Taccuino notturno: Nuova Babele

di Ennio Flaiano
[dal “Corriere della Sera”, martedì 15 aprile 1969]

Il ristorante era pieno tra l’altro di bei giovani vestiti con abiti di varie epoche, seri e pensosi. Colpivano come le illustrazioni di un’antologia di poeti, ognuno era la rara fo ­tografia del Poeta da giovane. C’era un Byron, un Rupert Brooke, diversi Lamartine, un Silvio Pellico; appena sbiaditi, con l’alone malinconico della prossima fama sui volti. C’era ­no anche poeti minori e moto ­ciclisti cattivi. Le ragazze ai tavoli, compagne o mogli da pochi giorni, apparivano al lo ­ro confronto più modeste. Sta succedendo come negli anima ­li, le femmine hanno meno richiami sessuali dei maschi, meno penne colorate, un por ­tamento più dimesso. Alcune avevano gli abiti delle nonne, delle zie, ricami e merletti balcanici un po’ nefasti. Ka ­therine Mansfield, Virginia Woolf, Ada Negri, varie fon ­datrici di sette teosofiche. Ma c’erano anche ragazze del ci ­nema, in pantaloni, stivali ade ­renti, grandi collane, ogni tan ­to una piuma di struzzo, le pelliccette arruffate dei pulcini colti dalla pioggia, gli occhi circondati di bistro e fissi ad un punto qualsiasi della piaz ­za, oltre i vetri appannati dal calore, verso il Pincio e le automobili. La conversazione ebbe un calo. « Non si può credere a Humphrey Bogart, a Che Guevara e a Bonnie and Clyde contemporaneamente », stava dicendo al tavolo accan ­to la ragazza col cappello da prete. « Parliamo allora di tea ­tro », disse il più giovane dei suoi compagni, ironico. E lei; « Parliamone, gli attori miglio ­ri quest’anno erano a Praga ». L’altro giovane, distratto, spez ­zava un grissino. « Assoluta ­mente », disse. Il cameriere arrivò in quel punto e con l’aria dei personaggi minori che sbagliano i tempi doman ­dò: « Allora, abbiamo deciso per il secondo? ».

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Andava tutte le sere al ci ­nema: così nella vita ricordava solo le azioni, dimenticava le descrizioni e non immaginava le conseguenze.

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Voi scambiate la vostra noia per indignazione morale. Vo ­lete rompere il vasellame non perché avete deciso di farne a meno, ma solo perché ades ­so siete sazi. La libertà vi fa orrore, ora che nessuno ve la toglie. Anelate alla vita sem ­plice e gregaria delle formi ­che, vi occorre un capo da adorare. Ne avrete due a scel ­ta: l’entomologo e il formi ­chiere.

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« Ricapitolando, disse Nero ­ne, pane e giochi di gladiatori, più lotterie, incoraggiare la pornografia, incrementare le persecuzioni e le confische dei beni, rendere la tassazione in ­sopportabile ». « Questi vecchi procedimenti, osservò Stalin, sentono di letteratura. La pau ­ra li rimpiazza tutti. Stabilia ­mo che il tiranno più amato è quello che premia e punisce senza ragione ». « Quanta de ­licatezza, intervenne Attila, il tiranno non deve premiare, ma soltanto esercitare la vio ­lenza ». « E’ vero, disse Torquemada, gli uomini sono così stupidi che finiscono per con ­siderare un diritto la violenza continuamente ripetuta contro di essi ». « Io propongo, dis ­se Caligola, di mettere una ge ­nerazione contro l’altra. Pro ­prio lei, Nerone, indicò nel matricidio una soluzione gio ­vane ». Nerone annuì: « Se è per questo, disse, anche il fra ­tricidio e l’uxoricidio ». Inter ­venne Erode: « Non sottova ­lutiamo allora la strage degli innocenti ». Tutti risero. « La soluzione economica è tagliare teste, riprese Robespierre, per ogni testa che si taglia altre diecimila smettono di pensare ». « L’esperienza mi ha insegnato, disse Hitler, che non bisogna dare spiegazioni. Il massacro non va spiegato, ma va sentito. E ricordarsi che il nostro obiettivo è complesso: l’avvilimento, la spersonalizza ­zione, le degradazione, l’imbestiamento dell’uomo. Ridotto verme lo si schiaccia: non pri ­ma ». « Quanta filosofia », sbuf ­fò Nerone. « Lei, disse Hitler, è un poeta mancato ». « E lei un acquerellista! », ribatté Ne ­rone. Ci furono zittii. Passa ­rono a parlare dei loro distur ­bi digestivi. « E’ vero, chiese Stalin, che lei, Robespierre, soffriva di feroce stitichezza? ». « Non me ne parli, rispose Ro ­bespierre, è storicamente pro ­vato ». « E’ incredibile, disse Caino, anch’io ». Tutti ride ­vano e annuivano, ma poiché stava arrivando il sorvegliante si rituffarono di colpo nella pece.

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Non sono convinto che que ­sta tendenza al linciaggio mo ­rale discriminato, questa ri ­cerca affannosa di un qualsia ­si colpevole per marcarlo d’in ­famia al più lieve sospetto, per espellerlo dalla società, ogni volta che un odioso fatto di cronaca viene a colpirci, sia mosso soltanto da un senso di orrore, da un bisogno di giu ­stizia. Non sono ben certo che gli animatori del linciaggio, i più furiosi e zelanti, non covi ­no nel profondo un dubbio. Freud ci ha insegnato che la nostra indignazione per una azione riprovevole degli altri è anche in proporzione diret ­ta alla nostra segreta inclina ­zione per quella stessa azione che tanto riproviamo. Chi ha bisogno di urgente giustizia si sente a volte inconsciamente colpevole e vuol punire anche se stesso. I ladri vengono di preferenza linciati dai ladri, gli assassini dagli assassini, i peccatori volevano lapidare la peccatrice. Non si darà mai il caso che i lussuriosi linceran ­no una spia e gli avari un tra ­ditore. Controllate la vostra indignazione, essa vi rivela sempre la ragione per cui un po’ vi detestate.

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A Babele, dopo che i lavori della torre furono interrotti per la nota confusione delle lingue, e forse anche prima, fiorirono gli studi di semantica e di semiologia. Le scuole si moltiplicavano, si tenevano continue conferenze e simpo ­si, che alimentarono profondi dissidi. Non si viveva che per la parola. La parola, disse uno storico di quei tempi, venne assalita e espugnata come la Bastiglia. E la trovarono vuota. E poiché aumentava an ­che il numero dei conferen ­zieri, che venivano dalle più lontane contrade, fu necessa ­rio fare alberghi e parcheggi sotterranei per le vetture. Infatti, non si circolava più. Il denaro già stanziato per la torre fu stornato nella costru ­zione di strutture turistiche Ma purtroppo non si riusciva a raggiungere un accordo nem ­meno sul significato dei segni più elementari, sicché per mol ­ti visitatori entrata poteva si ­gnificare anche uscita, ed è facile immaginarsi gli imbotti ­gliamenti inestricabili che si creavano all’ufficio informazio ­ni, che gli stessi impiegati non sapevano che cosa fosse, o scambiavano per la loro abi ­tazione. La confusione si alimentava col continuo apporto di nuove interpretazioni, e finì in lotte furiose e disordinate; in breve, nella violenza usata come linguaggio. Ma se non si riusciva a mettersi d’accor ­do sulle parole come volete che si accordassero sugli atti di violenza? Che non sono mai identificabili come tali se non da chi li subisce, e non sempre? Un pugno e uno schiaffo, una palla nel petto o una pedata sono sì diffe ­renti forme dello stesso lin ­guaggio; ma la più micidiale non è necessariamente la più giusta. E per questo che da allora tutte le guerre si rive ­lano per dei malintesi, e colui che perde dice che non l’a ­vrebbe mai immaginato e co ­lui che vince ha delle crisi.

Per tornare alla torre, l’in ­terruzione dei lavori provocò anche disoccupazione e dis ­sesti economici, che si riflessero sul turismo. Tecnici e impresari, incapaci di comuni ­care, si buttarono giù dalla torre, ma nemmeno questa epidemia di suicidi servì a chiarire le responsabilità. Per alcuni si trattava di espiazione, per altri di protesta, per altri di semplice disgrazia. Venne ­ro fondati vari enti, uno al ­l’insaputa dell’altro, per la li ­quidazione o la continuazione della torre; la quale invece fu distrutta lentamente nei secoli da un centinaio di terremoti, insieme a tutte le altre costru ­zioni. I filologi, (ma si può dire anche filologhi), invece si salvarono.

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