Intervista a Giuseppe Ungaretti
[da “La Fiera Letteraria”, numero 2, giovedì 12 gennaio 1967]
« Scusi, maestro, si sente spesso parlare di poesia impegnata. Che cosa si intende per poesia impe gnata? Cos’è un poeta impegna to? ».
«E’ un cattivo poeta! ».
«Lei è un poeta impegnato? ».
« No! ».
Queste battute sono state scam biate sere fa fra un giovane stu dente liceale e Giuseppe Ungaretti, nel corso di un numero speciale di Tribuna dei giovani, la rubrica ra diofonica con la quale, nel quadro del rinnovamento dei programmi culturali della Radio, si è data vo ce alla cultura e ai problemi dei giovani.
La rubrica si qualifica come «set timanale di critica giovanile » e si esprime esclusivamente attraverso la voce dei giovani che realizzano dibattiti sui più disparati argomen ti di cultura e di costume (dall’amor di patria alla musica beat, dal problema degli immigrati alla moda giovanile) inchieste, notizie, registrazioni dei fatti di particola re significato per illuminare la con dizione dei giovani nella società italiana.
L’incontro con Ungaretti è stato il primo di una serie di numeri unici che i giovani redattori del settimanale intendono dedicare ai problemi più generali della cultura e della vita civile nei suoi rappor ti con le giovani generazioni. Il prossimo, in onda il 13 gennaio, sa rà dedicato al teatro e il protago nista di questo giovanile tiro al bersaglio sarà Diego Fabbri; un altro, dedicato a] cinema, avrà co me personaggio Federico Fellini.
Durante questa vera e propria conferenza stampa, Giuseppe Un garetti dopo una breve introdu zione in cui ha richiamato il valo re non utilitario della poesia, nem meno ai fini più alti che non siano la liberazione e la elevazione del l’uomo, è stato sottoposto ad un fuoco di fila di domande da un gruppo di giovani, studenti ed ope rai. Essi non hanno avuto esita zioni nel porgli nei termini loro propri, le domande più semplici ma più fondamentali sul rapporto tra uomo e poesia, dando un’occa sione singolarmente viva a Unga retti di riproporre in un dialogo, vivissimo, i temi della propria poe tica a confronto con l’età nuova. Ecco alcuni stralci.
« Scusi maestro, non le sembra che la poesia contemporanea che esalta la parola di difficile inter pretazione sia diretta a una éli te, a un ristretto gruppo dì per sone non a tutti i lettori in ge nere? ».
« Senta, la poesia va per la sua strada, la poesia scritta, parliamo sempre di poesia scritta. Ora natu ralmente la poesia al suo apparire può essere anche difficile; poi ci sono i commenti, ci sono le criti che, ci sono i discorsi, ci sono gli insegnanti e c’è una specie di scambio di letture, ecc… E la poesia, la poesia di Mallarmé, per esempio in Francia, la poesia che sembrava oscurissima, oggi è una poesia che sembra alla maggioranza dei letto ri chiara, chiarissima. Quindi, la poesia ha bisogno di diffondersi nel lettore ed arrivare così a conqui stare la propria chiarezza, in chi la legge: conquistarla con la collaborazione del lettore, e la conquista. Nessuna poesia è nata facile, mai, tutte le poesie nascono difficili ma finiscono con l’essere facili e popo lari. E’ la condizione della poesia. Se è l’affermazione di una perso na, una persona ha una incomuni cabilità che bisogna rompere e che si finisce col rompere.
« Ma il linguaggio deve aiutare a rompere questa incomunicabili tà… ».
« Ma naturalmente è il poeta il fondatore del linguaggio ».
« No! E’ un tecnico del linguag gio E deve utilizzare un linguag gio più comprensibile, se vuole es sere compreso ».
« Non so, se lei avesse rivolto questa domanda non a me, che so no un piccolo poeta, ma se l’aves se rivolta a un grande poeta come Dante, che cosa gli avrebbe rispo sto?… Ci sono stati secoli di com menti, e tuttavia, credo, che non l’abbiano ancora completamente chiarito i molti commenti dei mol ti secoli venuti dopo di lui. E an che per il Petrarca è lo stesso, an che per il Manzoni è lo stesso. Cre de che sia così facile capire la Pen tecoste? O il Leopardi che è stato mal capito fino ad oggi, per il qua le c’è tutto da ricominciare nella interpretazione?
« In che modo pensa che i poeti oggi, e sopra’tutto domani, nella civiltà delle macchine, dell’automazione, possano contribuire alla for mazione di un nuovo umanesi mo? ».
«C’è sempre questa idea della civiltà delle macchine… Naturalmente, poi non sappiamo se le macchine non finiranno col dare all’uo mo una nuova libertà; ora l’uomo lo imprigionano nelle proprie fun zioni… domani probabilmente que ste funzioni delle macchine libere ranno l’uomo ».
« Quale sarà la funzione della poesia per creare un nuovo uma nesimo? ».
« In che senso? E’ una nuova tradizione poetica cioè una nuo va tradizione dell’arte che occorre. L’arte oggi, infatti, è tutta frantu mata; ci sono centomila modi di esprimersi, ciascuno si esprime in modo diverso. E a volte anche scherza ed oggi, uno si smarrisce e naturalmente questo non tende a costituire, non dico nessun nuo vo umanesimo, ma non tende a co stituire nessuna nuova tradizio ne. C’è una nuova tradizione da co stituire. La vecchia tradizione na turalmente si sta sgretolando e c’è una nuova tradizione che sta sosti tuendo questa vecchia, antica e gloriosa tradizione che muore, che agonizza e che morirà ».
« Lei ha fatto una valutazione ottimistica della poesia nel futuro. Poco tempo fa, in un’intervista ri lasciata da lei, al Terzo Program ma della Radio, invece le previsio ni erano apocalittiche. Come si spie ga questa contraddizione? ».
« Io non ho mai affermato che la poesia fosse morta: io ho affer mato, e torno ad affermare, che il linguaggio per esprimere la poe sia (il linguaggio moderno per esprimere la poesia) si trova in uno stato di crisi gravissima e che è difficile esprimere la poesia scrit ta E questo si può rilevare dai do cumenti, dalle poesie che escono tutti i giorni in tutti i Paesi del mondo, compresa l’Italia.
« Lei prima ha parlato di crisi del linguaggio. Ora in questo mon do in cui all’anagrafe lei non si chiama Giuseppe Ungaretti, ma tre buchi e ire puntini su una scheda perforata, com’è possibile la poesia? ».
« Già, c’è il problema della paro la, ma io credo che la parola fini rà con il conservarsi. Non cre de?… ».
« Non molto!… ».
« Certo si trasformerà, avrà del le cose diverse da dire per le qua li non esiste ancora il vocabolario, ma questo vocabolario a poco a po co si formerà e riuscirà ad aderire alla realtà che è attorno a noi in un modo tale che il poeta vi possa inserire la propria persona e possa esprimere le proprie parole ».