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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

10 Gennaio 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes
Guy Ritchie, 2009
Fotografia Philippe Rouseelot
Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Eddie Marsan, Robert Maillet, Geraldine James, Kelly Reilly, William Houston, Hans Matheson, James Fox, William Hope, Clive Russell, Oran Gurel, David Garrick.

In origine  fu lo scozzese Arthur Conan Doyle (1859-1930). Spirito ottocentesto, laurerato in medicina a Edimburgo, Doyle immerse le sue tendenze fantastiche in bagni d’avventura, di fantascienza e di soprannaturale. Scrisse e la sua penna si colorò di un giallo originale, di sapore scientifico e insieme misterico. La contraddizione, espressa con ironia, prese il nome di Sherlock Holmes e si vestì da detective, un detective dallo stile inconfondibile, fissato per l’osservazione dei particolari e fanatico della deduzione. Il lato umano dei “casi” che affrontò non emerse, mentre fu in lui esclusiva l’attenzione puntigliosa per la ricomposizione dei materiali minuziosamente raccolti e legati dal filo interno che agli altri non apparve visibile. Anche il suo inseparabile collaboratore, il dottor Watson (medico come Doyle), fece fatica ad aiutarlo nelle indagini ed ebbe spesso bisogno di delucidazioni. Dalla letteratura (4 romanzi e una cinquantina di racconti) si passò poi al cinema. Dal 1939 ad oggi, la lista dei film che portarono sullo schermo il detective parascientifico rimanda anche ad autori come Frank Tashlin, Billy Wilder, Thom Eberhardt. Il che significa che Holmes prende via via le sembianze più strane, da Jerry Lewis a Robert Stephens, a Michael Caine, tanto per dire che la figura si presta all’attraversamento indenne di epoche e visioni, confermando comunque un inattaccabile carattere di “macchina dell’arguzia”, che offre riparo ai più diversi personaggi. Ora basterà soltanto confrontare la faccia di Basil Rathbone, il primo interprete di Holmes (The Hound of the Baskerville, Sidney Lanfield, 1939) con quella di Robert Downey Jr., il protagonista dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, per capire che cosa possono essere 70 anni nel cammino non solo del cinema, ma anche della televisione (Negli anni ‘80 e ‘90 Holmes è entrato nel piccolo schermo consolidandovi in un certo senso la propria popolarità), fino all’approdo dei videogiochi, massimo indicatore della standardizzazione e dell’estensione figurale, anche per un detective arguto come Holmes. Da non trascurare, infine, il tramite fumettistico (il libro di Lionel Wigram) di cui si serve Ritchie per riattingere   all’ispirazione originaria di Doyle. Elementi, elementi con ritmo, viene da dire già quando il film è poco più che avviato. Lo spettacolo è trasparente, esibisce senza ritegno la propria referenzialità e anzi la carica di “dichiarazioni d’intenzione”, soprattutto sul piano espressivo. Subito nella prima sequenza vediamo la polizia all’inseguimento del “cattivo” da arrestare. I cavalli trainano la carrozza a ritmo forsennato, tanto da sembrare cavalli-motore. Poi tutto il film prosegue su questo binario, a rotta di collo. Di scena in scena, Holmes scarica mitragliate di annotazioni sul povero Watson/Law, invano proteso nella personale e disperata caccia ad una “normalità” che gli possa permettere di prendere un tè con i futuri suoceri. Prestante nel fisico, occhio vispo e capello alla moda, Downey Jr., consustanziato com’è nel fumetto (vedi L’incredibile Hulk), attraversa con impassibile ironia i diversi momenti dell’avventura, mostrandosi esplicitamente propenso alle ginnastiche più strumentali (cappa e spada d’oggi in salsa orientale, pugilato selvaggio, scatti catastrofici da fare invidia a 2012, horror   e alchimie sotterranee in fuga da Edgar Allan Poe) pur di arrivare allo scopo – così sembra, più che altro – di schivare i fastidi della vita quotidiana, compreso il pericolo di un concretizzarsi dell’amore per Irene (McAdams), non sia mai lo distogliesse dagli intenti investigativi. Tutto il meccanismo, divertente e spettacolare finisce per fare da schermo alla ragione di fondo che determina il “caso” da risolvere.  Peccato, solo in vista del finale veniamo messi al corrente della filosofia politica che ispira l’azione perversa del mistificatore nero, Lord Blackwood (Strong). Una “Fratellanza” controlla segretamente l’”Impero” e l’ultimo “appuntamento” sarà nel Palazzo di Westminster.

Io, loro e Lara

Io, loro e Lara
Carlo Verdone, 2010
Fotografia Danilo Desideri
Carlo Verdone, Laura Chiatti, Marco Guadagno, Roberto Sbaratto, Angela Finocchiaro, Cristina Odasso, Sergio Fiorentini, Olga Balan, Tamara Di Giulio, Agnese Claisse, Anna Bonaiuto, Ceciclia D’Amico, Marco Giallini, Loukoula Letizia Sedrick Boupkouele, Franco Venditti, Alessandro Perfetti, Niccolò Senni, Marco Minetti, Giorgia Cardaci, Giulia Greco, Sara Greco, Claudio Pisacane, Lupo Marziale, Gianfranco Mazzoni, Dimitri Sassone, Pierluigi Ferrari, Antoinette Kapinga Mingu, Nimata Carla Akakpo, Valeria Ceci, Ernesto Fioretti, Enzo Marino Bellanich, Giacomo Giorgi, Alessandro Blasi, Danilo Maria Valli, Paolo Verdone, Guja Quaranta, Alessandro De Nipoti, Davide Mancini, Nicola Di Gioia, Teka Carneiro Kanga, Valerio Ludovisi, Mercedes Gladys Carbajal, Clive Riche.

Anche se non è un sacco bello, Io, loro e Lara strappa qualche risata un po’ più matura e il regista si prende cura di rendere esplicita la propria morale. Verdone, trent’anni di carriera, getta la maschera e dice chiaro e tondo come la pensa. Già all’esordio, l’autore di Un sacco bello (1979), aveva schizzato alcune figure indimenticabili, ricostruite dall’osservazione del contesto quotidiano e scelte a rappresentare un evidente disgusto verso i tic del conformismo volgare e delle sottostanti compulsioni. Il successo fu dovuto (Sordi insegnava), oltre che alla bravura dell’attore, all’esplicita proposta di rispecchiamento consolatorio, specialmente supportata dal limite stesso del genere macchiettistico. Poi, man mano, Verdone si era spinto sul versante un po’ più sofisticato della commedia e la verve iniziale era andata attenuandosi. Una certa maniera di risolvere situazioni tipiche non sempre aveva retto all’impatto della regia e del montaggio, lasciando a volte sulla carta le intenzioni di comicità, nonostante il discorso sociologico si sviluppasse in una tessitura di racconto più articolata. Si sfiorò a tratti la noia. Ora finalmente il Verdone-pensiero prende la sua forma più esplicita. Carlo (Verdone) è un prete moderno, capace di confessare a se stesso la crisi di fede. S’intuisce che i motivi sarebbero tanti, ma nessuno vuole ascoltarlo. Solo una volta riesce a tirarne fuori uno: come si può tollerare, a fronte della fame e delle malattie, l’opposizione all’uso del preservativo in Africa? Il film si apre con il rientro di Carlo dal continente nero, dove per 10  anni ha operato da missionario. Viene a Roma intenzionato ad aprirsi con i superiori e a riprendere la vita normale. Non sa a cosa va incontro. Ritrova la famiglia e non la riconosce più. L’anziano padre Alberto (Fiorentini), rimasto vedovo, ha sposato Olga (Balan), la badante moldava, ed è rinato – dice – anche sessualmente. Bea (Bonaiuto) e Luigi (Giallini), fratelli di Carlo – lei analista sbrigativa, straparlante e madre di due ragazze in preda alle prigionie comportamentali e ai mimetismi del momento (tra emo, manga e pasticche in discoteca), lui cocainomane preso da miseri affari di borsa -, sono convinti che la bionda punti a ereditare la casa e comunque a prosciugare il conto in banca del povero Alberto. Tutta la lunghissima prima parte del film equivale ad una interminabile “presentazione” dei personaggi/tipi. Ciascuno parla per sé e non ascolta Carlo, il quale invano cerca di spiegare le ragioni del proprio rientro. Tra commedia degli equivoci e neorealismo situazionista si sviluppa una specie si suspense rosa, dovuta alla crescente coscienza di inadeguatezza di Carlo, sempre più «stravolto dalla follia collettiva » che lo circonda. Lo stile slow-food delle sequenze è in parte riscattato dall’occhio indagatore di Verdone, il quale, con la sua risaputa pacatezza, registra l’assurdo e ne propone i risvolti. La vicenda sembra non poter trovare sbocco e invece entra in ballo Lara/Chiatti, chiamata forse a sostenere una parte di eccessiva responsabilità ma di indubbia efficacia in funzione dello scioglimento della matassa sul versante etico. Lara è figlia di Olga. Sembra una ragazza alquanto disorientata e spregiudicata. In realtà sta cercando di dare un minimo di sicurezza al proprio bambino, seguita e aiutata dalla psicologa Elisa draghi (la solita Finocchiaro simpaticamente aggressiva e “folle”). Da prete moderno, Carlo resta sulla breccia per mettere ordine nell’intrigo dei giusti doveri, rischiando anche di lasciarsi troppo coinvolgere ma ritrovando poi la strada della missione. Il ritorno in Africa, salvata la famiglia, è l’esito rispettoso di un destino impegnativo verso la buona società di domani. Alla fine, ci si sente tutti più buoni e si può passar sopra al modo un po’ bozzettistico di trattare certe materie di vistoso impatto attuale, come la nuova schiavitù delle ragazze nigeriane gettate nella prostituzione di strada (Carlo ci terrebbe molto a salvarle). Notevole comunque lo sforzo degli sceneggiatori (Francesca Marciano, Pasquale Plastino e lo stesso Verdone) di dosare al millimetro gli ingredienti della torta morale. Al dunque, commedia italiana sì ma niente corna. E senso umanitario.


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Bart