di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 5 ottobre 1970]
Quando s’era studenti, uno dei nostri innocui trastulli (che senza dubbio gli studenti d’oggi sdegnerebbero perché poco costruttivo, e anche per ché loro non hanno alcun bisogno di fare per burla ciò che possono fare e fanno con tutti i sensi), uno dei nostri trastulli consisteva nel simu lare alterchi, risse e zuffe: co sì, giusto da dare sfogo agli umori bizzarri, da intronare gli orecchi dei passanti e da beffare i gonzi. Sceglievamo un luogo in cui fosse suffi ciente concorso di popolo, un pubblico passeggio o una piazza festiva, e davamo prin cipio alla commedia: uno di noi blaterava e pareva volere paglia per cento cavalli, un altro lo rimbeccava cruda mente; indi, a grado a grado, si passava agli oltraggi, indi ancora agli spintoni, e final mente ne nasceva quello che in termini volgari si chiama uno spicinio.
Poi, quando passanti e gon zi avevano fatto cerchio o ma gari i più animosi ormai avan zavano a ristabilir l’ordine, ci si dilungava alquanto giù per la via e, giunti a distanza di sicurezza, si inscenava un balletto con accompagnamento di sberleffi vari, e si scompariva in fretta al primo cantone; beninteso, non senza udire i commenti dei beffati, quali: « Ma andate a letto e copritevi a modo! – Bellini davve ro! – 0 grulli! » ed altri non riferibili… Bah, proprio vero che dove c’è gusto non c’è perdenza; e anzi ci sarebbe da chiedersi che gusto ci provassimo, in un passatempo al postutto così balordo. Tanto più che le cose non sempre andavano per il loro verso.
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Una volta, ad esempio, ave vamo scelto per nostro palco- scenico il largo antistante un teatro estivo di varietà e per nostro pubblico la promiscua folla che alla fine dello spet tacolo ne usciva. E qui, so lito procedimento: un tale (al secolo mio amicissimo) figu rava avermi offeso; io repli cavo, m’incattivivo, e passa vo alle vie di fatto; gli altri (della nostra compagnia di capiscarichi) tentavano divi derci; non vi riuscivano (pel buon motivo che il copione non lo comportava) ; eccete ra… Quando, essendoci la fol la venuta un po’ troppo a ri dosso, stimai opportuno ab bandonare spontaneamente il campo e scansarmi verso il fondo della strada: il che pe raltro feci seguitando a voci ferare minacciosamente, come chi si accinga a riaprire le ostilità non appena sia rimos so l’occasionale impedimento che gli ha fermato la mano. Ma, mutati pochi passi, mi vi di fronteggiato da un tipo tar chiato e rubesto, che mi af ferrò saldamente per i polsi.
Saldamente, è poco dire: me li stringeva come in una morsa d’acciaio. E io sbigot tito: « Ehi, cosa c’è, chi è lei? ». E lui, con voce melli flua ma senza allentare la ter ribile stretta: « Sono un agen te, sono un agente » (Diavo lo, non ci mancava altro) – « E sta bene, che vuole da me? » – « Bisogna calmarsi, ra gazzo mio, bisogna calmarsi » –
« Ecco: sono calmo; adesso mi lasci, mi fa male » – « Eh no, vedo dai suoi occhi che non le è ancora passata, lo vedo dai suoi occhi », disse, raddoppiando la frase alla sua maniera – « Ma no, le assicu ro… » – « Tanto grave era la questione con quell’altro si gnorino? la questione era tan to grave? » – « No, no, è stato solo un momento di rabbia: sa come capita » – « Male, ma le: calma ci vuole, calma e bontà; tutto s’aggiusta, colla calma » – « Ha proprio ragio ne… Beh, è finita » (e sorrisi) – « Davvero? posso fidarmi? » – « Si fidi pure ». E lui final mente mi lasciò andare, coi polsi indolenziti; ma mi seguì con sguardo professionale mentre mi allontanavo, tutta via mormorando: « Calma e bontà ».
(Una sorte, invece, patetica toccò al mio mentito antagonista, che per avventura era piccolino e mingherlino. In quella che io mi districavo dall’agente, alcuni della folla se lo presero in mezzo e, con gran rinforzo di « Ma via! ma che le pare! » badavano piuttosto a consolarlo e vezzeggiarlo che a frenarne l’impro babile corruccio. Il gruppetto scese la via fino a una piaz zetta dov’erano un paio di ba racconi con relativi tirassegni, e dove ai consolatori s’unì il padrone d’uno di questi ultimi. Il quale a un certo punto, per dare maggior forza alle esortazioni di buon animo, corse dentro alla sua tenda e ne riuscì con un oggettuzzo che pose tra le mani dell’amico dicendo: « Via via, allegro; ecco, tenga ». L’og getto era un canino d’argilla col fischio, e senza dubbio faceva parte dei premi destinati ai tiratori più esperti).
Ma veniamo alla più clamorosa anzi truculenta di quelle scene, seguita nientemeno che in piazza del Duomo. Eh sì, avevamo constatato che da qualche tempo i bravi bor ghesi della città si mostravano un po’ troppo distratti, per non dire insolenti; durante le nostre zuffe erano capaci di tirar via per la loro strada, magari facendo spallucce o ghignando sotto i baffi come intendessero: « Guardali lì, i soliti studentelli colle loro grullaggini ». E questo noi non potevamo permetterlo; occor reva qualcosa che li risve gliasse, i furbi borghesotti, li turbasse a dovere, e insomma li riportasse alla loro parte di docili zimbelli. E così fu quanto segue.
Nell’isolato compreso tra gli sbocchi sulla piazza di via Martelli e di via Ricasoli, si apriva allora un caffè profon do, chiamato (se ben ricordo) « Elvetico »: profondo nel senso che aveva sale posterio ri, dove erano allogati un cer to numero di biliardi. Io dun que, piacevolmente conversan do con un amico e compare, entro come nulla fosse in tale caffè; diamo di piglio alle stecche, le ingessiamo accura tamente, iniziamo un’innocen tissima « guerra ». Qualche pensionato sposta la seggiola per assistere alla nostra par tita; tutto procede per il suo verso, i pensionati comincia no perfino ad appisolarsi. Ogni tanto coll’amico ci si prende un po’ a parole, ma bonariamente: « Bel tiro, ac cidenti a te; ora però ti fo vedere »…
D’un tratto scoppia la pa rola aspra, corre la contume lia, i volti s’aggrondano, uno di noi si precipita incontro addosso all’altro gridando alcunché, gli gesticola furiosamente sul naso, e finisce col dargli un formidabile spintone a mezzo il petto; l’altro reagisce subito e si rifà sotto minaccioso, abbrancando l’avversario per le spalle… Non si capisce neppur bene su cosa verta la disputa: se lo domandano, non senza allarme, i pensionati ridesti dal loro assopimento; biscazzieri, avventori si avvicinano… Volano nostre invettive, e frasi confuse di « Non è vero! tu sei un bindolo! – Io? Te piuttosto; ah sarebbe facile. Tu sei, ma un ladro », e simili; intanto ci si scuote e tartassa vicendevolmente, ci si misura pugni quanto possibile leggeri, ma, nella foga della commedia, non del tutto senza danno… E qui io fo un passo indietro, porto la mano alla tasca posteriore dei pantaloni e cavo la pistola (lo scacciacani del quale m’ero per l’occasione provveduto).
Come avessi la scena sotto gli occhi: « No, la pistola no! » grida uno degli astanti. Ma io non gli do retta e con calcolata lentezza abbasso l’arma; al che il mio avversario, simulando terrore, prende la fuga. Taglia in frenetica corsa la sala del biliardo e le precedenti, raggiunge ed infila la porta esterna. Io, dietro. Egli ora attraversa la strada (a quel tempo attraversare una strada non era faccenda tanto impegnativa), sale di sbieco i gradini di Santa Maria del Fiore e seguita a fuggire lungo la facciata. Io, pistola nel pugno, sempre dietro come il destino.
Lo sciagurato tenta ripararsi negli sguanci dei portali ma deve esporsi per passare dall’uno all’altro; e durante uno di tali passaggi la mia pistola latra per la prima volta. Senza effetto, a quanto sembra: egli infatti non si arresta, al contrario fila via più veloce… sta quasi per sfuggirmi… ed io riapro, raddoppio, triplico il fuoco. E lui stavolta barcolla, cerca di farsi forza, cerca di aggrapparsi al muro, muove ancora uno o due passi â— e si abbatte con un gemito.
Accorro, gli son sopra e… e lo aiuto pel gomito a ritirarsi su, facendogli cenno di sbrigarsi. Invero non c’è tempo da perdere: a pié dei gradini si è ormai raccolto un bel numero di persone che guardano, lanciano esclamazioni e, sebbene sul momento tenute in rispetto dalla mia arma, si dispongono a intervenire. Il partito più salutare, a scanso di complicazioni, è togliersi di mezzo per la più corta.
A pié della gradinata sta zionano anche alcuni tassì; saltare in uno di essi è per noi faccenda d’un istante. L’autista (che non si chiamava ancora così barbaramente) si volge a scrutarci. Forse ci co nosce, giacché sorride con aria d’intesa. « Dove andiamo, si gnorini? – Dove vuole, ma presto – Bene, bene, allora si fa un giro alle Cascine » e parte come un razzo.
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Beh, ripeto, c’è di meglio da fare nella vita, anche a es sere studenti. Ma, per dire tut to, a nostra parziale giustifi cazione si potrebbe forse in vocare quell’istinto esibizioni stico che gli psicologi affer mano presente in ciascuno di noi. In ogni uomo, sembra, c’è un attore che dorme: e quando uno non ce la fa a calzare davvero il coturno, bi sogna pure s’accomodi di in significanti buffonate.
E finalmente, confesserò che ancor oggi, a tanti anni di di stanza, quell’immagine di as sassinio davanti alla Cattedrale non è priva d’un suo umile fascino.