Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: “Signor Giudice”

30 Aprile 2015

di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 4 settembre 1969]

Conobbi l’avvocato Carlo Parietti nell’ultimo decennio della sua vita, quando entra ­vo nel mondo e lui già ne usciva. Non è quindi attin ­gendo al deposito della mia memoria, ma bensì valendo ­mi delle informazioni di qual ­che suo collega e coetaneo campato più a lungo di lui ed ora scomparso, che mi è possibile a tanta distanza di tempo risalire alla sua giovi ­nezza, dentro la quale mi pare d’intravedere un’epoca e un paesaggio ormai cancellati per sempre. Parvenze! Come la sua vita, che fu vana immagi ­ne di se stessa, non avendo egli lasciato né un parente né un amico né un beneficato qualsiasi, debitore di quel po’ di pietà necessaria a conser ­varne il ricordo.

Negli anni in cui cominciò ad attirare la mia attenzione, l’avvocato Parietti, uomo in ­dubbiamente superato dai tem ­pi, pur formando oggetto di scherno per i suoi colleghi, riscuoteva il più timoroso ri ­spetto dai contadini e dalla piccola borghesia che forma ­va la base della sua clientela. Nonostante i suoi modi anti ­quati e troppo cerimoniosi, nessuno gli poteva infatti ne ­gare una disinvoltura da vero signore, dei modi naturalmen ­te autoritari e una fine elo ­quenza, appoggiata ai mezzi toni di una voce melliflua e talvolta pungente, che era fon ­te di grande irritazione per i suoi avversari, più rozzi anche sé più scaltriti nell’uso e nel ­l’abuso del diritto penale e civile.

L’avvocato Parietti eserci ­tava la professione forense do ­po aver abbandonato la car ­riera giudiziaria, nella quale aveva raggiunto il grado di Procuratore del Re, vale a di ­re quel che è oggi in Italia un Procuratore della Repub ­blica. Grado allora assai con ­siderevole, che egli aveva sa ­puto portare con una risonan ­za, un prestigio, una grinta, oggi inimmaginabili. Conside ­rato e temuto dalla piccola gente che non riusciva a dis ­sociare quella qualifica da qualche rapporto diretto con la persona del regnante, aveva saputo imporsi anche alla ric ­ca borghesia ed ai ceti pro ­fessionali.

Passato dal podio solitario dell’accusatore pubblico al banco tumultuoso dei difen ­sori, dove nel calderone delle udienze settimanali di due o tre mandamenti si mescolava ­no insieme avvocati e patro ­cinatori legali, il Parietti ave ­va dovuto assumere il tono dimesso e lusingatore di chi piatisce e invoca. Tono che gli andava stretto come un ve ­stito maltagliato, e del quale cercava di liberarsi chiaman ­do a raccolta tutta la cattive ­ria e l’acidità che aveva ac ­cumulato in una lunga vita di scapolo senza dolcezze fa ­miliari, eterno cliente del mi ­glior albergo nelle cittadine dove aveva risieduto, ma sem ­pre senza amicizie e sdegnoso d’ogni rapporto coi pari gra ­do, presidenti di tribunale, capi d’altre amministrazioni o anche prefetti e questori, che aveva avuto di fronte e coi quali gli era capitato più volte di scontrarsi.

 

*

 

Rimasto orfano nell’adole ­scenza, la sua vita era sem ­pre trascorsa in solitudine, senza neppure la compagnia di qualche sorella o nipote. Aveva avuto soltanto, non si sa da quando, la dura com ­pagnia di una gamba di le ­gno che nessuno sapeva se fosse conseguenza di una di ­sgrazia o di un difetto di nascita, né se fosse intera o par ­ziale, cioè innestata a un ter ­zo o a due terzi dell’arto, perché era possibile vederne solo l’estremità, culminante in una scarpa ortopedica lucidis ­sima, munita di un alto tacco, probabilmente di ferro tanto era risonante e imperioso sui pavimenti delle sale di giustizia.

Aveva un carattere così ri ­sentito il Parietti, e una così assoluta sicurezza di sé nei piccoli occhi grigi sempre in agguato sotto i folti soprac ­cigli, che nessuno, neppure l’avvocato Gervasini suo coe ­taneo e costante avversario nel foro, poteva rivolgergli una qualsiasi domanda che esulas ­se dagli argomenti legali. Prov ­videnziale difesa, senza la quale la sua gamba di legno sarebbe servita a molti come una chiave per penetrare nell’intimo di una vita preclusa all’amore, per scoprirne le segrete tristezze e farne scempio, all’occorrenza, con quella fa ­cile disposizione a distruggere le barriere morali degli indivi ­dui che è propria delle piccole società provinciali.

Pieno di rispetto per il suo passato, e avendo concepito per lui un’ammirazione quasi incondizionata, mi posi ad os ­servarlo cercando di raccoglie ­re dati e indizi utili a deli ­neare il percorso a me ignoto della sua vita precedente. Non esitai neppure a visitare, in sua assenza e con la compli ­cità del fattore, il parco e il frutteto che circondavano la sua villa, nel paese di collina dal quale calava sui capoluoghi di mandamento come un falco nei giorni di udienza, prendendo possesso per poche ore dei suoi vari recapiti, sulle cui porte spiccavano targhe di smalto con scritto: «Avv. Car ­lo Parietti – Patrocinante in Cassazione ». Dicitura per nul ­la indicativa di rare capacità, ma fascinosa agli occhi dei villici che ricorrevano al suo ministero e non priva di ef ­fetto anche per me. Non con ­tento di osservarlo e di stu ­diarlo, per aggiungere elemen ­ti alla mia indagine giunsi a provocare la malignità del suo collega e coetaneo avvocato Gervasini, uomo incline alle confidenze e facile a prendere il largo con i suoi discorsi sul tempo passato.

« Il Parietti! » esclamò l’av ­vocato Gervasini in tono di sprezzo quando gli vantai il collega come un famoso magi ­strato che aveva fatto tremare alcune provincie d’Italia.

« Il Parietti, lo ricordo quando era pretore di Cuvio ».

 

*

 

Essere stato pretore di Cu ­vio, un paese di poca impor ­tanza dove la pretura da forse trent’anni era stata soppressa, pareva all’avvocato Gervasini misera cosa. E di quel titolo secondo lui risibile, cercava di accentuare la meschinità descrivendomi il collega quan ­do in gioventù scendeva dal suo paese ogni giorno a Cuvio, con lo zelo di un princi ­piante.

« Arrivava » diceva il Ger ­vasini « con un carrozzino a due ruote tirato da un cavallo alto e magrissimo che pareva una giraffa. Dietro, legato al ­la scocca, si portava da casa un fastello di fieno per il ca ­vallo, che ricoverava dentro una cella della prigione onde evitare la spesa dello stallazzo alla trattoria del Barisone ».

« A quei tempi » gli doman ­dai « l’avvocato Parietti ave ­va già la gamba di legno? ».

Ma il Gervasini non ricor ­dava.

Privato di quella informa ­zione che mi sembrava impor ­tante, cercavo nondimeno di immaginare il Parietti giova ­ne e già pretore, che usciva di buon mattino dalla sua vil ­la col carrozzino e frustava verso Cuvio. Lo vedevo pas ­sare lungo le prode erbose, abbassare il capo sotto i rami dei noccioli che sporgevano dai dirupi lungo la strada, guardare con le redini in ma ­no gli sfondi celesti della sua valle, fino ad indovinare, die ­tro i pioppi lontani, il lago Maggiore al quale volgeva le spalle per andare a render giustizia nel paese di Cuvio. Doveva avere, a quel tempo, trent’anni. Proprietario di ter ­re e di un’antica villa, magi ­strato in carica e despota del proprio modo di vivere perché senza più alcun prossimo pa ­rente tra i vivi, il Parietti mi appariva come un favorito dalla sorte. Forse non aveva ancora la gamba di legno e alla sera, con quel suo carroz ­zino a due ruote e il bel ca ­vallo che solo l’invidia del Gervasini poteva assomigliare a una giraffa, andava a feste e a conviti nelle nobili dimore dei suoi pari.

Lo aspettava una lenta ma sicura ascesa fino al grado di Procuratore del Re, il passag ­gio da una sede all’altra, al ­cuni famosi processi nei qua ­li avrebbe chiesto condanne memorabili, qualche conflitto procedurale e, a quanto si di ­ceva, anche una ricusazione per legittima suspicione; poi le dimissioni volontarie, date forse per nostalgia dei suoi luoghi nativi, e infine il ri ­torno alle preture della giovinezza, con la toga dai cordoni d’oro, che ricordava ai suoi modesti colleghi l’imperio so ­pra ben altre platee, dall’alto di un seggio che egli aveva, « onorato con la sua probi ­tà », come si leggeva in una pergamena incorniciata nella anticamera di uno dei suoi recapiti.

 

*

 

Alto di statura, con una te ­sta da apostolo quasi comple ­tamente calva e un po’ di baf ­fi spioventi agli angoli della bocca, paludato nella lunghis ­sima toga che gli copriva an ­che il piede ortopedico, lo guardavo volteggiare negli emicicli delle sale d’udienza, simile a un burattino col man ­to regale, quando puntando il tacco e piegandosi sull’ultima vertebra in un inchino appe ­na accennato si rivolgeva al pretore: « Ella, signor giudice… ». Teneva sempre in mano una carta da sventolare e spesso, volgendosi verso il banco della difesa a cercare con lo sguardo l’avvocato Ger ­vasini quasi fosse un verme nascosto fra l’erba, faceva sa ­lire i registri della sua voce a toni drammatici che poteva ­no far ridere solo sprovveduti colleghi, ignari della grande strategia forense.

Ottimo percorso mi pareva essere stato il suo, anche se era terminato nelle basse giu ­risdizioni. Prestigioso e addi ­rittura invidiabile, senza quel guasto della gamba di legno: una disgrazia di quelle che possono, di una splendida sor ­te, fare un lungo e segreto tor ­mento, una lenta distillazione di fiele capace di avvelenare una vita.


Letto 1482 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart