di Angelo Guglielmi
[da “Quindici”, numero 13, novembre 1968]
Gaetano Testa, « Cinque », Feltrinelli, 1968, pa gine 312, L. 2.500.
Di Testa conoscevamo il breve romanzo Società per azioni; quel libro è confluito in questo nuovo volume e ne costituisce la prima parte. Le altre due parti sono Otto luglio 1960 e Help. Si tratta di tre romanzi brevi tra loro autonomi e pur tra loro collegati, e non tanto perché ritroviamo in ciascuno di essi gli stessi personaggi (che anzi cambiano nel passare dall’uno all’altro ad ecce zione di una figura femminile, Anna, comune a tutti e tre, e di Gaetano o Ali, che è il perso naggio del narratore) quanto perché presentano una evidente identità di temi (sic) e unità di luogo. Cinque appare come una arduissima co struzione intellettuale, ergentesi in uno spazio geo graficamente ben individuabile (la Sicilia, anzi Palermo degli anni ’60) e alla cui edificazione ha concorso, per intero, l’apporto di materiali pro venienti da cave locali tuttavia lavorati e maci nati ora attraverso la farneticazione intellettuale, ora attraverso la prospettiva del sogno, ora at traverso le improvvisazioni della percezione, in somma attraverso il ricorso a ogni possibile pro cedimento di mistificazione e di disconoscimento.
Cosi caratteristica di questa costruzione è di essere da una parte altamente intellettuale, astrat ta, profondamente artificiale e inventata e dalla altra strettamente collegata e riferita a un con testo storico-sociale con rigore circoscritto e defi nito. Si tratta di una costruzione terribilmente ardua i cui elementi caratterizzanti appaiono con traddittori o comunque esposti a un equilibrio difficile. Giacché la spinta astratta porta con sé il pericolo di una mitizzazione della realtà e quin di in fondo di una evasione da essa mentre il progetto di un riferimento sempre inseguito con un oggetto di realtà implica il pericolo di un inquinamento dell’immaginazione astratta, di un pericoloso ingorgamento delle fonti da cui quella immaginazione prorompe. Questi pericoli come so no evitati dal Testa? Anzi, intanto: sono evitati? e come? Alla prima domanda dobbiamo rispon dere: in sostanza sì, anche se con una fatica così dolorosa e intensa che finisce per prolun garsi nel lettore il quale difficilmente si è tro vato e potrà trovarsi di fronte a un libro più duro, più illeggibile, più scostante. Dunque in sostanza sì, anche se con incertezze abissali giac ché nella tensione di evitare i pericoli cui si accennava e di imboccare la strada giusta, della invenzione intesa non come distrazione ma come corsa in avanti e oltre, dell’allucinazione che è scoperta e anche giudizio, Testa si comporta come chi, trattenuto per i piedi e con le mani insa ponate, debba afferrare una biglia che qualcuno si preoccupa dall’altra parte di sottrargli, cosic ché la biglia non appena viene afferrata subito viene riperduta attraverso un’inestinguibile serie di gesti e movimenti, che si pongono per lo più come tentativi mancati, come penosa dispersione di energia.
Attenti, questo che stiamo dicendo non vuole essere un giudizio ma una rilevazione fenomeno- logica. Forse senza proprio volerlo abbiamo finito per descrivere il congegno del libro di Testa e per scoprire le coordinate strutturali su cui va regolando il suo percorso. E qui diventa urgente un discorso sul linguaggio di Cinque, sulla tecnica narrativa che ad esso presiede, discorso nel cui ambito troveremo la risposta al secondo quesito, cioè come Testa riesce a costruire una scrittura perfettamente libera e interamente risolta in ter mini linguistici e pur tuttavia ricca di riferi menti, richiami e rimandi a contesti di evidente pertinenza extralinguistica.
Testa è un uomo del Sud, da cima a fondo. Con ciò si vuole dire che è sempre terribilmente complice e partecipe delle proprie esperienze emo tive, intellettuali, sentimentali: anzi è una cosa sola con esse; esse sono la sua carne, il suo sangue; da esse manca di difesa alcuna. Non c’è distanza tra lui e le sue proprie esperienze, tra la mente e le sue idee, tra il suo cuore e i suoi sentimenti, tra il suo corpo e lo spazio in cui esso opera e si muove. L’uomo del Sud non ha il senso della realtà; è esso stesso realtà.
Testa è la Sicilia, è Palermo, è questa città tra le città italiane la più esposta alla corruzione, allo sfruttamento monopolistico, alla oppressione di vecchi miti e credenze. Testa è la sua in fanzia difficile, è la sua educazione sbagliata, è le sue sofferenze inutili, è i suoi amori mai risolti, è la sua vita fallita. Testa è ciò che è costretto ad essere e dunque ciò nei cui confronti è sì terribilmente complice ma anche profonda mente estraneo. L’incapacità di prendere spazio e distanza rispetto a se stesso, al contesto delle sue esperienze e del suo essere lo induce ad una soluzione estrema. La realtà che è, come fosse una palla di vetro, se la lascia scivolare di mano o se volete la scaraventa a terra dove urtando, e senza fare nemmeno tanto rumore, si disintegra e frantuma. E ciò fa non per rabbia, non per odio (a meno che per esso non si voglia intendere un fuoco interno, un’alta tensione intel lettuale che in Testa è sempre smodatamente presente) né per prender coscienza (come si usa dire) ma perché è il solo modo di dare un senso a quello che è, a inventarlo a una diversa ma niera di essere reale, ad una diversa misura di realtà, situantesi al di là degli schemi interpre tativi (dunque riduttivi) di un qualsiasi approach ideologico, in uno spazio perfettamente utopistico dove possa costruirsi come assoluta libertà, come insofferenza, come impazienza, come immagina zione.
Alla base di questa operazione del Testa vi è una interessante scelta linguistica. Il linguag gio di Cinque non riferisce né rende conto ma accade e come tutto ciò che accade non finisce mai di accadere e cioè si costituisce, dissolve e rigenera continuamente, dando avvio a un proces so che non si consuma nei limiti dello spazio della pagina ma continua a vivere fuori nella mente (nell’attenzione) del lettore. Peraltro dire che il linguaggio di Testa è un accadimento non significa dire che è un evento miracolistico, un gesto provvidenziale che suscita e distrugge, giac ché esso avviene e si compie per intero dentro una realtà ben determinata cioè presentantesi (come si è già visto) con connotati sociali, geo grafici e di costume ben netti e riconoscibili. Di cendo che il linguaggio di Cinque accade nella realtà, che cosa si intende dire? Si vuole dire che non serve a descriverla, a registrarla, a pen sarla, a discuterla in vista di un proposito di approfondimento e di conoscenza; ma serve a rein ventarla a se stessa, a rieducarla all’uso della immaginazione, a reinsegnarle la disponibilità al non senso. Il linguaggio si pone così come un atto rivoluzionario la cui azione sulla realtà con siste nel farla esplodere e mandarla in mille pezzi e frantumi. Di qui l’insofferenza e la furia del lettore di fronte al libro di Testa, che è una raccolta di una infinità di cocci piccoli e grossi la cui importanza e significato è precedente al loro attuale stato di cocci e si situa in quell’atto di deflagrazione da cui hanno tratto origine.
Paradossalmente si può dire che l’interesse dei romanzi di Testa è tutto prima di essere pratica- mente scritti, per poi venire meno proprio nel momento in cui sono scritti. Di qui quel suo es sere poligrafo che è l’unico modo di continua- mente riconquistarsi al momento precedente alla scrittura, momento che evidentemente non può es sere valorizzato che attraverso il reiterarsi della scrittura, cioè non tenendo alcun atto di scrittura per sé compiuto e finale. Con ciò insieme al poligrafismo si spiega anche il suo contrario cioè la decisione cui Testa sarebbe giunto (decisione naturalmente simbolica il cui senso cioè è altrove rispetto a quello denunciato) di non scrivere più e solo, da ora in poi, di dedicarsi a parlare. E di qui anche l’estrema durezza di Cinque, che contiene molto di più della sua capacità di capienza, la sensazione che sfoltito guadagnereb be, ciò che non è vero come non è vero che un cucchiaio di zucchero è più dolce di una punta di zucchero.
Certamente Cinque è traboccante fino a spa zientirti con quel suo imperterrito rovesciarti ad dosso schegge su schegge senza che tu riesca a introdurvi un po’ d’ordine, anzi tutte le volte che ci provi (e la tentazione a provarci, nonostante che tu sappia benissimo che si tratta di una operazione arbitraria, è invincibile) il fallimento è sempre più amaro. Ti capita come di fronte a un vaso che cadendo si è rotto: le schegge volano lontano e si disperdono; ogni sforzo di reperimento è frustrato: un frammento magari lo trovi l’indomani nel posto più impensato, ma gari nel piatto di minestra che stai mangiando, o dieci giorni dopo nel taschino della giacca dove conservi l’orologio. Le schegge camminano, acqui stano una vita propria, non hanno più nulla a che fare col contesto da cui provengono e mar ciano verso avventure altre e diverse. Così si può dire che Testa, con Cinque, ha approntato un meccanismo di rigenerazione del reale, una specie di enorme macina capace di tutto inghiot tire. che ruota ininterrottamente, con passo esa geratamente lento, impegnandoti ad una pazienza di attenzione di cui non sempre sei a livello. Vi ricordate le lavatrici elettriche di un tempo? Così poco pratiche, così ingombranti che dopo qualche giorno le mettevi da parte, come spesso succede con le cose il cui uso costa fatica. Ecco, il mec canismo messo a punto da Testa ha queste stesse caratteristiche di scarsa manegevolezza e quasi di impraticabilità, con questa differenza, tutta via, che ogni sforzo di perfezionamento e di am modernamento del meccanismo non può portare che a un ulteriore aggravamento delle sue difficol tà di uso.
Dunque l’illeggibilità del romanzo di Testa funziona come prova a favore della giustezza so stanziale della direzione in cui è costruito, con trassegnata dall’approdo verso una particolare forma di realismo le cui caratteristiche non sono più l’obiettività, la compiutezza logica, la linea rità, l’armonia formale, ma la libertà dei mecca nismi formativi, la struttura negativa (cioè il sottrarsi ad ogni criterio di sviluppo ordinato), il valore di protesta (cioè la pratica del non risultato). Cinque è un’operazione costruita perchè 1 conti non tornino, e rinviino continuamente a un riporto che peraltro mai si precisa, e sempre si sposta, rendendoti impossibile la presa. Certo che, per un libro di questo genere, si può pure avanzare l’ipotesi che si ponga fuori della lette ratura: tuttavia, se ciò è vero, lo è nel più am pio contesto in cui è la letteratura che tende, e non da oggi, a uscire dal libro, e intravvede la propria sopravvivenza nella possibilità di abban donare le forme più consuete in cui fin qui si è presentata (articolata) l’espressione letteraria.