Tv e Metafisica

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 8 marzo 1969]

In un luogo ho trovato il silenzio; quel luogo era la stanza di un dirigente della televisione, o forse una sala d’aspetto. La soggiogava un ordine simile all’angoscia per com’era totale. Ci fosse stato un orologio alla parete, le sue lance avrebbero eluso il tem ­po. Giacevo in un divano di pelle chiara; il suolo era fel ­pato di verde. Davanti a me, quattro schermi ciechi e mu ­ti, che parvero ciechi e muti per sempre.

Invece, a quanto mi fu detto più tardi, gli schermi era ­no soliti illuminarsi e par ­lare anche tutti insieme. Il primo canale, il secondo ca ­nale, il canale a circuito chiu ­so, infine (era la scatola più voluminosa) lo schermo del ­la televisione a colori. « Ma non esiste la televisione a co ­lori in Italia », avrei osser ­vato. Infatti non esiste. Però si fanno prove dinanzi a pri ­vilegiati fruitori: « Ritorna a trovarmi, vedrai. I colori del ­la televisione italiana saran ­no i più belli del mondo ».

*

Prima di questo dialogo, in attesa del personaggio che poi comparve con umiltà di po ­tente, i tramiti a fuorviarmi dal nulla furono le riviste sul tavolo a portata del mio sguardo e, se avessi osato, della mia mano. Ma perché scompigliarle? Erano patina ­te, intatte, inutili, splendenti. Il solo guardarle certificava che ciascuna di esse celebra ­va qualcosa o qualcuno con dovizia di diagrammi e fasto di immagini. Al mondo che dice Contestazione è giusto talora rispondere Trionfali ­smo. Ed era giusto che mi adeguassi alla risposta, tro ­vandomi in una sala d’attesa.

La mia inerzia fu ricca ma non completa. Per nulla al mondo avrei allungato la ma ­no verso le riviste (godevo dell’immobilità, della sontuo ­sità, del torpore); tuttavia una di quelle riviste era aper ­ta sotto i miei occhi e due pagine mi si offrivano senza sforzo, con caratteri ben ro ­tondi. L’impaginazione del ­l’articolo era inappuntabil ­mente trionfalistica; non così la firma dell’autore, uno dei nostri romanzieri più ombro ­si e più insigni. Nelle sue fra ­si, dovunque si posasse la pigrizia del mio sguardo, mi si manifestava il buon senso, dote difficile in un poeta.

E’ noto come la nostra fa ­coltà di apprendere e di ri ­cordare si acuisca se prescin ­da dalla volontà, negli stati prossimi al dormiveglia. Les ­si quell’articolo quasi senza sapere di leggerlo, comunque senza un interesse cosciente; i concetti dell’autore erano usuali ancorché solidi: eppu ­re oggi, dopo parecchi giorni, potrei ripetere testualmen ­te non pochi periodi di quel ­l’intervista. Intervistato su cosa pensasse a proposito del ­la televisione, lo scrittore replicava che la televisione co ­stituisce un grosso aiuto per gli analfabeti. Ammetteva di essere un appassionato delle partite di calcio e di avere assistito trepidante alla ripre ­sa diretta delle Olimpiadi, non solo, ma specie a quella del volo lunare di Apollo 8. Poi, peraltro, si scagliava contro la televisione, a causa di coloro che guardano tutto (e c’è da temere che moltissimi guardino tutto) cosicché ca ­dono nella confusione mentale. Aggiungeva una verità che forse i dirigenti televisivi non riconosceranno, e cioè che debba ritenersi falsamente democratico il criterio di rimettersi al pubblico e di sobbarcarsi ai suoi gusti, abitualmente leziosi o volgari. Infine rendeva omaggio alla virtù della televisione, se sia rettamente guidata: la forza dell’attualità e della « con ­temporaneità », per le quali ognuno di noi schiude la sua finestra sul cosmo. Ognuno di noi, come Sant’Antonio, può trovarsi a Padova, nello stesso momento, e a Lisbona.

*

Sottoscrivo; chi non lo fa ­rebbe? Nondimeno (ed ecco perché mi riferisco confuso a quelle parole di saggezza) nessuno spettacolo in TV, quest’inverno, mi ha conqui ­stato come uno strano pro ­gramma, messo in onda ver ­so una mezzanotte, caratte ­rizzato da una qualità estre ­mamente antitelevisiva. Era un documentario inglese, del tutto fermo. Si limitava a in ­grandire come in una lanter ­na magica fotografie che ri ­salgono alla guerra america ­na di secessione e la illustra ­no. Cosa potremmo immagi ­nare di più inattuale, di più rozzo? Però quelle fotografie ci rendevano, in una scintil ­la, l’interezza di un tempo scaduto, inesorabilmente con ­sumato; e sentii farmisi fred ­da la fronte.

Dico interezza del tempo come sincerità del tempo. Non era notevole che fossero pronunciati e prendessero vi ­te i nomi dei luoghi che ci affascinarono (Gettysburg, o il fiume Potomac, o la città di Richmond nel 1861), né che vedessimo i campi, i pon ­ti, i vagoni, le bocche da fuo ­co, le macchine infernali, le cannoniere, i reggimenti, le battaglie, le cariche a cavallo, la desolazione degli in ­cendi, i vessilli. Era terribile che vedessimo l’uomo, i gran ­di e fissi primi piani dell’uo ­mo, attoniti nell’alone.

Crudamente, gli uomini sa ­livano su dal passato nell’alo ­ne della lanterna magica a popolare la notte. Non si trattava di stampe o di qua ­dri: ogni interpolazione, ogni manipolazione d’arte era esclusa: erano fotografie, im ­magini di vivi, colte da vivi, non consapevoli di Storia o di Morte. A qualcuno di que ­gli uomini ci riportiamo tuttora come a eroi: Lincoln, il cui profilo rammenta una ru ­pe; o Lee; o Grant. Gli altri sono ignoti. Ragazzi ignoti; e uomini dalle rughe inten ­se, lo sguardo carico di riso o di odio, le uniformi reden ­trici o crudeli. A costoro un tempo appartenne tutta la vi ­ta, colma nell’effimero; e la loro vita non ci presagì, e noi siamo totalmente spogli della loro memoria, e non uno di quei vivi, trascorso un secolo, è vivo, e anche gli eroi â— vorrei dire: soprat ­tutto gli eroi â— sono morti.

Non ignoro che ciò è irri ­levante. La vita â— la loro che fu, come la nostra che si consuma â— si esprime in una dimensione di « orizzontalità », nella ricerca della giustizia e dei beni. Perfino i preti hanno smesso di par ­larci della Speranza. Per i preti, come per gli struttura ­listi e i marxisti, la Speranza è ormai « metafisica da don ­nette »? Non mi oppongo. Ma ci sono notti nelle quali la verticalità, l’asse che ci congiunge illusoriamente ai mor ­ti e ai non nati, mi devasta come una piaga. E’ possibile che il vuoto di Dio dolga, si apra con l’impeto di una preghiera?

Visto 9 volte, 1 visite odierne.