ¬≠le, ogni volta pesca qualcosa di nuovo.

– Signor Simenon, agli ini ¬≠zi della sua carriera pens√≤ di dedicarsi subito al romanzo poliziesco o alla letteratura, diciamo cos√¨, pi√Ļ impegnata? con la L maiuscola?

– Al principio di tutti i prin ¬≠cipi inseguivo una letteratura con la L non solo maiuscola ma addirittura gigantesca. Ma credo che questo accada a ogni uomo che vuol mettersi a scrivere. Si comincia sempre pen ¬≠sando a divinit√† inaccessibili, e si finisce per coltivare il pro ¬≠prio pezzetto di terra, dove esi ¬≠stono cose che uno pu√≤ tocca ¬≠re e prendere con le proprie mani e le proprie forze. Quand’ero giovane, oh molto giova ¬≠ne. avevo in mente modelli mi ¬≠tici e confrontavo quel che scrivevo con quello che aveva ¬≠no scritto loro, e il confronto mi induceva a inventare pseu ¬≠donimi. Pi√Ļ tardi, quando ca ¬≠pii che l’importante √® di esse ¬≠re se stessi, firmai col mio no ¬≠me. Niente e nessuno poteva pi√Ļ toccarmi, ormai.

РGiacché siamo in argo ­mento. può dire qual è la sua opinione sul romanzo polizie ­sco? Pensa che si tratti di un genere irrimediabilmente ne ­gato alla poesia, oppure no?

– Non si pu√≤ generalizzare, il romanzo poliziesco moder ¬≠no √® l’equivalente del roman ¬≠zo gotico, del romanzo di av ¬≠venture, del romanzo di cappa e spada, ecc. Insomma, ogni tempo ha il proprio romanzo popolare. Quanto alla poesia, se sia possibile o meno, be’, questo dipende dal talento del ¬≠lo scrittore. Guardi Faulkner: quando si mise a scrivere il suo primo romanzo, o uno dei primi, ora non ricordo, voleva semplicemente far dei quattrini con un genere gi√† collau ¬≠dato, appunto il giallo, e ne venne fuori Santuario.

– Quali furono i suoi primi maestri, i suoi primi modelli letterari?

– Gogol prima di tutti. Vede, mia madre aveva una pensio ¬≠ne dove spesso soggiornavano studenti russi. Avevo quattor ¬≠dici anni, allora. Gogol mi im ¬≠pression√≤ enormemente. Spes ¬≠so mi capitava di ascoltare i discorsi di quegli studenti. Essi si meravigliavano, ad esem ¬≠pio, che in Francia si leggesse soprattutto Zola; e Dumas per altre ragioni. Erano dei patiti di Maupassant, forse perch√© influenzati da quello che ne avevano detto Cechov e Tolstoi. Io, a quel tempo, di Mau ¬≠passant non avevo sentito neanche parlare. Per quanto possa sembrare strano, Mau ¬≠passant non √® stato mai mol ¬≠to popolare in Francia. Perso ¬≠nalmente, lo stimo, ma non credo di averne subito il fa ¬≠scino, o qualche influenza let ¬≠teraria. Del resto, ho cominciato a leggerlo relativamente tardi. Dai quattordici ai diciott’anni, ripeto, praticavo soprat ¬≠tutto i russi, in tutti i sensi. Dostojevskij, Puskin e Gogol in testa. In seguito, scoprii la letteratura inglese, scoprii Dickens, col quale mi sembra di avere delle affinit√†. Natural ¬≠mente, non voglio dimenticare Balzac e Stendhal in questa rassegna, un po’ troppo rapida e inevitabilmente incompleta.

Come si pu√≤ dedurre, le letture di Simenon, le letture degli anni della formazione, non si differenziano da quelle di ogni scrittore di quel tempo. Tutta ¬≠via, nei titoli e nei nomi c’era gi√† un preciso orientamen ¬≠to, un’intelligenza istintiva che gli permetteva di scegliere solo gli affini, per trovarvi o ritro ¬≠varvi la gente della banlieu parigina, gli odori e sapori dei mercati, un’umanit√† vociante e sanguigna, tutta calata nei suoi bisogni istintivi. Simenon, allora, aveva gi√† lasciato Liegi, dove era nato il 13 febbraio 1903, in rue L√©opold. Nei regi ¬≠stri dell’anagrafe: Georges, Jo ¬≠seph, Christian Simenon. Quando Simenon nasce, il padre, D√©sir√©, ha venticinque anni: fa il contabile in una piccola compagnia di assicurazioni. La madre ne ha ventidue, si chia ¬≠ma Henriette Br√ľll, √® di ori ¬≠gine tedesca. Non si sciala, in famiglia: i conti della spesa si fanno su pessima carta, che forse ha un odore tutto parti ¬≠colare, un po’ untuoso, di ma ¬≠ni grasse e sudate. Simenon non ha mai dimenticato quegli anni, ha una memoria formida ¬≠bile, forse ricorda anche i pri ¬≠mi vagiti.

– Lei ha scritto circa due ¬≠cento romanzi e un numero imprecisato di racconti, inol ¬≠tre reportages, pi√®ces teatrali ecc. Come si sente: padrone di questo enorme movimento, di ¬≠ciamo cos√¨, culturale e com ¬≠merciale o vittima dell’industria editoriale?

– Vede, io non ho fatto asso ¬≠lutamente nulla, ripeto, per im ¬≠primere una qualche direzio ¬≠ne a questo movimento, come dice lei. Le richieste mi sono venute dagli altri, io ho soltan ¬≠to dato il benestare. Se non mi sentivo di farlo, rifiutavo. Non ho mai scritto un roman ¬≠zo su commissione, n√© una sce ¬≠neggiatura cinematografica, n√© un originale televisivo. Su com ¬≠missione non si pu√≤ scrivere niente di valido. Se succede, √® un miracol√≤. “Sono assolutamente incapace di scrivere un romanzo che non sento. L’idea, o il sentimento, o l’atmosfera di un romanzo mi si deve for ¬≠mare dentro, improvvisamen ¬≠te o lentamente non importa, comunque sempre in modo spontaneo. Vittima, quindi? Non direi proprio. Ma nean ¬≠che padrone. Lascio che le cose mi nascano intorno da sole. Una volta dagli Stati Uniti un editore mi sped√¨ uno ch√®que in bianco perch√© scrivessi una serie di racconti. Gli spedii indietro l’assegno con mille grazie.

РMi scusi, signor Simenon, non le è mai venuto il sospet ­to, sia pure ironico, di essere il protagonista di un bluff colossale?

– No, mai. D’altronde, √® un genere di sospetto che non ap ¬≠partiene alla mia natura. Io scrivo perch√© mi piace scrive ¬≠re, perch√© amo immensamente questo mestiere. Il resto non mi riguarda.

РPer il fatto che i suoi ro ­manzi siano stati e siano tut ­tora letti da Churchill e Ti ­to, Malraux e Mauriac, ecc., con la stessa passione o lo stesso interesse, non le è mai venuto in mente, che la sua letteratura sia una sorta di loisir universale?

– Ognuno di noi legge per di ¬≠stendersi, per riprovare le emo ¬≠zioni della prima infanzia, quando il mondo √® ogni gior ¬≠no una scoperta e le cose as ¬≠sumono i contorni della favo ¬≠la. Se i miei romanzi piaccio ¬≠no o siano piaciuti a quei signo ¬≠ri, la cosa mi rende felice. Quanto al loisir universale, be’, significa che il mondo dei miei romanzi √® universale, parteci ¬≠pa dell’umanit√† in generale e non solo di un uomo partico ¬≠lare, di un paese o di una na ¬≠zione.

РDi lei hanno parlato be ­ne, e in qualche caso benissi ­mo, critici e scrittori famosi come Gide, Miller, Morand, Mauriac, Hemingway, ecc. Crede incondizionatamente ai loro giudizi? Gide, ad esem ­pio, in un primo momento si sbagliò clamorosamente su Proust, definendolo uno scrit ­tore per contese linfatiche, o qualcosa del genere.

A questo punto Simenon fa una risata divertita, pi√Ļ diver ¬≠tita delle solite comunque, per ¬≠ch√© il sorriso di Simenon non lascia mai l’interlocutore, lo avvolge, lo accarezza con una bont√† senza sforzo e sen ¬≠za smancerie, umanissima, non corriva, e neanche indul ¬≠gente.

– S√¨, Gide e gli altri che ha nominato hanno avute spesso e in diversi periodi parole di elogio per la mia opera. Se credo a questi elogi? Mah! Mi hanno fatto e mi fanno tutto ¬≠ra piacere, ecco tutto. Umana ¬≠mente piacere, come uomo, co ¬≠me padre di famiglia √Ę‚ÄĒ di nuo ¬≠vo sorride. √Ę‚ÄĒ Come scrittore, be’, che cosa ho da spartire io con questi signori? Prendiamo il caso di Gide. Era un intel ¬≠lettuale raffinato, acuto, un letterato elegante e dotato di non comuni doti critiche. Ma che cosa c’entrano i miei ro ¬≠manzi con i suoi giudizi cri ¬≠tici? Sono due cose completamente diverse. 0 si √® scritto ¬≠ri o si √® critici: le due quali ¬≠t√† non possono coesistere nella stessa persona. Gide mi scri ¬≠veva lettere bellissime, ne ho in casa circa centocinquanta, tutte inedite, in cui mi parlava dei miei romanzi come se li avesse esaminati con una gi ¬≠gantesca lente d’ingrandimen ¬≠to. Ebbene, ho continuato a scrivere come avevo sempre scritto, non curandomi n√© di critiche n√© di elogi.

– E’ noto che porta a ter ¬≠mine un romanzo in undici giorni, certe volte anche me ¬≠no. Non ha mai pensato che questi record reiterati siano una risposta, indiretta s√¨ tut ¬≠tavia derisoria nei riguardi di coloro che per fare altrettanto impiegano anni. Flaubert, ad esempio, impieg√≤ cinque o sei anni per scrivere Madame Bo ¬≠vary. Il nostro Manzoni venti ¬≠cinque anni per rifinire I pro ¬≠messi sposi.

– Ogni scrittore √® diverso dall’altro, ogni temperamento √® diverso dall’altro, sia pure per sfumature minime, Tintoretto o Tiziano impiegavano mesi o anni per portare a ter ¬≠mine uno dei loro giganteschi affreschi, Van Gogh impiega ¬≠va quattro o cinque ore o una giornata per dipingere una te ¬≠la. Mi risponda: vale pi√Ļ Tintoretto o Van Gogh? Oppure: √® in grado di istituire seria ¬≠mente questo paragone?

– Signor Simenon, ha affer ¬≠mato a pi√Ļ riprese di provare un grande dispiacere se, men ¬≠tre sta scrivendo un romanzo, una qualsiasi contrariet√† lo costringe a lasciare a mezzo un personaggio, perch√© poi non riesce pi√Ļ ad afferrarlo, a vederlo, a viverlo. Non le pa ¬≠re che questa ossessione del personaggio a tutto tondo fa ¬≠cesse parte della mentalit√† dello scrittore ottocentesco?

– Altro che dispiacere. Sono disperato. Mi sento come una donna che ha un bambino di cinque mesi e lo perde improv ¬≠visamente. Non portare fino in fondo un personaggio √® un de ¬≠litto contro la vita, mi sento un po’ come un assassino co ¬≠stretto da circostanze pi√Ļ for ¬≠ti di lui a sopprimere una creatura che non ha ancora espresso tutte le sue possibili ¬≠t√†. Mi dice che questa osses ¬≠sione, questa disperazione fa ¬≠ceva parte della mentalit√† del romanziere dell’Ottocento. Che cosa vuole che le risponda? Giudichi lei.

– Molti dei suoi personag ¬≠gi sono malati di nevrosi. Di ¬≠rei che la sua missione di ro ¬≠manziere sia di curare le ne ¬≠vrosi dei suoi personaggi. Tut ¬≠tavia, queste nevrosi hanno sempre una origine in qualco ¬≠sa di molto circoscritto al per ¬≠sonaggio, nel suo ambiente fa ¬≠miliare, per esempio, o in una tara remota, in un trauma in ¬≠fantile. Non ha mai pensato che l’origine reale di queste nevrosi possa trovarsi nelle strutture economiche della so ¬≠ciet√† in cui viviamo?

– No, certe malattie dell’ani ¬≠ma esistono in qualsiasi tipo di societ√†. Dico di pi√Ļ: in qual ¬≠siasi tipo di civilt√†. Il terrore o la paura, insomma i traumi che generano le nevrosi di og ¬≠gi, di ieri, di sempre scaturi ¬≠scono da una sorta di esperien ¬≠za ancestrale dell’umanit√†, che si perpetua al di fuori delle strutture economiche.

РSignor Simenon, una vol ­ta lei ha detto che le genera ­zioni passano ma che Maigret resta. Questa ostinata soprav ­vivenza di Maigret non potreb ­be derivare dalla sostanziale pigrizia del lettore medio, abi ­tudinario e conservatore?

РNon lo so. So soltanto che è un vecchio trucco quello di non fare mai invecchiare un personaggio popolare. E io lo rinnovo continuamente. Pigri e conservatori i lettori? Può darsi. Che ne pensa di quelli che tengono sul loro comodino Omero?

РQuale definizione ame ­rebbe per la sua opera: opera di un grande artigiano o di un grande artista?

– Di un grande artigiano: √® molto pi√Ļ tranquillizzante per tutti.

РQuale posto pensa che occupa la sua opera nel pano ­rama della letteratura moder ­na? Ha aperto nuove strade al romanzo? Oppure ha con ­cluso una stagione tutto som ­mato felice, in cui il rapporto tra narratore e società, o real ­tà, era abbastanza pacifico?

– Non posso rispondere con sicurezza. So per certo che molti romanzieri nordameri ¬≠cani sono stati influenzati dal ¬≠la mia opera. Ma io credo che ogni vero romanziere non do ¬≠vrebbe imitare nessuno, che non dovrebbe soprattutto apri ¬≠re una scuola per epigoni. Ogni vero romanziere √® un qualcosa che sta a s√©, che non somiglia a nessuno. Non apre e non chiude niente, insomma. E’ l√¨, e basta.

– Quale dei suoi tanti ro ¬≠manzi ama di pi√Ļ?

– Sempre l’ultimo. Recen ¬≠temente √® uscito a Parigi Le chat, che io considero pi√Ļ una tragedia moderna che un ro ¬≠manzo. E’ la storia di due vec ¬≠chi sposi che si odiano e che passano le loro serate davan ¬≠ti alla televisione. Lui adora un gatto, lei un pappagallo. Non si parlano tra loro, solo conversano con le loro bestio ¬≠le, riversano in esse tutti i loro affetti. Ebbene, costretti a stare insieme perch√© a una cer ¬≠ta et√† non ci si divorzia, lui uccide il pappagallo di lei, e lei uccide il gatto di lui. Que ¬≠sta, per me √® una tragedia. Uc ¬≠cisi nei loro affetti, anche i vecchi moriranno. Insomma, si uccidono senza toccarsi.

L’interlocutore tace. Pensa che questa storia di uccidersi senza neppure torcere un ca ¬≠pello alla vittima fa parte del ¬≠la storia dei nostri giorni, di tutti i giorni. Solo che l’uomo della strada non se ne accor ¬≠ge. Com’√® allora che Simenon se ne accorge? Semplice, istin ¬≠tivo e tuttavia intelligente co ¬≠me deve essere intelligente un grande romanziere, va sempre diritto al nocciolo del proble ¬≠ma, con una sicurezza prodi ¬≠giosa, per√≤ si ha l’impressione che, umanissimo e discreto, non spezza mai il nocciolo per studiarne la ¬ę struttura ¬Ľ, per capire se sono le leggi di mer ¬≠cato che ne determinano il pe ¬≠so, la forma, le deformazioni e il valore: del nocciolo, s’in ¬≠tende.

 


Letto 3694 volte.
ÔĽŅ

4 Comments

  1. Commento by giovanni micozzi — 5 Maggio 2012 @ 13:21

    ognuno ha i suoi gusti e le sue opinioni, e questo in campo letterario vale forse ancor ¬† ¬†pi√Ļ che in altri campi.Io personalmente, di fronte a uno che si chiede (sia pure nel 1967) ¬†se Simenon ¬† ¬† ¬†sia un vero ¬†scrittore, resto perplesso ¬†. ¬† Anche a voler tralasciare i romanzi di Maigret, che pure sono capolavori nel loro genere, di fronte a libri come “Pedigree” o “Lettera a mia madre” ¬† non so come ¬†si possano ancora ¬† avere dubbi sul fatto che S. √® ¬† non solo un vero scrittore, ma un grande scrittore. Il fatto √® che in Italia, ¬† per uno strano pregiudizio, se un autore ¬† “vende ” molto i critici storcono automaticamente il naso. ¬† Come se vendere poco ¬† fosse un requisito indispensabile ¬† per ¬† essere considerato uno scrittore “di qualit√†”. Mah.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Maggio 2012 @ 14:24

    Sono d’accordo. Simenon √® uno scrittore di qualit√†. Suggerisco anche il suo splendido romanzo:

    Il Borgomastro di Furnes
     

  3. Commento by maurizio testa — 14 Giugno 2012 @ 17:49

    Sono d’accordo con Giovanni. Oggi nel 2012 chiedersi se Georges Simenon sia stato un “vero scrittore” non √® solo oziosa, ma direi anche tardiva. Non so quanti anni abbia l’estensore dell’articolo e cosa abbia letto e soprattutto cosa abbia letto di Simenon, ma porsi una domanda del genere a quarant’anni dalla pubblicazione del suo ultimo scritto (Maigret et Monsieur Charles) fa pensare o che sia ancora giovanissimo, o poco attento al panorama letterario del ‘900 e all’oscuro dei giudizi che hanno dato di lui e della sua opera da Andr√© Gide a Gustav Jung a Fellini (per non limitarsi al campo letterario). Ad ogni modo ognuno ha pieno diritto di chiedersi qualsiasi cosa e di farsi piacere o non qualsiasi autore. Poi per√≤ deve accettare che le sue scelte vengano criticate e anche duramente. L’unico aggettivo che, a nostro avviso, pu√≤ essere consono a questa “domanda” √® “retorica”…

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 15 Giugno 2012 @ 00:12

    Fate attenzione. L’articolo √® frutto del mio lavoro di ricerca: I Maestri. E’ stato scritto da Giuseppe Bonura, scrittore morto nel 2008, nel 1967.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart