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LETTERATURA: I MAESTRI: Una lolita casalinga

12 Agosto 2014

di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

Vorrei proprio cominciare col disobbedire alla racco ­mandazione di Moravia, e giudicare il suo nuovo romanzo, La noia (ed. Bompiani) non dal punto di vista delle idee, ma del risultato tecnico, della struttura del libro. È per questo che io al suo posto avrei intitolato il libro Cecilia, che è il nome del personaggio meglio riuscito, più vivo, diciamo la parola più autentico.

Ma non avendolo fatto vuol dire che Moravia ha seguito l’altra strada, la strada della definizione delle passioni, su cui del resto si è messo appena ha cominciato a scrivere. Che cosa sono infatti Gli indifferenti, se non un tentativo di studiare e classificare un sentimento umano, una pas ­sione negativa? Con questo metro potremmo addirittura fare la storia della sua opera, distinguendo i romanzi di pura invenzione dagli altri che poggiano la loro forza su una interpretazione programmatica. Il futuro dirà quale dei due Moravia è il più robusto, quello meglio armato per vincere la guerra degli anni e dell’oblio ma fin d’ora –e questo lo scrittore non ce lo può impedire â— come lettori siamo in grado di operare la nostra scelta, fissando i punti attivi e quelli negativi, le simpatie e i gusti.

Il nuovo romanzo segue una doppia linea, cercando di intrecciare la favola che è molto semplice, quasi spenta (un po’ come le favole della maggior parte degli uomini d’oggi) e la definizione della noia. Che cos’è la noia? Se il lettore, alla fine del libro, cerca di dare una risposta, basandosi sugli esempi, sulle prove fornitegli da Moravia, non può fare a meno di dichiararsi imbarazzato. La colpa non è sua, ma dello scrittore, il quale ha sì provato in diversi – forse troppi â— sensi la sua indagine, ma alla fine non ha saputo trovare una conclusione soddisfacente nel darci una interpretazione unica, piena.

Eppure per spiegare questo sentimento paralizzante Mo ­ravia è partito da lontano, ha preso il suo uomo, signore, ricco, figlio di famiglia fin dagli anni della scuola e ce lo ha fatto vedere soffocato sempre dalle cose e dal mondo che lo circondava. Persino il tempo in cui il ragazzo ha cominciato ad assaporare il veleno della noia era fatto per convincerlo della impossibilità di trovare una evasione du ­ratura. Il tempo del fascismo doveva aiutare Moravia alla definizione del quadro. E in parte certe cadenze, certe con ­vergenze di allora gli sono state di grande aiuto. Natural ­mente dovendo partire dall’infanzia, secondo il buon me ­todo naturalista, Moravia aveva l’obbligo di darci i ritratti dei genitori. La famiglia di Dino è una famiglia partico ­lare, non però tanto rara da sembrare un’eccezione nella classe borghese. Il padre è un personaggio e per forza di cose, sfumato, senza importanza, se non per i riflessi inevitabili che apre sul carattere di Dino, invece la grande creatura è la madre. Una donna forte che ha saputo rifarsi una vita negli affari, contro l’inerzia e il desiderio di eva ­sione del marito. Anche la madre è una chiave – – forse la più sicura â— per spiegare la costante caduta di tono del figlio, la noia che determina contro di lei prima il risenti ­mento e poi il distacco. Perché Dino fa il pittore? Non certo per vocazione, lo fa per tentare di vincere il suo dolo ­roso stato d’inerzia, ma anche questo è un mezzo passeg ­gero : infatti quando vediamo per la prima volta Dino, lo troviamo nel suo studio di via Margutta nell’atto di distruggere un quadro. È ancora una vittoria della noia, o, se si preferisce, una delle tante vittorie delle cose sulla sua vita ulteriore.

Quando tutto fallisce, quando un uomo non deve gua ­dagnarsi la vita ma, bene o male, ha sempre una cosa a portata di mano, una rendita che la madre gli passa che cosa gli resta per, vincere il sentimento di distruzione che lo tiene in angoscia? Bene, la soluzione più facile e banale è quella della donna. Moravia è molto abile nello svolgere la sua storia: per esempio, non fa incontrare direttamente Cecilia col suo personaggio malato, ma la fa entrare in scena per una strada secondaria, attraverso lo studio di un vecchio pittore erotomane, quindi con un carico di espe ­rienze da verificare e da provare in seguito.

Si è detto che Cecilia è il personaggio positivo del ro ­manzo, e infatti contro l’indecisione e la miseria intellet ­tuale del pittore essa porta alla storia una carica di vitalità. Con un po’ più di coraggio, Moravia avrebbe potuto farne una specie di Mouchette, una ragazza del diavolo, un misto di bene e di male, secondo la stupefacente visione di Bernanos. Qui invece si rimane in terra: anzi a Roma nella piccola borghesia dei Prati, con una famiglia già toccata e incrinata dalla sorte: un padre malato di cancro, una madre un po’ troppo generosa verso gli amici della figlia. Cecilia è giovanissima, ma non acerba come Lolita â— che rimane il richiamo più spontaneo â—: una Lolita casalinga, nonostante la sua dannata furbizia e la sapienza con cui conduce il suo giuoco di interessi.

Che cosa nasce dall’amore fra Dino e Cecilia? Nulla, come era previsto: tutt’al più un’esasperante riprova della noia. Dino prima si tuffa nell’amore fisico (nel libro la malattia del primo amante della ragazza sembra la malattia del sole: l’amore è tentato e rappresentato sotto tutte le forme, in ogni occasione, ma meccanicamente, al punto che il più delle volte il lettore indovina facilmente dove vada a finire la musica, restando disturbato dal gioco mec ­canico, dalla parte eccessiva e paradossale delle situazioni stabilite a priori), poi nella gelosia, con tutte le conseguenze del caso e, giù, giù, fino al tentativo melodram ­matico di suicidio che non aggiunge nulla alla virtù della storia di Dino.

Se Dino è un povero diavolo, una vittima delle cose, Cecilia ha una sua autonomia: nella sua corsa all’amore, alla prostituzione larvata, all’inganno conserva un modo di freschezza e di libertà, così come è possibile sperare dall’ingranaggio di quelle vite, senz’altra speranza senz’altro oggetto che la conquista del momento.

A nostro avviso la definizione della noia rallenta e pa ­ralizza la libera soluzione del libro. Se Moravia avesse soltanto raccontato la storia di quella unione libera, forse gli sarebbe stato più facile anche portare il lettore a sen ­tire meglio e non dal di fuori la categoria della noia, una noia I960 – secondo gli ultimi accorgimenti della moda ma in fondo non troppo dissimile dal sentimento che ha messo in moto l’immaginazione degli scrittori romantici, naturalisti, esistenzialisti. Con un minor carico d’intenzio ­ne, soprattutto senza l’evidente scopo di far coincidere saggio e romanzo, Moravia avrebbe potuto darci il ritratto pieno di Cecilia, vincendo finalmente la scommessa più ardua per il romanziere d’oggi: creare il personaggio.

E la noia? Avrei al riguardo qualche obbiezione da fare: e con me, penso, ogni lettore che porti nella lettura lo spi ­rito del dialogo e non sia soltanto un succube. La noia studiata da Moravia è un sentimento dimezzato, è la noia di un « tipo » del nostro tempo, non davvero la categoria della disperazione che fra l’altro gli avrebbe consentito una maggiore profondità, una interpretazione più completa del nostro tempo.

6 dicembre 1960


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Bart