[dal “Corriere della Sera”, giovedì 13 febbraio 1969]
In un racconto di Hawthorne che anticipa di un secolo e si lascia addietro quanto di meglio Pirandello riuscì ad escogitare, un per sonaggio, Wakefield, marito esemplare di una donna che non gli ha dato il con forto o lo sconforto di qual che figlio, scompare im provvisamente. Poche e inutili sono le ricerche. Wa kefield però non è lontano.
Ha affittato una camera proprio dirimpetto alla sua precedente abitazione e di lì per ben vent’anni studia ogni gesto della consorte e i diversi stadi e sviluppi ‘com portamentali’ della di lei vedovanza. Fino a che non si decide a fare ritorno. Bussa all’uscio, lei gli apre, gli dice tranquillamente: « Sei qui? » e senza ulteriori spiegazioni la loro vita riprende tranquillamente. I motivi della strana assenza di Wakefield non sono spie gati. E questo è il terno al lotto di Hawthorne.
Invece nell’ultimo libro di Giuliano Gramigna, Marcel ritrovato (ed. Rizzoli, pp. 256. lire 2200), il personag gio che porta il proustiano nome di Marcel, marito di una Roberta precedente mente amata da Bruno (personaggio che dice « io » ma spesso diventa « lui » e si identifica persino con l’au tore del libro) dopo alcuni anni di felice matrimonio scompare col pretesto di un viaggio d’affari. Quel che si sa è che prima della spa rizione alloggiava al « Geor ges V » di Parigi. A questo punto il personaggio Bruno, dopo un breve colloquio con Roberta, felicemente o in felicemente ritrovata, parte per Parigi e inizia o meg lio si illude di iniziare le sue ricerche.
Quasi inutile rilevare che nel libro, almeno come da to iniziale, Marcel è l’uomo riuscito, l’eroe positivo che dice di sì alla vita ed eccel le in tutto, negli affari e nell’amore; mentre Bruno, intellettuale fallito, autore di un romanzo che nessu no conosce e impiegato in una ditta di pubblicità, amante di una ragazza d’affitto, se non proprio «squil lo », è esattamente il suo ro vescio. Ma, come era preve dibile, il rovescio si trasfor ma, quasi col metodo seria le, nel suo retrogrado. Quel che viene fuori è che Mar cello si è dato alla débauché, frequenta omosessuali e non se la sente di tornare a quel la vita borghese in cui era stato un trionfatore, invi diato da tutti e più che mai da Bruno. Queste le motiva zioni, che forse era meglio nascondere al lettore. Ora Bruno dovrà convincere il riluttante Marcel a fare ri torno a Milano; e infatti ci riesce, ma non se la sente di assistere alla tragica ed anche comica rentrée. Sce glie un compromesso: im barca Marcel in treno, gli paga il biglietto, gli presta dei soldi ma non lo accom pagna nel viaggio. Il risul tato è che Marcel prima di giungere al confine italiano rscende dal treno e si rende ormai definitivamente irre peribile.
Ed ora che cosa avrebbe fatto il romanziere Bruno Gramigna se avesse avuto la tempra, per esempio, di un Charles Morgan? La so luzione non poteva essere che una: Bruno avrebbe congedato la squillo e si sa rebbe unito più o meno le galmente con la ritrovata Roberta anche se questa attende un figlio. Dopo tut to esiste l’istituto della mor te presunta, seppure a scoppio molto ritardato. Ma in vece non accade nulla. La madre di Roberta e tutta la Milano « bene » insorge contro il povero Bruno, fal lito anche come esploratore e pescatore di anime perdu te: ma costui per fortuna, è talmente occupato dai suoi monologhi interiori e dai suoi colloqui con un padre riscoperto e riamato post mortem che può fare a me no dell’approvazione del suo entourage. Tutto torna co me prima, non sapremo mai se Roberta vorrà o potrà consolarsi. Non sappiamo nemmeno se a lei farebbe piacere un secondo matrimonio dopo il fallimento del primo.
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Trascurando una interes sante figura, quella dell’abbé Casanova, anch’egli scom parso per morte naturale, ho riassunto sommariamen te il canovaccio di un libro che contiene l’ipotesi di un romanzo ma non vuole es sere un romanzo e forse neppure un antiromanzo. Se dovessimo leggerlo secon do l’ottica tradizionale, più o meno naturalistica, è cer to che un solo personaggio, quello di Roberta (che oc cupa circa due pagine del volume) è la sola persona che qui appare veramente e totalmente credibile. Senonché il romanzo in quanto tale, qui bisogna discerparlo da una fitta vegetazione di commenti, chiose, postil le, talvolta in epigrafe, più spesso a piè di pagina. In tale sottobosco di schede psicologiche religiose e spes so addirittura cliniche l’autore, indicato come a., non solo si dissocia da quanto sta raccontando ma chiede di essere accettato come la figura-chiave del l’intera narrazione. E’ chia ro allora che l’interesse si sposta non tanto sul rap porto a.-Bruno quanto su quello Gramigna-a., col ri sultato largamente prevedi bile e previsto anche dal l’autore che il libro va ricer cato dove con un po’ di pa zienza si riesce a trovarlo, cioè fuori del libro, attorno al libro ed anche nel libro stesso, nei larghi spazi in cui l’osmosi tra a. e Bruno fa le sue prove migliori. Qui il ve ro autore, ossia lo stesso Gramigna, riesce veramen te a sconfiggere non solo il suo Bruno e il suo Marcel ma anche il suo intruso e intrudente a.. Alludo alle molte pagine in cui rivive il milanese corso Garibaldi che sembra essere l’epicen tro sentimentale dello scrit tore; e a quelle su Parigi, una città particolarmente cara a un devoto di Proust quale Gramigna si rivela quasi ad ogni pagina.
Giuliano Gramigna, è tempo di dirlo a chi ancora non lo conosce, ha una for mazione letteraria straordi nariamente ricca e com plessa ed è dotato di uno spirito critico invidiabile. E’ dunque naturale che il suo libro (il suo terzo roman zo se non erro) sia un’ope ra mistilingue dove accan to alla lingua dotta si af faccia il meneghino, il neo logismo di origine monda no-culturale e innumerevoli citazioni di autori non fa cilmente identificabili. Non è la lingua d’uso la sua, ma la lingua pensata da un uomo colto, afflitto da una nevrosi che lo aiuta (e lo impedisce) a/di vivere. Può esistere una lingua, pensata ma non ancora al livello del linguaggio? I lin guisti lo negano con buone ragioni ma è evidente che il pensiero contiene lin guaggi ancora informulati eppure esistenti (le parole, i nomi che giungono sulla « punta della lingua » e poi tornano indietro). Tra il pensato e il parlato poi non c’è un automatico rapporto di causa a effetto. Può es servi uno stadio di semilinguaggio in cui cultura e istinto, idioletto e lingua standard appresa a scuola e dai libri si confondano in modo indistinguibile. Queste sono le ragioni che sconsigliano la lettura matter of fact di un libro certamente non facile ad affrontarsi perché l’autore fa ogni sfor zo per mescolare le sue car te. E perché, si dirà, fa tanti sforzi?
La risposta non è facile. Giuliano Gramigna non de v’essere molto lontano dai cinquant’anni. Troppo gio vane per essere vecchio, troppo anziano per trovarsi a suo agio tra i giovani pro vocatori di una nuova let teratura che vorrebbe sorgere in fretta, come il tem po esige, e si rivela invece lentissima. Il suo handicap è dunque di natura ana grafica. Può darsi ch’egli si avveda di questa sfasatura; ma avrebbe torto se considerasse insormontabi le lo svantaggio. Aver por tato a termine un libro che si fa leggere, sia pure con qualche fatica, e si fa persino ammirare in tante par ti non è impresa di poco conto. Che il pregiudizio antinaturalistico gli sia, insieme, remora ed eccitante è osservazione scontata, ed egli non si stanca d’informarcene. Sicché non ci resta che leggere il suo terzo libro (anche umanamente così ricco) ed attendere con fiducia il quarto, se verrà (e non importa se sia previsto presto o tardi). Una figura come quella della sua Rober ta, appena intravista eppure così viva e vera tra tan ta gente che nuota nella sua naturale falsità come i pesci nell’acqua non si dimentica facilmente. Magari ce ne fossero molte. Ma questa doveva scegliere tra un uomo mediocre e un pazzo, e naturalmente ha scelto il pazzo. Se il terzo non era dato, forse ha scelto la via migliore: in ogni caso quella che poteva portare a un taglio netto.
Eugenio Montale