di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 23 luglio 1970]
Non vorrei riuscire troppo oscuro; ma delle volte è gio coforza discostarsi dai facili schemi, ove si voglia appro dare a una qualunque defini zione del proprio argomento.
Il mio quesito di oggi è: può darsi un tempo astratto o, dirò così, puro? Si è ten tati di pensare, intendo, che il tempo non possa operare se non su una serie di eventi, mancandogli in caso contrario la materia, il contenuto, il pre testo. In verità su cosa si eserciterebbe esso, quando non vi fosse nulla da deflorare, da uccidere a grado a grado? Sembrerebbe inoltre (se poi non è la stessa) che un tem po senza visibile oggetto o frutto fosse egualmente mala gevole da concepire, e che an zi dovesse addirittura arre starsi.
Eppure a ciò vorrebbero op porsi le singolari esperienze di un amico. Al quale, aven do bell’e veduto che tra enun ciazioni, definizioni ed inter pretazioni mi rigiro male, sti mo opportuno cedere la pa rola e la responsabilità di tutto.
*
Mi aveva ripetutamente scritto, l’amico, che lui non faceva nulla. E, si può ca pire, io non ci avevo creduto: come si fa a non fare nulla? Ma quando mi decisi e lo andai a trovare, constatai che davvero non faceva nulla. Pa re buffo, a dirlo, e tuttavia la faccenda stava esattamente in questi termini…
– Ma insomma! Nulla: e come si fa a non fare nul la? â— andavo ripetendo â—. Qualcosa farai pure, e sia pure d’indifferente.
– Oh beh, certo: d’indif ferente, tutto quello che vuoi. Per esempio mangio, bevo, dormo, leggo il giornale, ogni due giorni mi faccio la bar ba, eccetera… Dobbiamo in tenderci, carissimo: il mio « nulla » si riferisce al tempo che gli altri dedicano, consa crano, votano al lavoro.
– E tu? Voglio dire, men tre tu…?
– Ecco, quelle otto orette che fanno sudare gli altri, io le consacro a passare il tempo.
– Bravo, e in che manie ra? Spiegati senza tanti giochini.
– Ma, passare il tempo: così, semplicemente e senza secondi fini.
– Cos’è, un nuovo scher zo? E se mai, quale sarebbe il modo di procedere?
– Beh, non escludo che ci sia più d’un metodo. Il mio, a buon conto, è quello della sveglia.
– Nome astratto o con creto?
– Concretissimo: una co mune sveglia da poche lire, purché fornita del quadrantino dei secondi.
– Va’ avanti: e allora che succede, cosa fai?
– Proprio niente, ma aspet ta che finisca: occorrono an cora un tavolino, o una se dia, e una comoda poltrona.
– Cioè, tu starai semidi steso sulla poltrona e avrai davanti a te la sveglia?
– Appunto.
– E adesso?
– Adesso! Sai tu, mio gio vane amico (il bizzarro uo mo mi chiamava così, sebbe ne io fossi più vecchio di lui), sai tu che vasto mondo figuri il quadrante d’una sveglia? Vasto e riposante, nel senso che non tende, che non la pretende, a soluzioni né a con clusioni di sorta… Tu lo con templi, e vi vedi rappresen tati mille eventi, tutti i pos sibili eventi, ma allo stadio appena di eventualità, privi dunque della loro carica ag gressiva, ossessiva; e del re sto sommamente improbabili anche come tali, giacché non ignori (daccapo un tu reto rico, beninteso) che il tuo personale tempo è vuoto, vuo to fino in fondo. Per cui ciò che in ultima analisi rimane è un’alta dilettazione dell’animo.
– Sì sì, va bene, capisco all’incirca, o facciamo le vi ste. Ma, per la terza volta, in pratica come procedi? Di co, non ti limiterai a contem plare il quadrante?
– E invece sì, proprio co si: non mi serve altro; e i minuti, e le ore filano via con passo di felpa, o (se preferi sci) s’involano con ali soffici e silenziose.
– Non ricominciare. Io vo glio sapere…
– Vedi, carissimo, tu hai il poco invidiabile talento di rendere necessaria la specifi cazione del sottinteso.
– Oh, va’ al Diavolo.
– Io seguo coll’occhio il moto delle sfere… e coll’orec chio la relativa musica, po tresti aggiungere, e saresti nel vero; ma qui pel momento si tratta solo di lancette. Lo seguo, e mi diverto a propor re loro dei traguardi, delle mete fittizie.
– Prova, da bravo, a fare un esempio.
– Decreto, ad esempio, che la sfera o lancetta dei minuti primi precipiti come a con vegno d’amore verso l’infimo 6 (un inferno, senza dubbio), per poi man mano rielevarsi alle sottili aure del 12-paradiso… Oppure stabilisco par tizioni di comodo: siano, che so, unità di conteggio le ventine di secondi, sì da compire in numero perfetto il minuto primo… O ancora introduco criteri geometrici, valutando l’ampiezza degli angoli descrit ti dalle sfere e misurando l’avanzata del tempo, mettia mo, in angoli retti… Eccetera eccetera, ché questa sorta di osservazione o speculazione, come ammette i più svariati sistemi analitici, così può be neficiare di combinazioni pres soché infinite. E intanto am miro le sottili, le misteriose corrispondenze delle sfere nel la loro fuga concordemente discorde, nella loro pazza cor sa verso… oh, verso che cosa mai? Corsa, a buon conto, ogni volta ferreamente ricon dotta alla sua origine; sì che da ultimo non vi sia più prin cipio né fine a quel… come lo chiamate voialtri?
– Chi noialtri?
– Beh, voi uomini di pen na, o i vostri poeti. Ecco: a quell’«errore ». Ma, tralascian do le implicazioni morali (che non mancherebbero) e ripren dendo il discorso… Amico! tanto vale io ti confessi che la mia scelta d’una parola am bigua come « sfera » e le mie stesse precauzioni di poc’anzi son solo piccole viltà. Non queste sfere, bensì quelle, quel le rotanti maestosamente nel lo spazio, io contemplo attraverso il mio quadrante. Il moto delle sfere, l’armonia delle sfere, la musica delle sfere: sì, in tali antichi ter mini è pienamente restituito il mio sentimento. Il mio qua drante, giovane amico, è in verità un quadrante siderale, universale!
– Eh adagio, ridiscendimi sulla terra e cerca di parlare un po’ più da cristiano: donde ti verrebbero in particolare, secondo te, codesti grandiosi sentimenti, codesta ebrietà o pienezza?
– Ma se te l’ho già det to: da ciò che al tempo in vestigato io non chiedo nulla e nulla me ne aspetto. Il mio rapporto con esso è puro, è innocente: tanto, che il tem po medesimo, il quale usa trarre seco ogni specie di scia gure, ne è forzato a innocenza.
– Non è molto chiaro.
– Ma come! Giusto per spicciolare (e perdendoci il meglio) questa mia idea: stùdiati, e guarda se ti riesce, di passare il tempo senza nuo cere a qualcuno o a qualcosa, non fosse che a un concetto di te stesso per avventura ac creditato. Laddove il mio tem po, o il mio modo di passare il tempo, a nessuno e a nien te nuoce, nessuno e niente le de. Il modo comune (sempre di passare il tempo) è proter vo, indiscreto, tirannico, non dà quartiere, rinsalda l’ordito delle insofferenze, delle ani mosità, e soprattutto reclama con ansia ed angoscia acca dimenti… vani, rispetto alla salute dell’anima nostra: il mio modo, lascia almeno im pregiudicata ogni cosa e, di più non potendo, evade e sfu ma verso una superiore bel lezza, ancorché egualmente postulata.
*
Ma qui o poco dopo mi scappò la pazienza:
– Fèrmati in nome di Dio: tu in sostanza sei un pazzo.
– Già, forse.
– E inoltre ci siamo note volmente discostati dal primo proposito.
– Già.
– Perché, eravamo partiti da una sveglia posata su un tavolino davanti alla tua pol trona?
– Eh sì.
– Una sveglia da poche li re che ciascuno può comprare in un magazzino popolare?
– Già.
– Ebbene, cosa hai da ag giungere?
– Da aggiungere?… Vatte ne ormai: ho da fare, piut tosto.
– Da fare!
– Sì, la mia sveglia mi attende. Ho da passare il tempo.