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LETTERATURA: “Il bordo vertiginoso delle cose” di Gianrico Carofiglio – Rizzoli

15 Gennaio 2014

di Francesco Improta

L’ultimo libro di Carofiglio, impreziosito da una bellissima copertina che sembra visualizzare in maniera concreta ed efficace non solo il titolo, tratto da una poesia di Robert Browning, ma anche il senso stesso del romanzo, non è, a mio avviso, all’altezza dei suoi precedenti. Troppe citazioni let ­terarie e troppe disquisizioni filosofiche che conferiscono al romanzo un carattere didascalico e un pizzico di pedanteria. A ciò si aggiungano alcune ovvietà, qualche personaggio privo di spessore ed un finale sospeso ma decisamente banale e inutilmente consolatorio.

Procediamo, però, con ordine:

Enrico Vallesi, uno scrittore alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver riscosso un certo successo con il suo primo romanzo, attraversa un pe ­riodo di crisi creativa che si riverbera anche sulla sua vita privata. La moglie, infatti, lo lascia per seguire un uomo molto più giovane ed egli è costretto, per vivere, a un lavoro oscuro di ghost writer e di editing. Decide, allora, spinto da una notizia di cronaca letta casualmente su un quotidiano, di tornare a Bari, sua città natia, da cui manca da trent’anni, nella speranza di trovare quelle risposte che diano senso e significato al suo presente e più in generale alla sua vita. Qui, pur potendo farsi ospitare dal fratello maggiore, con il quale – va detto – non c’era mai stata una profonda intesa, né di idee né di sangue, preferisce una camera in un bed and breakfast, e ciò sottolinea fin dall’inizio la sua estraneità a quei luoghi, dove pure aveva vissuto i primi 18 anni della sua vita, e rimanda, se non alla trama, al titolo del romanzo più famoso di Carofiglio: Il passato è una terra straniera. Inizia, quindi, una serie di peregrinazioni, senza meta, e di giorno e di notte, che sono tra le cose più belle del libro e che gli consentono, come nel suo precedente romanzo Il silenzio dell’onda di scoprire piazze, vie, monumenti che acquistano il sapore e il valore delle epifanie joyciane. A questo punto emergono dal passato, acquistando sempre maggiore chiarezza e importanza, le figure di Salvatore, suo compagno di classe in prima liceale, e di Celeste la loro supplente di filosofia in quello stesso anno scolastico che avevano avviato in lui un processo di educazione alla violenza e all’amore.

Credo che sia opportuno fermarsi qua e lasciare al lettore il piacere della lettura e della scoperta.

La narrazione si snoda su due piani temporali: il presente in cui Enrico si serve, in maniera abbastanza originale ed efficace, della seconda persona singolare e il passato in cui Enrico, adolescente, narra in prima persona alcuni momenti della sua vita studentesca. Da un lato i tormenti, le insod ­disfazioni, le frustrazioni di uno scrittore fallito e dall’altro le emozioni di un adolescente impacciato, in bilico tra la tenera, ingenua passione amo ­rosa per la giovane supplente e la prepotente attrazione verso la violenza in genere e il lato oscuro della natura umana, incarnate dal compagno più grande ed esperto che lo inizierà alla politica, alle tecniche di difesa per ­sonale, all’uso delle armi e agli espropri proletari. Ed in questo modo Enrico potrà finalmente sconfiggere le sue numerose paure infantili. Balza subito agli occhi l’ope ­razione, a mio avviso illusoria, di tornare al passato per cercare risposte ai dubbi, alle perplessità, agli interrogativi che affliggono la nostra esistenza e che sono sempre più frequenti e impellenti in periodi di crisi, qual è quello che sta vivendo ormai da molti anni il mondo occidentale. Non è al passato, ma al futuro che dobbiamo rivolgere le domande se vogliamo uscire dal disordine morale, politico e culturale nel quale viviamo. Il passato che cerchiamo di fermare, attraverso i ricordi, per definirci o soltanto per riconoscerci, non è che perdita, fuga, decadimento e serve a svelare il vuoto che ci circonda. Va precisato, però, che all’autore non interessa, come ha giustamente osservato Raffaella De Santis sulla Repubblica, né il prima né il dopo ma il mentre, il tempo sospeso, la zona intermedia dove poter cogliere le pause, le risonanze, i precari equilibri, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti, le cose, le situazioni. Ci viene in aiuto, ancora una volta la bellissima foto di copertina, che mostra il mo ­mento in cui, tuffandosi, si rimane sospesi in aria, quando potremmo dire, rifacendoci al titolo, si cammina in bilico sul bordo delle cose, dove si gioca il senso del limite e dove si configura, per dirla con Conrad, la linea d’ombra tra adolescenza e maturità, passato e presente, violenza e raziona ­lità, amicizia e ostilità.

Dalla vicenda si possono desumere anche delle considerazioni sulla pre ­carietà dei rapporti familiari; Enrico, adolescente, è un estraneo pure all’interno della sua famiglia. Il fratello più grande non lo considera e il padre è del tutto assente; abortisce, infatti l’unico tentativo da lui operato per comunicare con il figlio, chiuso nella sua tristezza e nel suo mutismo. Né manca una riflessione sul labile confine che esiste tra successo e fallimento nella vita in generale e in quella di uno scrittore in particolare; siamo anche in questo caso sul bordo vertiginoso delle cose.

Banali e prevedibili, per non dire di grana grossa, e inficiati per giunta da un eccesso di buonismo, risultano invece l’episodio in cui Enrico, adulto, dialoga, sulla panchina di un parco, con la barbona di origini rumene e quello in cui corre in soccorso di una vecchietta, vittima di un tentativo di scippo.

Chiara, invece, come al solito, la scrittura e non poteva essere altrimenti per chi, come Carofiglio – si legga a tal proposito La manomissione delle parole –, attribuisce un valore civile, politico e morale al linguaggio. Solo che in questo romanzo si avverte la tendenza ad una maggiore asciuttezza, a prosciugare la prosa, a renderla più scabra e più ruvida. Valga il brano che segue, tratto non a caso dalle sue perlustrazioni urbane:

            A un certo punto il vento gira e ti porta l’odore dell’acqua. Locuzione incongrua, ti dici, l’acqua è inodore. Forse sono le fontane, il metallo dei tubi o qualche lieve disinfettante. Qualunque cosa sia, questo odore, mette in moto con violenza la rumorosa macchina dei ricordi. Immagini confuse, struggenti e soprattutto un’allegria dolorosa arrivano in ordine sparso e in breve si dissolvono.


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