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LETTERATURA: I MAESTRI: Tomasi di Lampedusa. Donnafugata non c’è più

22 Settembre 2016

di Gioacchino Lanza Tomasi
[da “La fiera letteraria”, numero 6, giovedì, 8 febbraio 1968]

Palermo, febbraio

A Santa Margherita Belice, (Don ­nafugata nel Gattopardo) sono anda ­to soltanto due volte e dopo la morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure negli ultimi tre anni della sua vita, quando lo frequentavo assidua ­mente, Santa Margherita era un argo ­mento ricorrente, nelle nostre gite a Capo d’Orlando dai Piccolo, addirittu ­ra un argomento fisso. Con Lucio e i suoi fratelli, Giovanna e Casimiro, la conversazione su Santa Margherita era il tema preferito: ricordi su ricor ­di, nei quali era difficile distingue ­re gli oggetti, le cose, dagli uomini. Il nonno Cutò, la nonna Cutò, la fa ­miglia umana che li attorniava e le cose facevano tutt’uno nella memoria; i quattro cugini si scambiavano remi ­niscenze per loro dolcissime, dal sa ­pore fiabesco. Quell’infanzia legata ai Cutò e ai loro ambienti era avvertita quale acuto godimento e poco impor ­tava se essa corrispondesse o meno a dati di fatto storici (Lucio Piccolo, ad esempio, a Santa Margherita non era stato mai).

Quando Giuseppe Tomasi cominciò a scrivere il Gattopardo e i Luoghi della mia infanzia (la stesura delle due opere non fu consecutiva, ma con ­temporanea), il manoscritto dei Luo ­ghi rivela attraverso piccoli schizzi topografici come l’autore andasse ricercando quei luoghi per definirli analiticamente oltre che liricamente nei capitoli su Donnafugata). Ricordo che la lettura che me ne faceva pezzo dopo pezzo non destò in me alcuno stupore. Me lo spiego facilmente: la rievocazione scritta era identica a quella parlata che conoscevo di già. Non certo nella forma, ma identica nell’emozione che si voleva parteci ­pare, oserei dire che la « recitazione » dei Luoghi, ascoltata come ho det ­to a più riprese, fosse altrettanto ar ­tistica di quella che si coglie nella narrazione.

Allora non era necessario ch’io an ­dassi a Santa Margherita. Perché quel chiacchiericcio appagava ogni curiosi ­tà, e poi vi era il lato nero della fac ­cenda: il distacco, la fine, la rovina di Santa Margherita; la casa venduta da zio e cugino ai nemici in agguato, ai « capitalisti » per dirla eufemistica ­mente, se volete ai Sedare del luogo.

Evidentemente Lampedusa era at ­taccato a quella Santa Margherita e alle sue istituzioni, il filo s’era spez ­zato con uno strappo dopo la prima guerra mondiale; quel ch’era successo dopo non poteva apparirgli che anti ­tetico. Contava un solo senso delle cose e non la loro realtà fisica. Un pezzo di arredamento di Santa Mar ­gherita poteva evocare la parte per il tutto, in mano sua, dei Piccolo, o mia; la realtà fisica dell’oggetto in mano d’altri era assurda, esso avreb ­be cessato d’essere un simbolo per diventare un pezzo estetico. Quando Lampedusa mi riferì d’aver rivisto San ­ta Margherita durante l’ultima guerra (l’aveva raggiunta da Poggioreale dove prestava servizio militare) non mi sorprese il suo rammarico: si do ­leva che quella casa esistesse, ancora. Ma si equivocherebbe pensando sol ­tanto al desiderio di distruggere l’og ­getto amato sfuggito al proprio pos ­sesso, egli semplicemente non lo ave ­va potuto riconoscere nella sua for ­ma fisica perché non l’aveva mai con ­templato museograficamente.

Come ho detto, a vedere la Santa Margherita « moderna » sono andato soltanto dopo la sua morte. Il paese, in particolare il palazzo, era bello, se ricostruibile nello spirito, diverso nella realtà da come Giuseppe Tomasi l’aveva descritto.

Dirò soltanto che la Santa Marghe ­rita in carne e ossa era molto più pic ­cola di quella dei Ricordi d’infanzia.

Le case da mille stanze, da Lampe ­dusa e da me, erano ben conosciute, in termini economici, di aree, il di ­strutto palazzo Lampedusa insisteva su 1600 mq., e l’oggi disabitato palazzo Mazzarino, dove ho vissuto vent’anni, su circa 3000; non saprei giudicare la superficie dei fabbricati Cutò a San ­ta Margherita, ma certo essi non era ­no di queste misure, se gli ambienti erano molti essi erano piccoli e raccol ­ti, con una disposizione che ricordava dappresso le ville palermitane del tar ­do Settecento, e come queste, (anche la sontuosa villa Yalguarnera, ad esem ­pio) il palazzo Cutò sembrava molto più una casa privata che una casa uf ­ficiale. Per chi conosce l’ambiente ciò vuol dir molto: la villa del secondo Settecento ha una « Gemütlichkeit » che al palazzo di città manca, ed è I’ambientazione più serena che gli uo ­mini si sian saputi dare nel loro inse ­diamento in Sicilia.

Il palazzo di Santa Margherita non era integralmente settecentesco, ma settecentesca e illuminista ne era la ri ­strutturazione e l’inserimento urbani ­stico. Certo tutto ciò alla siciliana, sen ­za capire che i modi del Vanvitelli o del Marvuglia, il cui linguaggio si trovava storpiato per tutto l’impianto, per intenderci esso era l’equivalente del frac di Sedara tagliato ad Agri ­gento, ma al segno dell’architetto es ­so sostituiva un profumo rustico e gu ­stoso al programma una deliziosa spon ­taneità che aveva amalgamato secondo la moda gli edifici preesistenti in un tutto unitario. Il complesso residen ­ziale risultava dalla fusione di tre cor ­pi distinti: un’antica torre quadra, a mio avviso nient’affatto di origine araba come pensano i cultori locali di cose patrie, ma risalente al più al tar ­do Quattrocento, un corpo secentesco formante un piccolo palazzotto a sé di forme austere con uno scalone mar ­moreo più recente, l’impianto sette ­centesco antistante, infine un comple ­tamento neoclassico nella chiesa e nell’urbanistica a circolo chiuso della piazza. E dappertutto molto disordine artigianale, dietro i prospetti stanze e stanzette, anditi, corridoi, e mai un muro eguale a quello dirimpetto, es ­sendo tutto realizzato con princìpi di simmetria ottica senza far caso a squa ­dra e filo a piombo. (Non per nulla dietro il muro di facciata le fabbri ­che hanno offerto al terremoto la coe ­sione di un castello di carte).

Quando lo visitai la prima volta qualche dato topografico dei Ricordi d’infanzia c’era ancora. Dell’arreda ­mento descritto restava qualche ri ­quadro di porta in marmi policromi, e le gran tele dei Filangeri a pranzo, ma queste come anche gli stucchi già ottocenteschi della chiesa erano in verità di qualità bassa. Senza i Filangeri in carne e ossa non dice ­vano proprio niente, nondimeno ba ­stò Il Gattopardo a richiamare anche su questo residuo l’interesse antiqua ­rio (le tele volarono da Palermo a Milano, dove si disse che venivano offerte a ben sette milioni); nella mia seconda visita marmo e tele nell’in ­terno non ce n’erano più e l’ala di rappresentanza non era altro che una serie di ambienti anonimi, di media grandezza, dove il passato era stato cancellato.

La spiegazione dei Ricordi si aveva però uscendo dall’ufficialità e visitan ­do l’ala sinistra digradante sul giar ­dino e il grande cerchio ombroso del ­la zona alberata. Erano questi gli appartamenti privati abitati da Lam ­pedusa fanciullo « la stanza rosa » e quella « celeste », alcuni corridoietti e scalette assorbite dall’ombra vegeta ­le, appendici disordinate fra l’ala set ­tecentesca e la torre che presentava ­no l’occasionalità tipica delle super ­fetazioni costruite nel corso dell’Ottocento per dare un alloggio umano alla servitù (ve n’erano identiche, mi ­steriose, irrazionali e polverosissime nel Palazzo Mazzarino) erano ambien ­ti piccoli e tortuosi, fantastici a voler essere presi nel loro gioco, posti a contatto con la vegetazione lussureg ­giante del grande giardino, nell’aridi- tà del feudo essa risaltava assoluta- mente magica, un giardino ricco di piante esotiche bitorzolute e irreali risalenti al tempo di Maria Carolina, cresciute ormai incolte a proporzioni assurde. Era appunto il giardino ad alterare in senso lampedusesco le pro ­porzioni dell’impianto. Tutto ritorna ­va chiaro. La natura vegetale poten ­te e sproporzionata, carica ancora di quegli stessi odori e aromi (origano, cisti, nepitella), lo spazio privato del fanciullo serrato in una sequenza di cellette, il palazzo ufficiale improvvi ­samente dilatato sulla destra suaden ­te e pomposo a un tempo, poi gli am ­bienti indefiniti del piano terra, ma ­gazzini e scuderie, la chiesa, il teatro.

Questi i ricordi miei di sensazioni e ambienti. Fra poco avrei dovuto controllarli per uno studio analitico del Palazzo Cutò e del suo insedia ­mento urbanistico; ciò non è più pos ­sibile e non è più utile.

Forse Lampedusa al crollo del pa ­lazzo sarebbe rimasto indifferente, forse nel suo intimo soddisfatto; la « verità » di Santa Margherita non era per lui quella che il terremoto s’è portata via. Quasi con civetteria, egli pensava di non avere posto nella Si ­cilia moderna, ed è uno strano sus ­seguirsi di eventi quello per cui uo ­mini e cose della sua Sicilia scompaio ­no violentemente una dopo l’altra e una legata all’altra. Chi egli vide e quel ch’egli vide è già dilavato nella memoria. Per ricostruire oggi il mon ­do dello scrittore si dovrebbe proce ­dere indiziariamente come per gli scrittori indefinitamente distanziati nel tempo. Le possibili analogie ri ­mandano a rivolgimenti radicali: la Shangai degli anglosassoni, l’india co ­loniale o che so io. In Sicilia le cose non sono mutate meno.

Eppure vorrei ricordare che la sua descrizione della valle del Belice è perfettamente realistica. « Si traversa Montevago, primo nucleo di vita ri ­trovato dopo quattro ore di strada. Ma quale nucleo! Lunghe strade de ­serte, case egualmente oppresse dalla povertà e dall’implacabile sole, nessu ­na anima viva, qualche maiale, qual ­che carogna di gatto ». «… Si scorge ­vano a mala pena i paesi dove la pie ­tra giallo-grigiastra delle costruzioni si distingueva assai male dal fondo: Poggioreale, Contessa, Salaparuta, Gibellina, Santa Ninfa, oppressi dalla miseria, dalla canicola, dall’oscurità che sopravveniva, alla quale essi non reagivano col benché minimo luci ­gnolo ».

Si concederà che queste frasi non sono state scritte con le finalità di Carlo Levi o di Danilo Dolci. Lampe ­dusa aveva in comune con quei paesi l’impossibilità di emergere quale par ­te attiva nel corso naturale degli even ­ti, non era capace neppure di color locale, chi lo ha conosciuto può te ­stimoniare che aveva uno zelo da uf ­ficiale giudiziario nell’inventariare i fatti: aveva trovato sei mosche in una granita di caffè, gli erano cadute due cimici sul piatto al ritorno dal fron ­te, per non dire delle canalette di sco ­lo facenti funzione di fogne, dei bam ­bini tracomatosi, del caldo siciliano, dei suoi colori, ecc. Per me ogni cosa dei suoi scritti è una precisa registra ­zione di fatti vissuti, ai quali spesso ho anche assistito di persona. La Si ­cilia di Lampedusa è maledettamente reale, ma gli sciacalletti d’ogni tipo hanno avuto bisogno d’un terremoto per piangerci su.

 

 


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