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LETTERATURA: Ieri, solo qualche anno fa, in Marocco

5 Febbraio 2010

di Nicola Dal Falco

Se penso al viaggio come una concatenazione di immagini, questo in Marocco si apre e si chiude con le mura rosse di Tiznit e Marrakech, modellate nell’argilla, fatte di terra che si screpola al sole, si scioglie sotto la pioggia e vola via. A Tiznit, Taroudant e Marrakech, le torri merlate sono ancora salde e in un certo senso vive; la luce le accarezza dall’alba al tramonto e anche di notte sembrano respirare piano.
Non così a Tafnidilt, lungo il basso corso della Draa, dove il fortino della Legione straniera va lentamente sbriciolandosi. Uno sfacelo a cui solo i reticolati che ancora lo circondano si oppongono tristemente.

 Le voci dei soldati, i rumori a mensa, gli echi della tromba, il tramestio delle adunate sono ancora lì, sotto le volte sfondate, tra gli scalini rotti e le porte dal profilo moresco senza più battenti.

Il vento se ne è appropriato e continua a diffonderli. Tra Tiznit e Marrakech, città cinte di rosso, il nostro itinerario in fuoristrada ha toccato la costa atlantica, tagliando poi verso l’interno attraverso l’Antiatlante e l’Atlante.

A sessanta chilometri da Tiznit, verso sud, c’è Mirhleft.

Colline di fichi d’India, ulivi e carrubi sospesi sul letto asciutto dei torrenti si susseguono fino al mare, fino ad una doppia insenatura: una lunga spiaggia di sassi che diventa via via sabbiosa con al centro uno scoglio di lava nera.

Nella scontrosa bellezza del posto si sono ritagliati una fetta di silenzio la tomba bianca di un sant’uomo, le fondamenta di un bar mai finito e la casa-albergo di Michele e Sandra.

Due veneti che hanno cambiato vita, lei professoressa e lui attore, spesso nei panni sgargianti di Arlecchino. La loro casa accogliente è stata la prima vera tappa del viaggio.

 Il pranzo sulla terrazza, quattro cani bastardi, i bagagli da caricare e la parlata veneziana, così familiare e sorprendente, hanno contribuito a rompere pian piano i ponti con l’Italia, il lavoro, gli aeroporti, suggerendo nuove cose da vedere.

 Lungo l’oceano

Complice il mare calmo e una leggera brezza, la spiaggia di Sidi Mohamed-ou-Abdallah, dal nome del marabutto sepolto, assomiglia ancora ad un angolo selvaggio del Mediterraneo.

Ed è solo arrivando a Sidi-Ifni che il paesaggio e la percezione delle cose subiscono un piccolo e definitivo spostamento. La costa, scandita da valloni e colline pelate, alle tre del pomeriggio, è immersa nella foschia.

Controsole, Sidi-Ifni appare ancora più bianca e silenziosa; una città a gradoni con tetti e terrazze che si rincorrono fino in cima, fissa come l’immagine di un sogno, in quel bollore continuo.

A due o tre chilometri il mare mitiga il clima ma, più in la, dove le colline ingialliscono, deve diventare soffocante. Ci saluta la pubblicità dell’hotel Suerte Loca, forse un avvertimento.

Da Sidi-Ifni in poi si estende una costa brumosa con scogliere a picco e spiagge immense a seconda che l’altopiano coperto di magri arbusti precipiti direttamente in mare o lasci posto a cordoni di dune che, trascinate dal vento, hanno insabbiato le foci dei fiumi, creando lagune e stagni.

Un mondo antico, in un paesaggio fantasma tra aironi, beccacce di mare, cicogne e accampamenti di pescatori.

Aoreora … suono bizzarro. Ci vuole un po’ prima di scandirlo per intero senza impaccio. Sembra di pronunciare una parola misteriosamente insulsa. Dietro al nome si cela uno scenario grandioso e quando ce l’hai di fronte continui a ripetere con soddisfazione, con piacere: Aoreora.

Qui ho veramente avuto l’impressione che la spiaggia coincida con la riva di un continente. Il fiume giunge al mare senza più la forza di gettarsi dentro   dopo un lungo sinuoso tragitto.

La sponda sinistra è rocciosa e dirupata, ricoperta di cespugli e percorsa a volo radente dagli uccelli. L’altra forma un’unica, maestosa, giunonica duna.

Non siamo lontani dall’estuario.

Sul ciglio del costone il vecchio forte si è trasformato in un rifugio di scorpioni. L’oceano, a trecento metri di distanza, batte la spiaggia con assordante precisione.

Chilometri e chilometri di sabbia bianca e di mare in linea retta danno l’ebrezza. Una placida, agnostica ebbrezza. Non c’è proprio niente da capire. Bello, si, molto bello. Con i pesci comprati ai pescatori di Aoreora (un dentice, qualche cefalo e un paio di branzini) ceniamo la sera a Cap Draa, sotto una tenda principesca al riparo dal vento. Il campo, tra l’oued e la

spiaggia, è il punto più a sud che toccheremo.

Domani ci aspetta la valle della morte ma per il momento sembra la prima sera del mondo.

 Sassi ovunque e sotto le ruote. La pista graffia appena la superficie del terreno. Incontriamo dei nomadi, la lunga e sottile figura di una madre e lo sguardo serio del suo bambino sorpreso dalla folla.

Siamo arrivati all’improvviso, a metà mattina e gli uomini sono tutti fuori.

«Sono straccioni ma non sono poveri – si affretta a dire uno degli autisti.

«Un dromedario vale dai sette ai quindicimila dirham. I branchi contano in media cento capi, ma arrivano anche a duemila ». Apprendiamo dopo che una jeep costa 300.000 dirham.

L’Antiatlante

Abbiamo lasciato la pista per l’asfalto, direzione Goulimime. La sera, già dentro l’Antiatlante, facciamo tappa ad Ait-Moussa-ou-Douad. Gli autisti rompono il digiuno del Ramadan spezzando il pane e bevendo latte.

Siamo ai bordi della piazza dove si batte il grano e l’orzo. Una grande piazza vuota, irregolare.

Il muezzin si è rivolto all’onnipotente dal tetto della casa. La sua voce ha fatto uscire qualche stella e una grande calma. Un manto arancione e porpora copre le montagne mentre ad est si carica di blu indaco.

Le stratificazioni geologiche affiorano ovunque, disegnando nei fianchi delle montagne curve, onde e addirittura cerchi concentrici. L’enorme travaglio della catena, la nascita di picchi e gole è come stampata su un album a grandezza naturale.

Risalendo la valle del Tamanart senza mai lasciare il greto del fiume, arriviamo ad una biforcazione; si apparecchia per il pranzo e si contano le incisioni rupestri del neolitico: buoi, antilopi e due spirali affiancate. Evocano l’acqua che un tempo scendendo dalle valli confluiva qua sotto.

Nel gorgo si potevano contare le vite passate e quelle future, l’eterno andare e venire delle forme viventi.

Le piste negli oued ci portano sempre più a nord. Il verde aumenta. Lungo le rive scoscese si susseguono i villaggi, alti, di fango, circondati di alberi.

Dalle terrazze sui tetti sventolano i tappeti e le donne, appoggiate ai gomiti, scrutano il piccolo corteo di europei.

Aranci in Fiore

La valle dell’oued Sous separa l’Antiatlante dall’Atlante. Alle porte di Taroudant arriva violento, zuccheroso il profumo di cento aranceti in fiore. Passiamo la notte all’hotel Salam, nel lusso di un serraglio orientale.

Dall’ultimo bivio, la carta indica 37 chilometri fino al passo di Tizi-n-Test, tutti a tornanti.

Vedi i villaggi schiacciati in fondo ai burroni e il pendio rigato dai sentieri delle pecore. Nell’aria c’è un odore di resina.

L’ultimo tratto di strada serpeggia tra querce sempreverdi.

Duemilanovantadue metri di altezza, uno scenario alpino, compresa la neve, che sul versante nord resiste ancora a metà   marzo.

Dopo una settimana di viaggio, tra quattro ore saremo a Marrakech, nella piazza del grande villaggio.


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Bart