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LETTERATURA: I miei genitori

12 Agosto 2023

di Bartolomeo Di Monaco

Credo che, quando si è giunti ad una certa età avanzata, come la mia (81 anni e mezzo), se la mente va di frequente ai ricordi dell’infanzia, ciò non sia un bel segno. Significa, secondo me, che stiamo facendo i conti con la nostra esistenza, che sta per giungere alla fine.
L’altro giorno ho pubblicato su Facebook le pagelle del mio ciclo di studi: licenza elementare, diploma di computista commerciale e diploma di ragioniere. Quelle pagelle testimoniano che fui un bravo studente.
Così mi sono tornati alla mente i miei genitori, e soprattutto mia madre che, lavorando mio padre come guardia carceraria, andava lei a parlare con i professori per conoscere il mio andamento scolastico.
Ogni volta tornava a casa contenta per gli elogi che aveva sentito pronunciare sul mio conto, sia dai professori, sia dagli altri familiari coi quali attendeva il suo turno per entrare a parlare con l’insegnante. Taluni genitori le dicevano che il loro figlio parlava di me, esaltandone le doti e la reputavano fortunata. Ovviamente mia madre s‘inorgogliva e quando mi riferiva la circostanza sorrideva soddisfatta. Un professore le aveva detto addirittura che io cominciavo a rispondere all’interrogazione prima che essa fosse interamente formulata. Lo stesso mio fratello Mario, 4 anni più giovane di me, e che ha fatto lo stesso percorso di studi, bravo pure lui, mi diceva che gli insegnanti gli domandavano la prima volta se aveva a che fare con me: È mio fratello, rispondeva, confessandomi con il suo sorriso che era un po’ seccato da questo andazzo.
I miei genitori erano di estrazione modesta. Mio padre, Raffaele, era nato nel 1901 e mia madre, Teresa, nel 1913.

Mio padre

Mia madre


Erano, le loro, famiglie contadine del Sud (San Prisco in provincia di Caserta) e non avevano potuto frequentare gli studi che desideravano. Mio madre aveva fatto la quinta elementare e poi, fino al momento di sposarsi, aveva fatto la sarta in paese. Sposata, ci cuciva lei i vestiti, andando a comprare la stoffa da un grossista di cui non ricordo il nome, ma che aveva bottega in via Fillungo, dopo l’incrocio con via Mordini, oggi via Nuova. Quando gli abiti erano un po’ consunti, soprattutto i colletti delle camicie, delle giacche e dei cappotti, li rovesciava. Si serviva della macchina da cucire Singer.
Mio padre aveva fatto appena la seconda elementare e subito si era dovuto impegnare nei campi. Poi si era arruolato prima nella Guardia di Finanza, e infine nella Polizia Carceraria.
Immagino che desiderassero tanto avere dei figli istruiti e che potessero condurre un livello di vita migliore. Fecero tanti sacrifici. Giuseppe, il maggiore, intelligente forse più di tutti noi, morto nel 2021, non volle studiare e andò a lavorare prima come meccanico, e poi come operaio in una fabbrica di elettrodomestici. Giunto ai 18 anni, si arruolò nell’Arma dei Carabinieri, che io stimo molto, al contrario di altri, che ci hanno ricamato sopra delle barzellette. Mario ed io compimmo gli studi di ragioneria e trovammo lavoro, io subito in banca, mio fratello prima in un’azienda privata e infine in Banca d’Italia, dove divenne funzionario e facente parte per un po’ di tempo del gruppo ispettivo che girava l’Italia per verificare lo stato di salute del sistema creditizio.

Ai miei genitori dedicai queste 2 poesie subito dopo la loro morte. Mio padre morì l’8 novembre 1989 e mia madre il 27 maggio del 2006.

TE NE ANDASTI, PADRE

Te ne andasti, padre
l’otto novembre,
chiudendo gli occhi,
a noi parve per un riposo
dopo un faticoso mattino
di febbre,
e fu nostra madre,
toccandoti,
che scoprì il gelo
della morte
e pianse
non avendo potuto darti
il saluto.
Non piansi io,
e quando la bara
entrò nella tomba
e fu alzato il muro tra noi
il dolore rimase nel petto
e sembrò misurato, sereno.
Ma oggi il pensiero
sempre più spesso ti cerca,
padre
ed ora so del sangue che ci lega;
rammento l’orgoglio
che avevi di noi
e sento la tua vita
che scorre nella mia.
Dove sei, padre?
Qual è il punto
lassù nel cielo
dove devo fissare lo sguardo
per incontrarti?
Vorrei accarezzarti,
sentire il tuo corpo stanco
tra le mie braccia;
il tuo viso,
la barba rada
sulle mie mani,
e questo,
questo padre mi manca.

2 dicembre 1989

LA TUA SOFFERENZA, MADRE

La tua sofferenza,
madre,
è finita
e ora dormi
finalmente in pace.
Dal tuo volto
quieto
come non era mai stato
sento che sei
felice.
Non avresti mai voluto
lasciarci,
ma ti ha vinto il dolore.
Quando morirò,
ci dicevi,
sappiate che sarò contenta,
prego il Signore perché la morte
arrivi presto.
Lo pregavi ogni giorno,
e babbo ti ha lasciato con noi
finché ha potuto,
poi è corso da Lui,
dal Signore della vita,
e ti ha chiamato a sé.
Non abbiamo più nessuno,
ora,
se non i nostri figli;
e da alberi
siamo diventati foglie,
non abbiamo più radici.

27 maggio 2006


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