di Carlo Capone
Si può parlare di nostalgia per il luogo di nascita? Nel mio caso forse no, se penso che quando ci torno e mi scappa la nuova cadenza risulto straniero. In un mondo, poi, in cui tutto cambia e il domani è già ieri si passa per stantii.
Ma oggi no, per una volta crepi la vergogna e viva madama tristezza, la ricordanza è una stella in perpetua vibrazione. Anzi, più il tempo scappa via più questa dolce malinconica signora, giovane vecchia ridente ragazza – ancorché fiera per arte, usi e gentilezze – ebbene sì, io temo svanisca, come l’aria di fresie al solstizio di Pasqua.
Un timore che prelude all’oblio? Non direi. Certe notti, quando il sonno è leggero, e la pioggia sui vetri risveglia i pensieri, quella donna riappare.
“Bonsuarè”, le sorrido, guardando alla sua veste di stracci e rubini.
Fa la zita contegnosa, scuote il viso, lo atteggia come a dire ‘mannaggia a’ capa tua’, poi china gli occhi. Per rialzarli di scatto, grandi e lustri di gocce di rugiada:
“Ma quando vieni? lo sai che ti aspetto”
“Ancora poco, mammà, sistemo un affare e faccio un salto”.
“Eh, i salti! li conosco i tuoi arrivi. Un museo, pranzi e cene dagli amici, i pastori a san Gregorio e te ne vai. Neh, Tanì, è vero che nostro figlio è proprio un fetente?”
Mio padre ha il viso scavato, l’ ho sempre sovrapposto a quello di Eduardo. “Se se, te cunosc’io attè, sei un ruffiano”, mi sorrideva in vita compiaciuto.
Ora, in quelle notti di neve, se li vedo apparire, prima l’una e poi l’altro, la mano nella mano, i dubbi si fanno cicuta. Che bevo come un Socrate che accetta la colpa:
“Ma vi trattano bene? tutto a posto? guardate che caccio fior di biglietti!”.
“Per carità, tutto bene. Sei d’accordo?”, risponde lui rivolto alla moglie.
“Sìssì – ribatte lei -… che ti devo dire, lamentarci direi di no. Luce sempre accesa, marmo a cera… quand’è stato, Tanì, che sono venuti? ah sì, l’anno scorso. Sai com’è, s’era un poco scurito….”
“Eccerto, apposta ho telefonato, anzi, visto che c’ero ho mandato i soldi per i fiori”.
Qui mio padre cambia espressione:
“Quelli finti?”
“Erano finti? e lo so, hai ragione. Ma dimmi tu, come faccio da così distante?”
I rubini di mia madre si incendiano come tizzoni, di una luce che non è lampo di gemma ma il riflesso di un amore.
“Appunto – mi carezza la mano – una volta almeno potresti venire di persona”.
Commenti
10 risposte a “I rubini nella notte”
Riaffiora, con dolce, sentita, pura tenerezza, la memoria, tra le braccia di un vissuto che ha toni indelebili. Paradigma di riflesso che emoziona, la pagina preziosa, in una trasparenza di immagini delicate e vivi sentimenti, non chiede risposta, diffonde il suo raggio accorato e ci abbraccia nella commozione.
L’uso della parola è sempre preciso, incisivo ed elegante, la poeticità diffusa, il periodare serrato, capace di assecondare felicemente, nella sua essenzialità, l’assunto.
Non è vergogna il ricordo, ma profonda nobiltà dell’esistere.
Complimenti, Carlo. Sei riuscito a creare un alto, significativo paesaggio umano.
Gian Gabriele
Più che rubini, direi argento vivo.
@ Gian Gabriele
Ti ringrazio, le tue parole sono sentite, si vede.
Era proprio il paesaggio umano che intendevo rappresentare. Sono partito dall”immagine di Napoli lontana che sfuma in quella di mia madre. Immaginando che nell’aldilà si accompagni a mio padre.
@ Felice Muolo
a dire il vero, non ho capito.
tenera, Carlo, l’immagine che porti…la tua città come madre vitale, desiderandola accompagnata dalle visioni dei tuoi cari. sono loro i rubini splendenti nelle tue notti.
grazie! api
Mere, un abbraccio!
approfitto per segnalare ai lettori di Parliamone il magnifico sito di Api, Elementari Scritture (http://mere2.wordpress.com/) , uno squarcio di immagini, scritti, dipinti, versi, canzoni.
Su tutto questo la lingua di Sardegna, una madre scura e lucente.
Da non perdere.
Carlo Capone
Carlo, mi riferivo allo stile. Un modo di dire che la prosa è schietta, argentina. Sprizza argento vivo.
Grazie anche a te, Felice.
ti dico banalmente: molto bello!
complimenti, carlo
mariapia
carlo…dai, non esagerare! è solo un tentativo, forse un gioco, il mio.
rimango sempre piccola, quasi invisibile pietrolina e va bene così!
un abbraccio, api
Grazie Mariapia, di cuore.
Api, un abbraccio.
Carlo