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LETTERATURA: I tram di Imola

11 Novembre 2008

di Ivano Mugnaini

Per qualcuno la vita è una strada liscia e rettilinea: pietre e frutti saldi, concreti, percepibili con le piante dei piedi e con le dita. Per altri è un labirinto di lettere e sillabe, una foresta immane di grafemi senza voce e con troppi sensi. Parole maliose e sdegnose, ammiccanti, impalpabili.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Cominci√≤ come un gioco. Tutto inizia come un gioco, a ben riflettere. L’esito invece √® incerto, guizza via libero in acque torbide che solo l’immaginazione pu√≤ ambire a sondare. Cominci√≤ come un gioco, un ricordo: il vizio antico della mente di imitare la vita. In modo in apparenza fedele. In realt√† ambiguo, amletico, immorale nella pretesa di un’immacolata perfezione.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Di lei ricordavo l’eleganza eterea. Il sorriso impacciato e imperioso. Forte di una diversit√† vissuta senza orgoglio e senza pena. Lasciava dietro di s√© un profumo di pioggia e ambrosia, il mito stillato con leggerezza nei bicchieri di plastica di questo misero secolo. Si sforzava di essere semplice, immediata, cercava di imparare l’arte della banalit√†, il rito becero dello spreco del tempo. Qualcosa di testardo e possente per√≤ la rendeva ancora pi√Ļ immateriale, nonostante la carne viva e profumata che si indovinava sotto gli abiti sensualmente impeccabili.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Era un’ameba ben salda ma sgusciante, qualcosa di imperscrutabile e multiforme, capace di nascondersi nel caos di un bar affollato di Amburgo, per scrutare la gente, gli occhi, le braccia. Era un imbroglio spedito in missione esplorativa da qualche civilt√† lontana nel tempo e nello spazio. Un immenso inganno destinato a rimanere impunito. Se non fosse stato anche, con uguale vigore, immensamente ammaliante.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Si metteva da parte, nell’ombra, in un angolo, tra noi turisti italiani in gita. Noi, senza neppure gli occhi allegri e il naso triste come una salita. Semplicemente sbraitanti, nel caos ordinato degli indigeni avvezzi ad ordinatissime trasgressioni. Ci guardava, serena da far paura. Con un sorriso cos√¨ innocuo e tenero da permetterci di scordarla con tranquillit√†. Lei era l√†, immobile, immancabile. Immutabile nella sua aliena armonia. Amen. Potevamo provare ad archiviarla. Era allora che lei, puntuale, lasciava scorrere l’amnios della sua essenza pi√Ļ profonda. Scorrendo, lei stessa, nel fluido di un corpo divenuto mente. Con sguardo e tendini tesi ci scrutava, scannerizzava gesti, posture, smorfie, impronte di sogni e incubi.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Forte della sua chimica e della sua biologia, tramutava il nostro impazzimento in impulso. Il percorso confuso di un ignaro e amorfo amminoacido diventava in lei ampio e armonioso cammino verso la meta immancabile: il pi√Ļ ampio e ambito miracolo della impollinazione.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Si nutriva di noi. Beatamente spietata. Gli occhi ¬† che ci piazzava addosso possedevano la foga vorace e quieta di un amplesso. Il disegno mite e infinitamente armonioso di chi, con sconfinato amore, potrebbe ammazzare, inglobare, spazzare via. Le mie orecchie, sebbene ammonite da innumerevoli voci sagge e generose come sirene di un’ambulanza, nulla potevano contro questo immancabile imprevisto. Il pi√Ļ anelato annientamento.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La guardavo anch’io, a tratti, fulmineamente. Sapevo bene che era vano provare ad ingannare l’inganno. Ma niente era pi√Ļ bello che coglierla nell’attimo fragile dell’umanit√†. Il rossore di un corpo che dimentica senza volerlo e senza saperlo il dominio ferreo dei neuroni. Di tutto ci√≤ che avrei desiderato dire e fare mi rest√≤, al termine della gita, solamente un indirizzo e-mail. La beffa del presente, dell’attuale; contrappasso, riso di scherno nei confronti di un ideale senza tempo. O forse no. Perch√© in fondo ci√≤ che ci legava, cappio di canapa e carezza di seta, erano le parole. Il loro mistero, l’arcano di noi in loro.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Le scrissi. Affidai allo schermo verdognolo di un computer il compito immane di parlare di poesia alla poesia. Rispose, cortese, generosa, immutabilmente insondabile. Il gioco riprese e mut√≤ forma. Per sopravvivere, per non farsi schiacciare dalla morsa contrapposta di affinit√† e distanze. Prospettive che si spostavano in continuazione, sfumando il quadro, rendendoci strabici, tranne che dentro un alone di luce lunare. Il gioco si fece infantile, bambino, trascinandoci nella sua scia di zucchero e pozzanghere. Per firmare le e-mail che ci scambiavamo regolarmente finimmo per adottare le iniziali dei nostri nomi e cognomi. Due lettere esili, magre, volutamente scritte minuscole. Nulla di nuovo, niente di originale, in fondo, se non fosse stato per un particolare: diventammo davvero quell’abbozzo di vocabolo, quel moncherino di frase, di voce, di sguardo. Lei divenne am ed io im. Niente a che vedere con la psicologia, i transfert, le proiezioni complesse e articolate. Una metamorfosi tanto fittizia quanto naturale ci rese, semplicemente, ineluttabilmente, sillabe minuscole, progetti di parole.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Le acrobazie, le contorsioni, le variazioni sul tema a partire da quel nucleo essenziale di lettere, si succedettero copiose, sempre pi√Ļ ardite, barocche, rigogliose e soffocanti come rami di alberi grandiosi e bizzarri. Sprememmo noi stessi nelle frasi, nella spirale pressoch√© infinita di accordi, contrasti, sovrapposizioni. Due trapezisti che inventano in volo figure sempre nuove e sempre pi√Ļ estreme. Fino al punto in cui la sola mossa ulteriore, l’unica alternativa √® l’immobilit√†, un silenzio marmoreo. Oppure, a ben pensare, anzi, abbandonando la corda ondeggiante del pensiero, il gesto pi√Ļ semplice e rischioso: il tuffo ad occhi chiusi e senza rete. Il coraggio di tornare a cercare il contatto con il suolo.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Fu lei a chiedermi di incontrarci di nuovo. Temevo ed aspettavo quel momento da sempre. La sua richiesta elettrizz√≤ il corpo ma lasci√≤ la mente lucida, quieta, smarrita soltanto in un ilare dilemma: la ricerca del luogo fisico. Avrei voluto dirle di trovarci di nuovo ad Amburgo, sarebbe stata una scena degna di un film. Lei seria ed appassionata come Ingrid Bergman, io con l’impermeabile grigio e lo sguardo imbambolato ma tenace di Bogart. Sarebbe stato bello, ma era complicato. In omaggio al gioco a noi caro delle parole che iniziano per am ed im, cercai un’alternativa meno romantica ma pi√Ļ agevolmente realizzabile. Mi venne in mente Imola. Iniziava con le lettere giuste, le mie, era relativamente vicina ad entrambi, e non aveva nulla che valesse la pena vedere. Perfetta, quindi. A noi bastava e avanzava rivedere noi stessi.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Ci accordammo per trovarci nella cittadina emiliana. Non prima per√≤ di esserci affidati reciprocamente un compito, una missione: presentarci all’appuntamento portando con noi, scritta su una maglietta, su un foglio, su una cartolina illustrata, o tatuata sulla pelle, una sola parola. Una. Quella in cui riassumevamo e condensavamo tutto. Il ritratto di noi e la visione dell’altro. Ci√≤ che ci era capitato e quello che speravamo potesse accadere. Un’unica parola, un quadro minuscolo ma dalle prospettive infinite, vie di fuga e linee che si intersecano in grumi di colore, oscurit√† e bagliori cangianti.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† L’idea mi era piaciuta subito. La ricerca di un solo vocabolo consentiva, anzi, rendeva necessaria, una ristrutturazione. Tutte le allegre e tragiche macerie di parole che avevamo ammonticchiato nella casella di posta elettronica riflessa avidamente nel cervello andavano rimosse. Con affetto ma anche con decisione. Si trattava di ripartire da un punto preciso. Stabilire con esattezza le coordinate per tracciare una nuova rotta. L’idea mi era piaciuta, s√¨, ma quando si tratt√≤ di tramutarla in azione, affondai nelle sabbie mobili dei limiti. Pensai a termini altisonanti, ma qualcosa dentro di me ghignava sarcastico. Immaginai di presentarmi a lei facendole omaggio di un foglio di carta pregiata con su scritto “ammaliante”. Ma, regolarmente, mi compariva in risposta l’immagine di lei con un normale foglio A4 con su scritto “imbecille”. Perfettamente consono, niente da dire. Non solo per le iniziali, anche per il resto, per il concetto. In quei momenti ero davvero, ampiamente, immancabilmente, imbecille. Preso nella trappola in cui mi ero entusiasticamente infilato da solo. Sudai, imprecai, scrissi e riscrissi parole sagge e sceme, serie e ironiche. Nulla era proponibile, niente si avvicinava alla pi√Ļ semplice delle complessit√†. Alla fine decisi di affidarmi ad un bluff: mi sarei presentato con un foglio bianco accuratamente ripiegato, e, dopo aver letto e ascoltato la parola scelta da lei, avrei scritto la mia. All’impronta, sull’onda dell’emozione del momento, dolce o amara che fosse.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Ci trovammo nella piazza principale. Non ci fu bisogno di messaggi o chiamate sui cellulari. Imola ci fu complice, o magari, semplicemente, ci ignor√≤. Transitava solo qualche frettoloso ciclista, lieve e imbronciato come i piccioni che svolazzavano da un cornicione all’altro, incerti, invidiosi dei loro colleghi di Piazza San Marco. Ci fermammo a venti metri l’uno dall’altra. Come nel duello di “Mezzogiorno di fuoco”. Tutto ci√≤ che potevamo e dovevamo dirci ce lo sparammo contro, con fulminea dolcezza, in un sorriso. Polvere e piombo di timidezze, ricordi, paure, volutt√†. Morti all’unisono. Ma ancora in piedi, in grado di avvicinarci passo dopo passo fino a sfiorarci in un disegno di abbraccio.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Ci incamminammo verso un bar seminascosto da un antico loggiato. Lei ordin√≤ una raffinata e salubre tisana alle erbe, io un chinotto. Girammo attorno a discorsi solenni e impeccabili, il lavoro, le famiglie, il tempo, il meteo e gli anni, Cronos e Giove Pluvio. Alla fine per√≤ il toro fece il suo ingresso nell’arena, e tutte le veroniche preparatorie apparvero pi√Ļ che mai vane. Fu lei a chiederlo, ovviamente. Quasi con nonchalance, con divertita distrazione: “Allora, l’hai portata la tua parola?”. Sguardo a terra, alternativamente puntato su un gatto di passaggio e sulle carte spostate dal vento.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† “A dire il vero, aspettavo di conoscere prima la tua”.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Cerc√≤ i miei occhi con pazienza calda, luminosa. Alla fine confess√≤, con un rossore lieve: “Non ce l’ho fatta. Non ci sono riuscita”.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Ci lasciammo alle spalle il bar della sconfitta condivisa. Sulla strada lastricata del corso analizzammo, pi√Ļ leggeri, pi√Ļ vicini, le possibili motivazioni della d√©bacle e le strategie della controffensiva. Nel frangente in cui le dita si sfiorarono, l’adrenalina ci condusse ad un’illuminazione: l’errore, con ogni probabilit√†, era nella collocazione delle sillabe chiave. Le avevamo sempre cercate all’inizio dei vocaboli, nel capo, nella testa. Avevamo ignorato il corpo, gli organi vitali, il fegato, il cuore. Lei si accorse che, forse, la parola ideale per lei, per le due lettere del suo personale am, era cambiare. Il mio im mi condusse invece a rimirare il mondo, con calma, diretto negli occhi, a partire dai suoi. Con la realt√† cruda e vera della poesia. Rimorire, inoltre. Morire di nuovo, di stupore, paure, scoperte, ferite vitali di bellezza.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Da questo momento in poi neppure io, ¬† che ero presente, sono in grado di fornire una versione oggettiva di ci√≤ che accadde. Non ricordo, o forse preferisco affidare ad altri l’onere della testimonianza, la scelta tra le vie dell’immaginazione e le strade del vero. Secondo qualcuno, nello specifico un’anziana casalinga gonfia di sporte della spesa e permanenti, am ed im, ridenti e abbracciati, ambedue immensamente imbranati, furono messi sotto dal tram. Il 22 delle quattordici e ventisette, per l’esattezza. Se l’impeccabile e cotonatissima signora avesse visto e riferito il giusto, potrei dire, per trovare un finale consolatorio, se non proprio adeguato, che i nostri due eroi, sdraiati esanimi sulle fredde rotaie, si incamminarono idealmente verso imperiture armonie.
                      Un arzillo vecchietto, tuttavia, trattenendo a stento una risata, sostiene al contrario che la megera con le buste della Conad oltre che brutta è cecata, ed anche discretamente scema. A sentire lui di tram a Imola non ce ne sono mai stati. Mai, nei secoli dei secoli. E, sempre a sentire il vecchio dalle guance rossastre, i due non si incamminarono affatto verso imperiture armonie, bensì, afferma, verso un appartamento nelle vicinanze.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Quale sia la versione esatta non √® dato sapere. O meglio, √® legittima ciascuna opzione, ciascun percorso. Una cosa √® certa: ben prima di incontrare il tram di Imola, reale o immaginario che sia, am ed im impararono a camminare fianco a fianco, sincronizzando gli inciampi, gli imbarazzi, le armonie. Senza pi√Ļ temere di mostrarsi nudi, imperfetti, inadeguati. Senza pi√Ļ paura di far vedere il lato in ombra della faccia, delle spalle, delle parole. Trovando nel contrario di s√©, dell’immagine ideale, della propria parola liscia e tornita, la feritoia, lo spiraglio, lo sprazzo di luce e di cielo per respirare. Am impar√≤ a credere di pi√Ļ nelle mani. Im riusc√¨ finalmente a perdere la misura. Nell’opposto di loro, dell’identit√† che si erano dati e che toccata loro in sorte, trovarono il volto vero, sincero. Il rovescio del sogno. La realt√†: il sogno autentico.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 11 Novembre 2008 @ 16:38

    Con parole dense di liricit√†, con un ritmo incalzante, con abilit√† evocativa di una realt√† non solo poetica, la storia si muove tra le volute di un sogno e la sottile presenza del reale. Questa storia moderna, con un pregevole motivo ispiratore, vive attraverso un transito romantico, tutt’altro che sdolcinato, che pare indifeso nella temporalit√† e nell’angolo di ambienti e situazioni capaci di strappare al protagonista sguardi, frasi, pensieri, ansie, disagi, affettivit√†, pulsioni, insieme di comportamenti e immaginazioni, mossi sottilmente e saggiamente tra accattivanti e penetranti ricognizioni psicologiche. L’io affiora e diviene dilemma di se stesso, nel dire o nascondersi, cerca il coraggio di proiettarsi in condizioni altre, teme sconfitte e delusioni e si fa metaforicamente specchio della vita
    Gian Gabriele Benedetti

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