di Eugenio Montale
[dal “Corriere della Sera”, domenica 9 marzo 1969]
Leggo che un giovane prete, non so se olandese o fiammingo, è stato autorizzato dal suo vescovo a fidanzarsi a titolo sperimentale. L’esperi mento durerà sei mesi: du rante i quali i due promessi sposi saranno tenuti sotto osservazione da un gruppo di teologi, psicologi e behaviouristi di vario stampo. Penso che il buco della serratura sarà il principale mezzo di controllo. Qualcosa di simile si era già visto nelle vecchie pochades; ma l’osservatore di singoli fatti (post-matrimonia li) era un solo uomo previsto dalla legge. Ignoro se oggi un personaggio di questo tipo sia ammesso dal nostro codice. Il lato curioso del fatterello ri ferito dai giornali è che il controllore sia multiplo. Avre mo forse un verbale di mag gioranza e uno di minoranza. Non si riesce a comprendere come e perché la vita degli ecclesiastici dia luogo a fatti che nemmeno la fervida fan tasia di Georges Feydeau po teva escogitare. Da anni non era un mistero per nessuno che molti preti avrebbero vo luto prender moglie. Era pos sibile a una Chiesa che non usa più l’arma della scomu nica e respinge persino la pa rola « eresia », era possibile a un’Ecclesia apparentemente immobile ma in realtà capace di infinite trasformazioni, di prender atto del fuoco che covava sotto la cenere? Cer to sarà un peccato veder spa rire dal mondo della comme dia dell’arte la tradizionale figura della Perpetua. Ma non credo che le preoccupazioni del Magistero siano di que st’ordine. Tanto più che nes sun vincolo coniugale caccerà mai dal nido infinite perpetue. In ogni modo è questione di anni, mi dice monsignor Zeta. E la Chiesa non pensa per anni, ma per secoli. Quale imprudenza ai tempi che cor rono!
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I musicisti che devono ap poggiarsi alla parola si servono quasi sempre di parole brutte. Ci sono eccezioni, che ricorderò, ma quando si ascol ta il Pierrot lunaire e lo stesso Pelléas si resta sorpresi con statando che uomini come Schoenberg e Debussy non abbiano sdegnato di mettere in musica simile paccottiglia verbale. Le eccezioni sono po che: alcune risalgono alle ori gini del melodramma, altre si osservano nel campo liederistico (Heine ha avuto buona fortuna). A parte restano i casi di Mozart e di Wagner. A Mozart servono particolari schemi ritmici e le sue opere restano in piedi anche se tra dotte da un abile uomo del mestiere. Wagner si è scritto da sé i suoi testi; non era probabilmente un grande poe ta (in versi) ma la sua at tenzione alla parola giustifi ca il fanatismo di quelli che vorrebbero ascoltarlo sempre « nell’originale ». Anch’io pre ferisco ascoltare Mussorgski in russo sebbene sia ignaro di quella lingua. Mi sono così risparmiate le orrende parole della versione. Non so che cosa accada sentendo il Wozzeck in lingua italiana. Pro babilmente non accade quasi nulla perché in lui il suono (verbale) è secondario. Nel melodramma verdiano, e so prattutto nel post-verdiano, la parola è un fil di ferro che de ve piegarsi alle necessità voca li anche se il significato fa a pugni con la musica. Quasi mai si comprende come il si bemolle o il do del tenore che dovrebbero corrispondere a uno stato d’animo partico lare siano collocati nelle frasi più insignificanti. Dell’incon gruenza si accorse Pizzetti, spesso autolibrettista, ma la sua continenza trasformò il canto in un perpetuo recita tivo e il rimedio si rivelò peggiore del male. Oggi i pa rolieri tipo Sanremo mettono insieme poche dozzine di pa role che sono sempre le stesse e non richiedono di essere poste in un qualsiasi contesto. Poiché nel campo dell’opera in musica si parla ad ogni secolo di riforma, anche que sta dei parolieri è una rifor ma bell’e buona, ma attuata al più basso dei livelli. Non si potrà scendere più in giù.
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Roberto Bazlen di cui le edizioni Adelphi pubblicano le Lettere editoriali (140 pa gine in tutto, scritte tra il ’51 e il ’62) è passato nella vita di chi l’ha conosciuto â— nel mio caso per un trentennio â— come un uomo ch’era sempre al di fuori e al di là di tutto; senza per questo cessar di es ser profondamente dentro al fenomeno della vita. La lette ratura, e particolarmente quel la mitteleuropea di cui era impregnatissimo, fu il suo campo di esperienza, ma es sa non era che una finestra aperta sul fenomeno antropo logico della vita. Perciò è molto difficile dire a chi non l’ha conosciuto che genere d’uomo egli fosse. Si può pro cedere per esclusioni. Non avrebbe amato definizioni co me uomo di lettere, scrittore, intellettuale o altre consimili; diffidente com’era di ogni mi sticismo riderebbe se lo defi nissi come un mistico dell’anonimato. E’ certo ch’egli passò nella vita col desiderio di non lasciar tracce tangibili del suo transito. E’ anche vero che non distrusse pagine di diario, poesie, scritte in tedesco, un abbozzo di romanzo; ma non c’è prova ch’egli intendesse pubblicare nulla. E poi che senso ha parlare di transito per un uo mo che non ha mai creduto nell’esistenza della morte? Se si potesse attribuire a Bobi una filosofia (disciplina da lui detestata) diremmo che il punto fermo dei suoi ultimi anni era questo: non c’è la morte e non c’è neppure la vita intesa come qualcosa di psichicamente distruggibile.
Largamente aperto ad ogni idea nuova, passato indenne attraverso infiniti ismi, Bobi era prontissimo a svincolarsi ogni volta che qualche sua opinione fosse accettata dagli altri, trasformandosi in un cliché. Non per questo egli si contraddiceva; semplice mente passava oltre, lascian do interdetti i suoi innume revoli amici e discepoli. Cer cava l’uomo nello scrittore; e nell’uomo la decenza intesa come un fatto di stile. Infalli bile quando avvertiva in un libro qualche cosa di vellei tario e di falso era indiffe rente di fronte alle opere compiute, levigate, perfette. La letteratura italiana lo in teressava poco o punto. Quan do lo conobbi pretendeva addirittura che la nostra lingua, priva di Stimmung e di inti mità, non potesse produrre nulla di buono. Io ero seria mente imbarazzato trovando mi tra le mani uno strumento inservibile. Poi ho alquanto modificato quella mia impres sione. In ogni modo Bobi, povero in canna e senza alcun desiderio di far quattrini, vis se abbastanza bene in Italia: come possono viverci gli stra nieri, che ne vedono i vantag gi senza essere personalmente toccati dagli orrori nei quali sono immersi gli italiani tota li, anagrafici, prendibili, fiscalizzabili, classificabili.
Il libretto ch’egli ci lascia (pubblicato da alcuni amici) è forse il miglior esempio di critica quasi letteraria che sia mai apparso da noi. E’ però largamente inimitabile. Ai cri tici professionali non si può chiedere di vivere une saison, anzi molte saisons en enfer.
LA COMMEDIA
Si discute sulla commedia:
se dev’essere un atto unico o in tre o in cinque
come il genere classico;
se a lieto fine o tragico; se sia
latitante l’autore o reperibile
o se un’equipe lo abbia destituito;
se il pubblico pagante e gli abusivi.
onorevoli o altro
non stronchino i soppalchi dell’anfiteatro;
se sulla vasta udienza calerà
un sonno eterno o temporaneo; se
la pièce debba esaurire tutti i significati
o nessuno;
si arguisce che gli attori non [siano necessari
e tanto meno il pubblico; si farfuglia dai perfidi
che la stessa commedia sia già stata
un bel fiasco e ora manchino i sussidi
per ulteriori repliche; si opina
che il sipario da tempo è già calato senza
che se ne sappia nulla; che il copione
è di un analfabeta ed il sovrintendente
non è iscritto al partito. Così si resta in coda
al botteghino delle prenotazioni
in attesa che lo aprano. O vi appaia
il cartello ESAURITO.