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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Sangue sul sagrato

2 Maggio 2017

di Tommaso Landolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 5 ottobre 1970]

Quando s’era studenti, uno dei nostri innocui trastulli (che senza dubbio gli studenti d’oggi sdegnerebbero perch√© poco costruttivo, e anche per ¬≠ch√© loro non hanno alcun bisogno di fare per burla ci√≤ che possono fare e fanno con tutti i sensi), uno dei nostri trastulli consisteva nel simu ¬≠lare alterchi, risse e zuffe: co ¬≠s√¨, giusto da dare sfogo agli umori bizzarri, da intronare gli orecchi dei passanti e da beffare i gonzi. Sceglievamo un luogo in cui fosse suffi ¬≠ciente concorso di popolo, un pubblico passeggio o una piazza festiva, e davamo prin ¬≠cipio alla commedia: uno di noi blaterava e pareva volere paglia per cento cavalli, un altro lo rimbeccava cruda ¬≠mente; indi, a grado a grado, si passava agli oltraggi, indi ancora agli spintoni, e final ¬≠mente ne nasceva quello che in termini volgari si chiama uno spicinio.

Poi, quando passanti e gon ¬≠zi avevano fatto cerchio o ma ¬≠gari i pi√Ļ animosi ormai avan ¬≠zavano a ristabilir l’ordine, ci si dilungava alquanto gi√Ļ per la via e, giunti a distanza di sicurezza, si inscenava un balletto con accompagnamento di sberleffi vari, e si scompariva in fretta al primo cantone; beninteso, non senza udire i commenti dei beffati, quali: ¬ę Ma andate a letto e copritevi a modo! – Bellini davve ¬≠ro! – 0 grulli! ¬Ľ ed altri non riferibili… Bah, proprio vero che dove c’√® gusto non c’√® perdenza; e anzi ci sarebbe da chiedersi che gusto ci provassimo, in un passatempo al postutto cos√¨ balordo. Tanto pi√Ļ che le cose non sempre andavano per il loro verso.

*

Una volta, ad esempio, ave ¬≠vamo scelto per nostro palco- scenico il largo antistante un teatro estivo di variet√† e per nostro pubblico la promiscua folla che alla fine dello spet ¬≠tacolo ne usciva. E qui, so ¬≠lito procedimento: un tale (al secolo mio amicissimo) figu ¬≠rava avermi offeso; io repli ¬≠cavo, m’incattivivo, e passa ¬≠vo alle vie di fatto; gli altri (della nostra compagnia di capiscarichi) tentavano divi ¬≠derci; non vi riuscivano (pel buon motivo che il copione non lo comportava) ; eccete ¬≠ra… Quando, essendoci la fol ¬≠la venuta un po’ troppo a ri ¬≠dosso, stimai opportuno ab ¬≠bandonare spontaneamente il campo e scansarmi verso il fondo della strada: il che pe ¬≠raltro feci seguitando a voci ¬≠ferare minacciosamente, come chi si accinga a riaprire le ostilit√† non appena sia rimos ¬≠so l’occasionale impedimento che gli ha fermato la mano. Ma, mutati pochi passi, mi vi ¬≠di fronteggiato da un tipo tar ¬≠chiato e rubesto, che mi af ¬≠ferr√≤ saldamente per i polsi.

Saldamente, √® poco dire: me li stringeva come in una morsa d’acciaio. E io sbigot ¬≠tito: ¬ę Ehi, cosa c’√®, chi √® lei? ¬Ľ. E lui, con voce melli ¬≠flua ma senza allentare la ter ¬≠ribile stretta: ¬ę Sono un agen ¬≠te, sono un agente ¬Ľ (Diavo ¬≠lo, non ci mancava altro) – ¬† ¬ę E sta bene, che vuole da me? ¬Ľ – ¬ę Bisogna calmarsi, ra ¬≠gazzo mio, bisogna calmarsi ¬Ľ –

¬ę Ecco: sono calmo; adesso mi lasci, mi fa male ¬Ľ – ¬†¬ę Eh no, vedo dai suoi occhi che non le √® ancora passata, lo vedo dai suoi occhi ¬Ľ, disse, raddoppiando la frase alla sua maniera – ¬ę Ma no, le assicu ¬≠ro… ¬Ľ – ¬ę Tanto grave era la questione con quell’altro si ¬≠gnorino? la questione era tan ¬≠to grave? ¬Ľ – ¬ę No, no, √® stato solo un momento di rabbia: sa come capita ¬Ľ – ¬ę Male, ma ¬≠le: calma ci vuole, calma e bont√†; tutto s’aggiusta, colla calma ¬Ľ – ¬ę Ha proprio ragio ¬≠ne… Beh, √® finita ¬Ľ (e sorrisi) – ¬ę Davvero? posso fidarmi? ¬Ľ – ¬ę Si fidi pure ¬Ľ. E lui final ¬≠mente mi lasci√≤ andare, coi polsi indolenziti; ma mi segu√¨ con sguardo professionale mentre mi allontanavo, tutta ¬≠via mormorando: ¬ę Calma e bont√† ¬Ľ.

(Una sorte, invece, patetica tocc√≤ al mio mentito antagonista, che per avventura era piccolino e mingherlino. In quella che io mi districavo dall’agente, alcuni della folla se lo presero in mezzo e, con gran rinforzo di ¬ę Ma via! ma che le pare! ¬Ľ badavano piuttosto a consolarlo e vezzeggiarlo che a frenarne l’impro ¬≠babile corruccio. Il gruppetto scese la via fino a una piaz ¬≠zetta dov’erano un paio di ba ¬≠racconi con relativi tirassegni, e dove ai consolatori s’un√¨ il padrone d’uno di questi ultimi. Il quale a un certo punto, per dare maggior forza alle esortazioni di buon animo, corse dentro alla sua tenda e ne riusc√¨ con un oggettuzzo che pose tra le mani dell’amico dicendo: ¬ę Via via, allegro; ecco, tenga ¬Ľ. L’og ¬≠getto era un canino d’argilla col fischio, e senza dubbio faceva parte dei premi destinati ai tiratori pi√Ļ esperti).

Ma veniamo alla pi√Ļ clamorosa anzi truculenta di quelle scene, seguita nientemeno che in piazza del Duomo. Eh s√¨, ¬†avevamo constatato che da qualche tempo i bravi bor ¬≠ghesi della citt√† si mostravano un po’ troppo distratti, per non dire insolenti; durante le nostre zuffe erano capaci di tirar via per la loro strada, magari facendo spallucce o ghignando sotto i baffi come intendessero: ¬ę Guardali l√¨, i soliti studentelli colle loro grullaggini ¬Ľ. E questo noi non potevamo permetterlo; occor ¬≠reva qualcosa che li risve ¬≠gliasse, i furbi borghesotti, li turbasse a dovere, e insomma li riportasse alla loro parte di docili zimbelli. E cos√¨ fu quanto segue.

Nell’isolato compreso tra gli sbocchi sulla piazza di via Martelli e di via Ricasoli, si apriva allora un caff√® profon ¬≠do, chiamato (se ben ricordo) ¬ę Elvetico ¬Ľ: profondo nel senso che aveva sale posterio ¬≠ri, dove erano allogati un cer ¬≠to numero di biliardi. Io dun ¬≠que, piacevolmente conversan ¬≠do con un amico e compare, entro come nulla fosse in tale caff√®; diamo di piglio alle stecche, le ingessiamo accura ¬≠tamente, iniziamo un’innocen ¬≠tissima ¬ę guerra ¬Ľ. Qualche pensionato sposta la seggiola per assistere alla nostra par ¬≠tita; tutto procede per il suo verso, i pensionati comincia ¬≠no perfino ad appisolarsi. Ogni tanto coll’amico ci si prende un po’ a parole, ma bonariamente: ¬ę Bel tiro, ac ¬≠cidenti a te; ora per√≤ ti fo vedere ¬Ľ…

D’un tratto scoppia la pa ¬≠rola aspra, corre la contume ¬≠lia, i volti s’aggrondano, uno di noi si precipita incontro addosso all’altro gridando alcunch√©, gli gesticola furiosamente sul naso, e finisce col dargli un formidabile spintone a mezzo il petto; l’altro reagisce subito e si rif√† sotto minaccioso, abbrancando l’avversario per le spalle… Non si capisce neppur bene su cosa verta la disputa: se lo domandano, non senza allarme, i pensionati ridesti dal loro assopimento; biscazzieri, avventori si avvicinano… Volano nostre invettive, e frasi confuse di ¬ę Non √® vero! tu sei un bindolo! – Io? Te piuttosto; ah sarebbe facile. Tu sei, ma un ladro ¬Ľ, e simili; intanto ci si scuote e tartassa vicendevolmente, ci si misura pugni quanto possibile leggeri, ma, nella foga della commedia, non del tutto senza danno… E qui io fo un passo indietro, porto la mano alla tasca posteriore dei pantaloni e cavo la pistola (lo scacciacani del quale m’ero per l’occasione provveduto).

Come avessi la scena sotto gli occhi: ¬ę No, la pistola no! ¬Ľ grida uno degli astanti. Ma io non gli do retta e con calcolata lentezza abbasso l’arma; al che il mio avversario, simulando terrore, prende la fuga. Taglia in frenetica corsa la sala del biliardo e le precedenti, raggiunge ed infila la porta esterna. Io, dietro. Egli ora attraversa la strada (a quel tempo attraversare una strada non era faccenda tanto impegnativa), sale di sbieco i gradini di Santa Maria del Fiore e seguita a fuggire lungo la facciata. Io, pistola nel pugno, sempre dietro come il destino.

Lo sciagurato tenta ripararsi negli sguanci dei portali ma deve esporsi per passare dall’uno all’altro; e durante uno di tali passaggi la mia pistola latra per la prima volta. Senza effetto, a quanto sembra: egli infatti non si arresta, al contrario fila via pi√Ļ veloce… sta quasi per sfuggirmi… ed io riapro, raddoppio, triplico il fuoco. E lui stavolta barcolla, cerca di farsi forza, cerca di aggrapparsi al muro, muove ancora uno o due passi √Ę‚ÄĒ e si abbatte con un gemito.

Accorro, gli son sopra e… e lo aiuto pel gomito a ritirarsi su, facendogli cenno di sbrigarsi. Invero non c’√® tempo da perdere: a pi√© dei gradini si √® ormai raccolto un bel numero di persone che guardano, lanciano esclamazioni e, sebbene sul momento tenute in rispetto dalla mia arma, si dispongono a intervenire. Il partito pi√Ļ salutare, a scanso di complicazioni, √® togliersi di mezzo per la pi√Ļ corta.

A pi√© della gradinata sta ¬≠zionano anche alcuni tass√¨; saltare in uno di essi √® per noi faccenda d’un istante. L’autista (che non si chiamava ancora cos√¨ barbaramente) si volge a scrutarci. Forse ci co ¬≠nosce, giacch√© sorride con aria d’intesa. ¬ę Dove andiamo, si ¬≠gnorini? – Dove vuole, ma presto – Bene, bene, allora si fa un giro alle Cascine ¬Ľ e parte come un razzo.

*

Beh, ripeto, c’√® di meglio da fare nella vita, anche a es ¬≠sere studenti. Ma, per dire tut ¬≠to, a nostra parziale giustifi ¬≠cazione si potrebbe forse in ¬≠vocare quell’istinto esibizioni ¬≠stico che gli psicologi affer ¬≠mano presente in ciascuno di noi. In ogni uomo, sembra, c’√® un attore che dorme: e quando uno non ce la fa a calzare davvero il coturno, bi ¬≠sogna pure s’accomodi di in ¬≠significanti buffonate.

E finalmente, confesser√≤ che ancor oggi, a tanti anni di di ¬≠stanza, quell’immagine di as ¬≠sassinio davanti alla Cattedrale non √® priva d’un suo umile fascino.


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ÔĽŅ

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Bart