di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 29 agosto 1969]
Su un vecchio foglio, in una molt’anni polverosa cartella, ritrovo l’appunto di un titolo e i primi numeri di una lista di « cose malinconiche ».
Enumerazioni consimili eb be il genio letterario dell’anti co Giappone, esercitandovi l’estro e la sottigliezza, la sen sibilità e la prodigalità sue: l’elenco mio ebbe se non altro il merito della parsimonia, e stette tutto quanto in quel sol foglio.
A guardarlo in che stato è ridotto, carta macchiata e guasta, gli orli rosi dalla polvere, l’inchiostro dello scritto slava to e smarrito, il primo iscritto in capo all’elenco dovrebb’es sere il foglio stesso.
E’ la labilità delle carte e degli inchiostri d’un’epoca di prodotti caduchi; è la polvere, nei libri e fra le cose, acre, sporchevole, nell’aria d’oggi giorno « smogosa ». E sarebbe, anch’essa e per prima, « cosa malinconica » riandar col pen siero al foglio novello, bianco e pulito, all’inchiostro fresco e vivido, alla penna alacre nell’accingersi a scrivere; quanti anni sono, non so, ma il pri mo numero dell’elenco mi di ce che fu in tempo di mezza estate, quando la prim’acqua d’agosto, come vuol la rima popolare, ha rinfrescato il bosco.
La lista infatti registrava cominciando, l’uggia della pioggia, a Ferragosto, sulla frasca e sul frascato e sul ban co di una vendita d’angurie in campagna: insistenti residui dei temporali agostani, piog gerella, afa nell’aria madida e grossa d’umidore già nebbioso e foscheggiante; il rigoglio della campagna afflosciato in maturità consunta, in vigore spanto ed esausto; il senso del tempo incrinato, della stagio ne rotta: e prima che si ri metta, l’estate non torna più.
Come i giorni del nostro vi vere, ma non mette conto dir lo. Coerente col genere letterario sensibilistico e sottiliz zante di simili enumerazioni, il mio elenco menzionava co me « cosa malinconica » il banco di vendita con le fet te dei cocomeri mézze, e spap polate, dacché nessuno ci vien più a ristorar l’arsura e la se te estiva con il sugo delle rin frescanti polpe acquose e dolcigne dell’anguria.
I mucchi verdescuri, vivi e lucidi ieri al sole, l’acquerugio la li slava e intristisce, come il guadagno del cocomeraio che si muta in perdita. Ma con questo ho ceduto alla tentazio ne di ampliare e abbellire la stringata e sobria nota dell’appunto sul vecchio foglio. Nel riferire le seguenti « cose malinconiche » sarò più fedele al testo originario.
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Dunque, « cose malinconi che »: ruderi di un ponte rovi nato in fiume: l’acqua che pas sa, e non sarà riattato. Un tronco di strada abbandonato, su cui attecchiscon erbe ed arbusti selvatici, e aiutano il tempo a sgretolarlo.
In un campo, a raccolta fi nita, un albero da frutta, cilie gio o pesco, prugno o sorbo, melo o pero, carico di frutti non colti. E’ che non val la pe na, poiché la pianta, selvati ca o maligna, li fa di scadente sapore e immangiabili: però, gremita e disprezzata, di so lito è quella che fra tutte l’al tre del campo dà frutti più co piosi e abbondanti.
La corda rotta, di uno stru mento musicale, in disuso, le note di una musica di cui s’è persa l’intonazione.
Il frammento di un’opera di arte, per quel tanto che basta a farla desiderata e rimpianta.
Le pagine intonse di un li bro tagliato qua e là: insulso il libro o sciocco il lettore che n’ha lasciata la lettura?
Il ricordo dei colori per uno che ha perso la vista, il nome dei colori in un cieco di nascita.
Il letto intatto di un man cato convegno amoroso, ov vero di un litigio fra inna morati.
La bruttezza di una donna intelligente, la bellezza di un uomo stupido.
Le stelle cadenti, ma quan do, per San Lorenzo ai dieci d’agosto, la notte che n’è più fertile ed animata, càpita che sia fosca e nuvolosa: e non si vedono.
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Con questo, l’elenco finiva, se non ne aggiungessi un’altra: La soglia di una porta da cui non rientreremo; e ci si affe ziona perfino alla prigione, di ce chi l’ha provata; ma un’affezione che si sente nell’uscirne.
In un altro foglio ho trovato, solo e sconsolato, un pensiero più angoscioso che malinconico. E’ più facile desiderar di morire che rassegnar ci.
Tant’è vero, mi vien di pen sare, che c’è chi per paura di morire fa suicidio: il più as surdo ragionamento, l’assurdo più ragionevole. E la natura è provvida nel far che nessuno sappia ricordare il suo primo respiro nel venire al mondo, nessuno presagire l’ultimo suo nell’andarsene: altrimenti, il tempo fra l’uno e l’altro sa rebbe difficile da sopportare.
Il condannato col cappio al collo, sperava che la corda si rompesse; il condannato sulle sedia elettrica, spera in un’interruzione o in un « salto di corrente ». Una differenza però c’è, e come porta l’argomento, è capitale. La corda rotta significava un intervento divino, un segno di Dio a ricordare alla giustizia umana la sua essenza contingente terrestre, limitata: e come segno e monito era accolto ed inteso. Se la corda si rompeva veniva fatta grazia della vita Ciò vale come simbolo; e anche come simbolo può valere la sedia elettrica, ma d’un fatto opposto e contrario. Infatti, se si produca salto o interruzione di corrente, non potrà provocare altro che un ordine agli elettricisti di ristabilirla Mi viene in mente una biz zarria. Supponendo che quan do, alcun tempo fa, mancò la corrente a New York e in una notevole parte degli Stati supponendo che ci fosse sulla sedia un condannato, avrebbe dovuto aspettare che tornas se, minuto per minuto, otto ore, volendo essere esatti, non gli avrebbe fatta grazia nessuno, perché nel concetto e nella pratica della giustizie odierna, non sono contemplati casi simili alla corda rotta né segni d’intervento di Dio. A questo punto mi sovvengo d’essere uno dei non mol ti, ormai, che hanno ricordo personale di un tempo, prima del 1914, in cui riusciva si curo, inconfutabile, pacifico, che l’umanità avesse corrette o smesse o almen perse le più efferate atrocità e le più atro ci efferatezze della sua storia: belliche, giudiziarie, politiche, sociali. La delusione è stata grande quanto l’illusione, ma se cito Hitler, non è perché è stato il più atroce e il più efferato, ma in quanto nel cre dersi nel giusto e nel crederle giuste e giustificate, fu il più infatuato e il più invasato, il più convinto ed assoluto.
Ma il pensatore politico, superfluo nominarlo, spietato, impietoso, empio fra tutti, può esser colto nell’atto di ammi rare e di esaltarsi nelle perfi die e efferatezze che loda e consiglia e prescrive, non mai in atto di darle per giuste e buone. Inevitabili e politiche, le dà per tali; ed in questo il suo pensiero è morale, obbe disce a un’etica della sinceri tà categorica in quanto, si mulante e dissimulata con gli altri, con sé è sincera e veri tiera, e si conosce e si profes sa inevitabile ma non giusta né assoluta. Conosce il pro prio limite, e, osservandolo, si salva dal trasmodare in quella che è forse la più te mibile follia; la follia di giu stizia.
Per finire, trovo in un’altra carta un aforisma: Nulla, in natura, si corrompe prima di morire; tutto, nell’umano, muore dopo d’essersi corrotto.
E il primo sentore di gua sto in una civiltà è traman dato dal genere e qualità del gusto suo estetico, primo, pre coce sintomo, ma, già sempre tardi. Infatti, polemizzare col gusto, acuisce il disaccordo ed esaspera il gusto che si ver rebbe combattere.
E, per finire ridendo se, per esempio, la moda induce le donne a un gusto esibitorio che sconfina in mania sessua le esibizionistica, esse sanno che una caviglia in fondo al le gonne lunghe è più sedu cente delle coscie e dell’ombe lico allo scoperto, lo sanno per prime e benissimo, ma dirlo, finché dura la moda, non ser ve ad altro che a far accorciare le minigonne, se restas se stoffa da accorciarle.