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Due articoli

27 Aprile 2012

Giorgio Napolitano è il vero rottamatore dei partiti
di Andrea Cuomo
(dal “Giornale”, 27 aprile 2012)

Roma – Con buona pace di Mario Monti, è Giorgio Napolitano il vero protagonista della politica italiana da qualche mese. Il Re Sole che non dice ma pensa: « L’État c’est moi ».

Da quando ha soprinteso all’archiviazione del Berlusconi- quater, egli non ha più smesso di orientare, strigliare, ammonire, chiedere. In poche parole decidere, facendo impallidire il ricordo di quando il presidente della Repubblica era una sorta di ben lucidato soprammobile istituzionale, del quale se era riservato si diceva che svolgeva bene il suo ruolo e se metteva i piedi sul tavolo- come accadde a Francesco Cossiga – che era un anziano un po’rincitrullito.

Ma di fatto non era mai esistito un «governo » più quirinalesco di quello presieduto da Monti, maggiordomo del Colle con uso di partita doppia. L’economista italomondiale del resto è stato scelto da Napolitano proprio per incarnare perfettamente quella figura ideale di tecnico poco avvezzo alle malizie della politica e per questo più facilmente influenzabile dall’inquilino del Quirinale. Il «governo Napolitano » sorge ancor prima che tramonti Berlusconi. Per evitare il rischio di paralisi istituzionale e rassicurare i temutissimi mercati esteri, è il presidente della Repubblica in persona a farsi garante della dipartita di Berlusconi da Palazzo Chigi, andando ben oltre le sue funzioni.

È il 9 novembre 2011. Di lì a qualche giorno, dimessosi Berlusconi, Napolitano definisce l’agenda del nuovo governo, fissandone addirittura la durata minima nel tempo entro il quale scadranno 200 miliardi di buoni del Tesoro. Il 16 novembre nasce il governo Monti-Napolitano e il capo dello Stato, dopo aver dato precise istruzioni sul mandato economico, si può divagare così: «Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia »,come pontifica il 22 novembre suscitando non poche polemiche. Giungono poi i giorni del decreto «salva Italia »: il 2 dicembre Monti si reca al Quirinale per guadagnarsi l’ imprimatur presidenziale e blindare l’iter parlamentare del provvedimento. E quando il sì dell’Aula arriva, il 17 dicembre, Napolitano incensa il Parlamento: «Una grande prova ».

Ma è chiaro che il successo è tutto suo. Incoraggiato, pochi giorni dopo, il capo dello Stato rimette mano all’agenda politica elencando le emergenze da sanare: legge elettorale, giustizia e Mezzogiorno. E in fretta, please. Passano le feste, e il 12 gennaio Napolitano entra di nuovo a gamba tesa sulla politica. Quel giorno la Corte Costituzionale boccia il referendum sull’abolizione della legge elettorale e il capo dello Stato chiede al Parlamento di «proporre e adottare modifiche della vigente legge elettorale secondo esigenze largamente avvertite dall’opinione pubblica ». Pochi giorni dopo, il 21 gennaio, insiste: «Sulla legge elettorale, il Parlamento agisca rapidamente ». E a proposito di riforme, il 31 gennaio a Bologna Napolitano alza il tiro, suggerendo di dare il colpo di grazia alle Province.

E il 23 febbraio l’inquilino del Quirinale non perde l’occasione di bacchettare ancora il Parlamento e l’uso disinvolto degli emendamenti che snaturano i decreti legge (vedi il cosiddetto Milleproroghe), nonché l’abuso di decretazione d’urgenza e voto di fiducia. Patologie procedurali che potrebbero rendere necessario «modificare i regolamenti parlamentari ». Arriva marzo e scoppiano i casi Lusi e Belsito, che danno fiato alle sirene dell’antipolitica. Napolitano non lascia la scena e si infila nello strettissimo percorso tra i moniti alla moralità dei partiti (il 4 aprile chiede di «sancire per legge regole di democraticità e trasparenza nella vita dei partiti ») e gli allarmi sulla deriva populista («non bisogna demonizzare i partiti », avvisa il 18 aprile).

Fino al discorso di Pesaro. Quello in cui Super Napolitano ferma a mani nude Grillo e i demagoghi.


Nuovi scenari, antichi riflessi
di Ernesto Galli Della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 27 aprile 2012)

Forzando un po’ le cose, ma solo un poco, la scena politica italiana si presenta grosso modo così: i vecchi partiti boccheggiano e i nuovi, sebbene annunciati, non si sa ancora se, quando e come vedranno mai la luce; alla ribalta sembrano così rimanere sempre più solamente le persone. Le persone-partito da un lato, le persone-istituzioni dall’altro. Da una parte, cioè, Vendola, Di Pietro, Pannella (in questo senso un vero antesignano), Grillo e Bossi (sia pure molto malconcio): tutti e cinque padri-padroni e mattatori di formazioni tutte all’opposizione che senza di loro molto probabilmente non esisterebbero, ma che oggi raccolgono, comunque, almeno un quarto dell’elettorato. E dall’altra parte – ad essi virtualmente contrapposti non per loro volontà, ma per il solo fatto di essere le ultime trincee del sistema politico – Mario Monti in rappresentanza dell’istituzione governo, e insieme a lui Giorgio Napolitano, titolare dell’istituzione presidenza della Repubblica.

I vecchi partiti, invece, se ne stanno più o meno tutti nascosti al coperto dietro Monti e Napolitano. Sentono che il futuro non è tanto nelle proprie mani, non dipende tanto dai loro tentativi più o meno credibili di «cambiare » (quasi sempre fuori tempo massimo), quanto piuttosto da ciò che succederà in tre ambiti cruciali, ormai, però, pressoché fuori dalla portata di ogni loro eventuale intervento modificatore: la dimensione dell’astensionismo, la misura del successo delle formazioni dell’antipolitica, infine ciò che deciderà Monti circa il proprio destino politico.

La realtà ultima del nostro sistema politico è questa. Con una precisa chiave di lettura che si impone su ogni altra: la forte tendenza alla personalizzazione leaderistica. Tendenza che percorre come un filo rosso l’intera crisi della Repubblica in corso da vent’anni; che si afferma irresistibilmente tanto nella politica che nelle istituzioni; che è conforme ai tempi e all’esempio delle altre maggiori democrazie; che è assecondata dal consenso di quote ormai maggioritarie dell’opinione pubblica. Ma che invece fa a pugni con i più radicati pregiudizi sia della nostra cultura partitica tradizionale, tutta imbevuta di un finto parlamentarismo, sia di quella della maggior parte dei costituzionalisti i quali, ideologizzati non poco e attratti dal miraggio di un sempre possibile ingresso alla Consulta, si sono sempre mantenuti su posizioni di rigido conservatorismo.

Accade così che mentre una larga maggioranza di italiani esprime la propria fiducia nell’orientamento decisionista a forte caratura personale rappresentato dalla coppia Monti-Napolitano; mentre la massima parte della protesta contro le degenerazioni del sistema politico si aggrega anch’essa intorno a figure individuali di leader; mentre tutto questo avviene, i vecchi partiti, invece, si mostrino assolutamente sordi alla voce dell’opinione pubblica. La nuova legge elettorale a cui stanno pensando in maggioranza i partiti, infatti, ripercorre con qualche correzione le vie del vecchio proporzionalismo, lasciando quello italiano tra i pochissimi elettorati europei destinati a non sapere, la sera delle elezioni, chi li governerà a partire dall’indomani. Anche se poi, per confondere le acque, qualche leader lascia trapelare che per il dopo elezioni potrebbe magari, chissà, pensare a un nuovo governo Monti sorretto da una maggioranza di unità nazionale. Come dire: intanto ripigliamo in mano il gioco alle nostre condizioni, poi eventualmente penseremo a convincere l’ostaggio necessario a tenere buono il popolo.


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Bart