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LETTERATURA; La mia lettura delle “Metamorfosi” di Ovidio

1 Agosto 2023

di Bartolomeo Di Monaco

Grazie alla traduzione in prosa delle “Metamorfosi” di Ovidio da parte di Giovanna Faranda Villa per conto delle edizioni BUR, ho potuto comporre il mio libro: “Le Metamorfosi di Ovidio. La mia lettura”.
Confesso di essermi compiaciuto di averlo scritto (è in vendita su Amazon). Il lettore ne sarà soddisfatto, anche se ho dovuto scegliere le metamorfosi che mi paiono le migliori tra le 246 che si dice compongano l’opera immortale.
Riporto alcuni stralci.

Le lodi a se stesso di Ulisse nella contesa con Aiace per avere le armi di Achille

[Ulisse] Fa il nome di altri valorosi che meriterebbero quanto Aiace le armi di Achille e proclama la superiorità dell’intelligenza sulla forza bruta: “Tutti costoro hanno una grande forza fisica e non ti sono secondi in battaglia, eppure si sono ritirati davanti alla mia saggezza. Tu hai una destra che rende molto in guerra, ma una testa che ha bisogno di essere guidata da me. Tu prodighi forza senza saperla amministrare con l’intelligenza, mentre io ho una mente lungimirante. Tu sai combattere, ma il tempo in cui bisogna farlo lo scegliamo io e l’Atride [figli di Atreo erano Menelao e Agamennone]. Tu servi solo col corpo, io con la mente: quanto il capitano della nave è più importante del rematore, quanto il generale è superiore al soldato, di tanto io sono superiore a te. In me la forza spirituale supera quella del braccio, anzi proprio nello spirito sta tutta la mia forza.”.

Il pensiero di Pitagora sul cibarsi di carne

Pitagora invita gli uomini a non uccidere gli animali per cibarsi di carne, visto che la natura offre tanti altri prodotti, come frutti, erbe, miele, latte ed altro. Solo le belve si nutrono di carne! Vale la pena riportare una parte del discorso che rivolge agli uomini: “La terra nella sua generosità vi propone in abbondanza blandi cibi e vi offre banchetti senza stragi e sangue. Sono le bestie a soddisfare la loro fame con la carne, e nemmeno tutte! I cavalli, le pecore e i bovini vivono d’erba. Invece quelle che hanno una natura indomabile e feroce: le tigri d’Armenia, i rabbiosi leoni, i lupi e gli orsi, pretendono cibo sanguinolento. Che enorme delitto è ingurgitare le viscere altrui nelle proprie, far ingrassare il proprio corpo ingordo a spese di altri corpi, e vivere, noi animali, della morte di altri animali! Ti pare possibile che fra tanto ben di dio che produce la terra, ottima fra le madri, a te non piaccia masticare altro coi tuoi denti crudeli che carne ferita, riportando in voga le abitudini dei Ciclopi? E non riuscirai a placare le brame del tuo ventre vorace e male abituato se non uccidendo un altro? Eppure quella antica età, cui abbiamo dato il nome di ‘aurea’, fu felice perché gli uomini vivevano dei frutti degli alberi e delle erbe prodotte dalla terra, e le bocche non erano contaminate dal sangue! Allora gli uccelli potevano volare tranquilli nell’aria e le lepri errare nei campi senza paura e i pesci non rischiavano, per la loro ingenuità, di finire a penzolare da un amo. Non c’erano insidie, non c’era timore di frodi, la pace regnava dappertutto.”.

Ovidio riporta anche le parole con cui Pitagora mette sotto accusa l’abitudine di fare sacrifici di animali agli dei: “E non basta a gente del genere commettere un tale delitto, ma ne ascrivono la responsabilità agli dei, ritenendo che la suprema divinità goda della strage dei laboriosi giovenchi! Una vittima senza macchia, dal bellissimo aspetto (questo le è stato fatale!), ornata d’oro e cinta di bende, viene collocata davanti all’altare, ode preghiere di cui non capisce il senso, vede che le pongono tra le corna quelle messi che sono cresciute grazie alla sua fatica e infine viene colpita e arrossa di sangue il coltello che forse aveva intravisto poco prima, riflesso nell’acqua limpida.”. Più avanti si leggerà: “Che tremende abitudini contrae e come si prepara a versare empiamente sangue umano colui che taglia con un coltello la gola di un vitellino, senza lasciarsi turbare dai muggiti che giungono alle sue orecchie! Colui che può sgozzare un capretto che emette lamenti simili ai vagiti di un bambino o cibarsi di un uccello a cui ha dato lui stesso da mangiare! Quanto manca a gente del genere per compiere un vero e proprio delitto?”.
Ovidio sembra lodare l’invito rivolto a noi mortali dall’illustre matematico e filosofo greco.

L’ascesa al cielo di Caio Giulio Cesare

Giove: “Ha appena finito di parlare che l’alma Venere è già in mezzo al senato, invisibile a tutti, a strappare dal corpo appena morto l’anima del suo Cesare, prima che si dissolva nell’aria: la porta su, tra gli astri del cielo e mentre la porta si accorge che irraggia luce e calore e la lascia allora libera dal suo abbraccio. Essa vola più in alto della luna trascinandosi dietro per lungo tratto una chioma di fiamma: diventa fulgido astro e vedendo dall’alto le grandi opere del figlio, ammette che superano le sue e di tale sconfitta gode.”.

Ovidio proclama la sua immortalità

“Le metamorfosi” sono l’opera che gli ha donato l’immortalità. Già scrivendola, la sigillò al termine con queste parole: “Ecco: ho compiuto l’opera che non potrà l’ira di Giove, né il fuoco, né la spada distruggere, né il tempo che tutto divora. E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia incerta vita. Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama.”.


Letto 92 volte.


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Bart