Svevo si sfoga

di Armando Meoni
[dal “Corriere della Sera”, domenica 17 agosto 1969]  

Di quella via crucis semi ­nata di silenzi e d’in ­comprensioni, che Italo Svevo dovette percorrere pri ­ma che in Italia Eugenio Montale e in Francia Be ­njamin Crémieux lo rivelas ­sero, non può dirsi che lo Svevo non ne abbia rese frequenti testimonianze at ­traverso gli epistolari e per ­fino nella prefazione a sua firma all’edizione milanese di Senilità nel 1927. Mai pe ­rò se ne effuse come in una lettera del 1923, proprio l’anno che il Cappelli di Bolo ­gna gli pubblicava, a spese d’autore, La coscienza di Zeno: lettera che ebbi la sor ­presa di rintracciare fra le carte del poeta e giornalista Bino Binazzi.
Era da supporre che, re ­perita tra le carte Binazzi, quest’ultimo ne fosse il de ­stinatario; tuttavia gli accenni contenuti a ben tre libri del destinatario che lo Svevo s’era affrettato a pro ­curarsi e a leggere, tre vo ­lumi che, certo, non pote ­vano essere se non di nar ­rativa, mentre il Binazzi, poeta, di narrativa non ave ­va dato che una sola opera (Cose che paion novelle, edi ­ta nell’ormai lontano 1913), mettevano in dubbio la de ­stinazione. Inoltre, alcune parti della lettera figurava ­no nell’Epistolario edito dal Maier per il Dall’Oglio nel 1966, ma con supposte date del 1922 e del 1925 o 1926, destinatari rispettivamente il giornalista Attilio Frescura a Bologna e Benjamin Cré ­mieux a Parigi.
Le ricerche compiute pres ­so la figlia dello Svevo e presso il Maier hanno con ­dotto a stabilire con sicurezza che la lettera, auten ­tica e sola, era questa del 10 gennaio 1923r e che fu indirizzata a Attilio Frescura, redattore, come il Binazzi, del Resto del Carlino. Il Fre ­scura assolveva infine la con ­sulenza letteraria per l’edi ­tore e libraio bolognese comm. Licurgo Cappelli, che nell’immediato primo dopo ­guerra aveva aperto a Trie ­ste una libreria mandando ­vi a dirigerla il figlio cavalier Umberto.
Lo Svevo s’era accinto a scrivere La coscienza di Ze ­no verso la primavera del 1919, ma con molta lentezza e chissà quali ripensamenti se nel giugno 1922 da S. Pel ­legrino, dove si trovava per le acque, mandava a dire alla moglie che sebbene si tosse portato dietro la carta per il romanzo, non gliene veniva lassù una sola parola. A ogni modo il romanzo fu terminato nell’autunno, e dalla relazione iniziata con la frequentazione a Trieste della libreria Cappelli, lo Svevo si valse per propor ­ne a proprie spese la pub ­blicazione. Il manoscritto andò a Bologna, il Frescura lo lesse e non solo ne dette giudizio favorevole all’edito ­re, ma se ne espresse altret ­tanto favorevolmente con lo Svevo, che appunto rispose con la lettera del 10 gen ­naio 1923.
Viene di chiedersi come la lettera finisse nelle carte del Binazzi. Facile: il Binazzi, nel marzo 1926, quando già c’erano stati gli articoli del Crémieux e del Montale, scrisse della Coscienza di Zeno sul quotidiano bolo ­gnese un articolo che aveva « incantato » lo Svevo, co ­me in una lettera d’appena quattro giorni dopo confes ­sava al Montale. Ovviamen ­te, per una più completa co ­noscenza dell’autore, il Bi ­nazzi se n’era informato col collega di redazione Frescu ­ra, il quale gli passò la let ­tera rimasta poi fra le sue carte.
Questa che viene ora pub ­blicata nella originale inte ­grità, per essere il primo sfogo del misconosciuto Svevo quando ancora né il Cré ­mieux né il Montale si era ­no occupati di lui, è senza dubbio documento di non trascurabile importanza per gli studi sveviani.  

Trieste, li 10 gennaio 1923.

Pregiatissimo Signore,

soltanto l’altro ieri il cav. Cappelli mi fece il suo nome ed io subito m’affrettai di procurarmi tre dei suoi libri. Non ne avevo letto nessuno. Sono di solito occu ­patissimo e poco regolato nelle mie lettu ­re. Perciò non conosco di lavori italiani recenti che quelli che vengono gridati di più. Passai subito varie ore con lei e per ­ciò la conoscenza che, a quanto mi scris ­se il comm. Cappelli, è da lei desiderata, oramai è fatta. Se non fossi tanto occu ­pato avrei fatto anche una corsa a Bo ­logna per consacrare la nostra veramente poco comune relazione con una stretta di mano cordiale. Prima o poi penso anche di farlo. Perché il giudizio suo sul mio la ­voro riferitomi dal comm. Cappelli e spe ­cialmente le parole ch’ella ebbe la bontà di inviarmi col figlio del comm. furono per me dei dolci regali. Adesso poi che cono ­sco da chi mi vennero incomincio a dubi ­tare se, dopo pubblicato il mio lavoro, po ­trò avere un’altra soddisfazione simile a questa.

Ora che so chi lei è le debbo intera sincerità tanto più che so che ai suoi oc ­chi non può danneggiarmi. Io non sono un letterato. Più di 30 anni fa tentai di divenirlo e non vi riuscii. Allora pubblicai un romanzo che si meritò mezza colonna di critica del Corriere della Sera. Vi ve ­nivo designato come « non il primo venu ­to » ma mi si facevano di tali rimproveri per la mia forma trasandata che i lettori assolutamente rifiutarono d’abboccare. In ­tanto io avevo bisogno di denaro per la famigliuola che circa allora avevo fonda ­ta e mi dedicai ad un’industria che me lo fornì. Per quanto me ne difendessi, per qualche anno ancora la letteratura mi per ­seguitò, ma quando ebbi le orecchie ben intronate dalle mie macchine e dai miei clienti essa finì col lasciarmi del tutto in pace. Venne la guerra, la mia industria ne fu distrutta ed io qui a Trieste fui con ­dannato ad una vita ritiratissima e quasi celata. Nel lungo riposo fui ripreso dagli antichi fantasmi, ma io diffidente non li notai. Dovevo tenermi pronto per ritorna ­re alla vita mia solita quando sarebbe sta ­ta possibile. Dopo l’armistizio e la nostra redenzione la mia industria stentò a ria ­versi e finché non riconquistò i polmoni tanto forti da poter assordarmi io scrissi.

Naturalmente ciò non basterebbe a spie ­gare perché io non conosca meglio la mia madre lingua. Spiega però perché i primi capitoli del mio romanzo sieno scritti an ­che peggio dei susseguenti e ciò ad onta che sieno stati rifatti più volte. Che sia il nonno tedesco che m’impedisca di appa ­rire meglio latino? Eppure io sempre ono ­rai ed anche studiai la mia lingua. Però dalla mia prima giovinezza fui sbalestrato nei paesi più varii e invece Firenze – ad onta del lungo desiderio – non vidi che a cinquant’anni e Roma a sessanta. Tutto il resto d’Europa io vidi prima compresa l’Irlanda. Ed è così che la lingua italiana per me restò definitivamente quella che si muove nella mia testa isolata. Gli altri triestini trascinano con sé il loro dialetto ma è un dialetto italiano e sono più schiet ­ti di me. Già nella mia giovinezza i miei amici letterati mi dicevano l’ostrogoto. Per ­ciò il mio pseudonimo d’Italo Svevo.

Io mi ritenevo giudicato e condannato ed è certo che se l’Italia non fosse venuta a me, io non avrei neppur pensato di poter scrivere. E’ una cosa curiosa che neppure io, cui succede, so spiegare. Il nostro am ­biente non è mica cambiato tanto! Eppu ­re io mi misi a scrivere il mio romanzo quattro mesi dopo l’arrivo delle nostre truppe. Come una cosa naturale! A 58 anni! Io penso che con la petulanza di tutti i liberati credessi fosse stato concesso il diritto d’incolato a me e alla mia linguetta.

Questo diritto l’ho acquistato soltanto per il suo giudizio. Lei comprenderà con quale intensa attenzione io ora stia leggendo i suoi libri. Quando mi commovono o ammi ­ro, io penso a me, solo a me e mi dico: Vedi, vecchietto come scrivi bene anche tu se chi scrive così te lo disse?

Ma di tutto ciò un’altra volta se ella avrà la pazienza di starmi a sentire. Non vorrei poi mandarle dell’altra prosa mia perché lei ne ha già di troppo.
Stringendole affettuosamente la mano
suo devotissimo

Ettore Schmitz

Villa Veneziani – Trieste.

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