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LETTERATURA: I MAESTRI: Spolvero di carte

8 Novembre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 29 agosto 1969]

Su un vecchio foglio, in una molt’anni polverosa cartella, ritrovo l’appunto di un titolo e i primi numeri di una lista di ¬ę cose malinconiche ¬Ľ.

Enumerazioni consimili eb ¬≠be il genio letterario dell’anti ¬≠co Giappone, esercitandovi l’estro e la sottigliezza, la sen ¬≠sibilit√† e la prodigalit√† sue: l’elenco mio ebbe se non altro il merito della parsimonia, e stette tutto quanto in quel sol foglio.

A guardarlo in che stato √® ridotto, carta macchiata e guasta, gli orli rosi dalla polvere, l’inchiostro dello scritto slava ¬≠to e smarrito, il primo iscritto in capo all’elenco dovrebb’es ¬≠sere il foglio stesso.

E’ la labilit√† delle carte e degli inchiostri d’un’epoca di prodotti caduchi; √® la polvere, nei libri e fra le cose, acre, sporchevole, nell’aria d’oggi ¬≠giorno ¬ę smogosa ¬Ľ. E sarebbe, anch’essa e per prima, ¬ę cosa malinconica ¬Ľ riandar col pen ¬≠siero al foglio novello, bianco e pulito, all’inchiostro fresco e vivido, alla penna alacre nell’accingersi a scrivere; quanti anni sono, non so, ma il pri ¬≠mo numero dell’elenco mi di ¬≠ce che fu in tempo di mezza estate, quando la prim’acqua d’agosto, come vuol la rima popolare, ha rinfrescato il bosco.

La lista infatti registrava cominciando, l’uggia della pioggia, a Ferragosto, sulla frasca e sul frascato e sul ban ¬≠co di una vendita d’angurie in campagna: insistenti residui dei temporali agostani, piog ¬≠gerella, afa nell’aria madida e grossa d’umidore gi√† nebbioso e foscheggiante; il rigoglio della campagna afflosciato in maturit√† consunta, in vigore spanto ed esausto; il senso del tempo incrinato, della stagio ¬≠ne rotta: e prima che si ri ¬≠metta, l’estate non torna pi√Ļ.

Come i giorni del nostro vi ¬≠vere, ma non mette conto dir ¬≠lo. Coerente col genere letterario sensibilistico e sottiliz ¬≠zante di simili enumerazioni, il mio elenco menzionava co ¬≠me ¬ę cosa malinconica ¬Ľ il banco di vendita con le fet ¬≠te dei cocomeri m√©zze, e spap ¬≠polate, dacch√© nessuno ci vien pi√Ļ a ristorar l’arsura e la se ¬≠te estiva con il sugo delle rin ¬≠frescanti polpe acquose e dolcigne dell’anguria.

I mucchi verdescuri, vivi e lucidi ieri al sole, l’acquerugio ¬≠la li slava e intristisce, come il guadagno del cocomeraio che si muta in perdita. Ma con questo ho ceduto alla tentazio ¬≠ne di ampliare e abbellire la stringata e sobria nota dell’appunto sul vecchio foglio. Nel riferire le seguenti ¬ę cose malinconiche ¬Ľ sar√≤ pi√Ļ fedele al testo originario.

*

Dunque, ¬ę cose malinconi ¬≠che ¬Ľ: ruderi di un ponte rovi ¬≠nato in fiume: l’acqua che pas ¬≠sa, e non sar√† riattato. Un tronco di strada abbandonato, su cui attecchiscon erbe ed arbusti selvatici, e aiutano il tempo a sgretolarlo.

In un campo, a raccolta fi ¬≠nita, un albero da frutta, cilie ¬≠gio o pesco, prugno o sorbo, melo o pero, carico di frutti non colti. E’ che non val la pe ¬≠na, poich√© la pianta, selvati ¬≠ca o maligna, li fa di scadente sapore e immangiabili: per√≤, gremita e disprezzata, di so ¬≠lito √® quella che fra tutte l’al ¬≠tre del campo d√† frutti pi√Ļ co ¬≠piosi e abbondanti.

La corda rotta, di uno stru ¬≠mento musicale, in disuso, le note di una musica di cui s’√® persa l’intonazione.

Il frammento di un’opera di arte, per quel tanto che basta a farla desiderata e rimpianta.

Le pagine intonse di un li ¬≠bro tagliato qua e l√†: insulso il libro o sciocco il lettore che n’ha lasciata la lettura?

Il ricordo dei colori per uno che ha perso la vista, il nome dei colori in un cieco di nascita.

Il letto intatto di un man ­cato convegno amoroso, ov ­vero di un litigio fra inna ­morati.

La bruttezza di una donna intelligente, la bellezza di un uomo stupido.

Le stelle cadenti, ma quan ¬≠do, per San Lorenzo ai dieci d’agosto, la notte che n’√® pi√Ļ fertile ed animata, c√†pita che sia fosca e nuvolosa: e non si vedono.

*

Con questo, l’elenco finiva, se non ne aggiungessi un’altra: La soglia di una porta da cui non rientreremo; e ci si affe ¬≠ziona perfino alla prigione, di ¬≠ce chi l’ha provata; ma un’affezione che si sente nell’uscirne.

In un altro foglio ho trovato, solo e sconsolato, un pensiero pi√Ļ angoscioso che malinconico. E’ pi√Ļ facile desiderar di morire che rassegnar ¬≠ci.

Tant’√® vero, mi vien di pen ¬≠sare, che c’√® chi per paura di morire fa suicidio: il pi√Ļ as ¬≠surdo ragionamento, l’assurdo pi√Ļ ragionevole. E la natura √® provvida nel far che nessuno sappia ricordare il suo primo respiro nel venire al mondo, nessuno presagire l’ultimo suo nell’andarsene: altrimenti, il tempo fra l’uno e l’altro sa ¬≠rebbe difficile da sopportare.

Il condannato col cappio al collo, sperava che la corda si rompesse; il condannato sulle sedia elettrica, spera in un’interruzione o in un ¬ę salto di corrente ¬Ľ. Una differenza per√≤ c’√®, e come porta l’argomento, √® capitale. La corda rotta significava un intervento divino, un segno di Dio a ricordare alla giustizia umana la sua essenza contingente terrestre, limitata: e come segno e monito era accolto ed inteso. Se la corda si rompeva veniva fatta grazia della vita Ci√≤ vale come simbolo; e anche come simbolo pu√≤ valere la sedia elettrica, ma d’un fatto opposto e contrario. Infatti, se si produca salto o interruzione di corrente, non potr√† provocare altro che un ordine agli elettricisti di ristabilirla Mi viene in mente una biz ¬≠zarria. Supponendo che quan ¬≠do, alcun tempo fa, manc√≤ la corrente a New York e in una notevole parte degli Stati supponendo che ci fosse sulla sedia un condannato, avrebbe dovuto aspettare che tornas ¬≠se, minuto per minuto, otto ore, volendo essere esatti, non gli avrebbe fatta grazia nessuno, perch√© nel concetto e nella pratica della giustizie odierna, non sono contemplati casi simili alla corda rotta n√© segni d’intervento di Dio. A questo punto mi sovvengo d’essere uno dei non mol ¬≠ti, ormai, che hanno ricordo personale di un tempo, prima del 1914, in cui riusciva si ¬≠curo, inconfutabile, pacifico, che l’umanit√† avesse corrette o smesse o almen perse le pi√Ļ efferate atrocit√† e le pi√Ļ atro ¬≠ci efferatezze della sua storia: belliche, giudiziarie, politiche, sociali. La delusione √® stata grande quanto l’illusione, ma se cito Hitler, non √® perch√© √® stato il pi√Ļ atroce e il pi√Ļ efferato, ma in quanto nel cre ¬≠dersi nel giusto e nel crederle giuste e giustificate, fu il pi√Ļ infatuato e il pi√Ļ invasato, il pi√Ļ convinto ed assoluto.

Ma il pensatore politico, superfluo nominarlo, spietato, impietoso, empio fra tutti, pu√≤ esser colto nell’atto di ammi ¬≠rare e di esaltarsi nelle perfi ¬≠die e efferatezze che loda e consiglia e prescrive, non mai in atto di darle per giuste e buone. Inevitabili e politiche, le d√† per tali; ed in questo il suo pensiero √® morale, obbe ¬≠disce a un’etica della sinceri ¬≠t√† categorica in quanto, si ¬≠mulante e dissimulata con gli altri, con s√© √® sincera e veri ¬≠tiera, e si conosce e si profes ¬≠sa inevitabile ma non giusta n√© assoluta. Conosce il pro ¬≠prio limite, e, osservandolo, si salva dal trasmodare in quella che √® forse la pi√Ļ te ¬≠mibile follia; la follia di giu ¬≠stizia.

Per finire, trovo in un’altra carta un aforisma: Nulla, in natura, si corrompe prima di morire; tutto, nell’umano, muore dopo d’essersi corrotto.

E il primo sentore di gua ­sto in una civiltà è traman ­dato dal genere e qualità del gusto suo estetico, primo, pre ­coce sintomo, ma, già sempre tardi. Infatti, polemizzare col gusto, acuisce il disaccordo ed esaspera il gusto che si ver ­rebbe combattere.

E, per finire ridendo se, per esempio, la moda induce le donne a un gusto esibitorio che sconfina in mania sessua ¬≠le esibizionistica, esse sanno che una caviglia in fondo al ¬≠le gonne lunghe √® pi√Ļ sedu ¬≠cente delle coscie e dell’ombe ¬≠lico allo scoperto, lo sanno per prime e benissimo, ma dirlo, finch√© dura la moda, non ser ¬≠ve ad altro che a far accorciare le minigonne, se restas ¬≠se stoffa da accorciarle.


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Bart