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LETTERATURA: I noir di Handré Héléna

9 Agosto 2011

di Stefania Nardini

Il vento, lo scrosciare della pioggia, il colpo di una pallottola mentre un tramonto squarcia il cielo. I suoni sono violenti, la forza delle parole un divenire di immagini potenti. Il gesto, un semplice gesto, protagonista di una narrazione che non lascia spazio a fraintendimenti. E poi come si potrebbe mai sfumare l’esistenza di quella specie umana che oggi definiremmo marginale?

I suoi sono eroi che nulla hanno a che fare con la gente per bene. Sono delinquenti, ex galeotti, ladri e puttane che nella Francia di Vichy costituiscono la “ferita”, lo “urlo”, di fronte all’imperversare di un collaborazionismo che ha come unica controparte il silenzio. E lui, Handré Héléna, è uno scrittore maledetto che al genere poliziesco dà un’anima senza filtri.

Considerato, post mortem, un padre del noir, per anni ha pubblicato le sue opere per editori scalcinati e, neanche a dirlo, venne ignorato da Gallimard e dalla sua neonata “Série Noir” fondata da Duhamel.

La scrittura di Héléna ricalca esattamente la sua esistenza.

Classe 1919, nacque a Narbonne, nel sud della Francia. A soli diciassette anni pubblica la sua prima raccolta di poesie Le Bouclier d’or. Dà vita ad una rivista letteraria, iniziativa che lo porterà dritto in galera sei mesi per una serie di illegalità nella vendita degli abbonamenti. Un’esperienza che fa scattare in lui la vocazione di romanziere con un primo debutto, “Les flic ont toujours raison”, al quale seguiranno duecento opere. Una sterminata produzione, spesso firmata con degli pseudonimi, destinata ad un editore che cavalca insaziabilmente la moda del giallo.

Amico di Léo Malet , la sua opera letteraria si distingue per quella “scomodità” simile a quella di Jean Genet, che nel ‘49 con “Il diario del ladro”, autobiografia romanzata di un ladro omosessuale che vive ai margini, fu un vero e proprio terremoto letterario.   Del resto Héléna, già dai suoi esordi, racconta il periodo dell’occupazione nazista e non fa assolutamente nulla per lanciare messaggi di ottimismo o di distrazione per il lettore.

Infatti ci vorrà molto tempo affinché ottenga un riconoscimento.

Nel 1953 con “Le goût du sang” otterrà il consenso del grande pubblico. Nelle sue storie mediterranee che si insinuano nella provincia o nei luoghi di frontiera, si muovono i suoi personaggi dall’anima nera.

Morto alcolizzato nel 1972, è stato completamente dimenticato.   Dal 2000 la casa editrice francese Edite ha ripreso la pubblicazione dei suoi romanzi, inizio di un percorso di “riabilitazione” per questo grande autore.

In Italia hanno puntato su Héléna due case editrici: Fanucci, che nel2008 hapubblicato “Un uomo qualunque” e un anno dopo “La vittima”, e Aìsara, editrice sarda che nel suo catalogo propone ben dieci titoli, da “Il gusto del sangue” al più recente “Il bacio della vedova”.

«Il nostro – dice Francesca Casula è un vero e proprio progetto che punta a valorizzare l’opera di questo scrittore veramente eccezionale ». Grande sponsor di Héléna lo scrittore Massimo Carlotto: «André Héléna non emette giudizi di condanna o di assoluzione. Nel suo mondo non c’è spazio per la morale convenuta, per le sue leggi. Héléna è un maudit imprestato dalla poesia al romanzo criminale ».

La felicità e l’infelicità della guerra e del periodo successivo, è ciò che coglie negli ambienti della malavita, una malavita capace di commettere crimini anche nell’Europa della grande paura.

«Disgraziatamente – scriverà Héléna – noi apparteniamo a una generazione che aveva vent’ anni quando è scoppiata la guerra e non ha avuto l’opportunità di coltivare le chimere dell’amor cortese ».

Oggi che il noir si è guadagnato un posto al sole nel mondo della letteratura, un autore come Héléna merita l’incoronazione di maestro. Mai, come nel suo caso, la fiction raggiunge i bassifondi della storia restituendo a noi contemporanei emozioni e sensazioni che solo apparentemente sono così lontane dalla nostra epidermide di animali sociali.

«La letteratura – scrisse il maestro non è responsabile della propria epoca, è l’epoca che è responsabile della propria letteratura.

Le dissolutezze della Reggenza ci hanno dato i libri libertini del diciottesimo secolo, mentre i disordini sociali davano origine agli enciclopedisti ».

(Dal “Corriere Nazionale”)


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