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LETTERATURA: Il borghese e l’immensità – Goethe, Flaubert, Werther e le tartine

9 Agosto 2013

di Alfio Squillaci

Com’è noto, Goethe ebbe una fase romantica che coincise con l’adesione allo “Sturm und Drang” (tempesta e impeto). E’ la stagione giovanile del   Werther . Successivamente egli si distaccò dal movimento romantico e assunse verso di esso un atteggiamento severo di dissenso quando non polemico. Goethe aveva optato definitivamente per   il contenimento “classico “ delle passioni, il controllo sapiente delle   emozioni, l’irreggimentazione colta della sensibilità. Occorre, secondo lui, saper accettare i limiti della finitezza, anche filistea dell’esistenza (Goethe fu responsabile a Weimar, tra l’altro, delle miniere,   a comprova che “si può essere poeti e pagare l’affitto”, come diceva Paul Valéry). Ma al di là delle formule stilistico-epocali (classicismo, romanticismo, decadentismo) resta la sostanza morale del suo atteggiamento.
 
Ancora oggi, attorno a noi, vi sono individui che vivono senza rete, sfrenatamente, “romanticamente”, le proprie passioni, in una permanente dilatazione e dispersione del proprio Io nel mondo, facendo strazio di ogni confine, sfidando ogni infinito, rifiutandosi di vivere nella finitezza di ogni limite, limite che potrebbe essere (faccio solo alcuni esempi) una vita stabile di coppia, anche un lavoro ordinario e senza ambizioni tranne quella di un dovere assennatamente ed esattamente compiuto.
 
E’ il limite – il finito e la finitezza-, che soli ti possono dare il brivido dell’infinito, dell’illimitato.
 
Flaubert lesse il Werther ovviamente e ne fu molto impressionato. A tal punto che questo libro entrerà nella sua opera e nella sua corrispondenza privata e vi sarà ricordato più volte. Perché? Flaubert era un romantico antiromantico e aveva capito la lezione di Goethe. C’è già, infatti,   nel Werther,   il Goethe olimpico e classico, antiromantico che si preannuncia – il quale, con questo libro, sembra pagare, prima di distaccarsene per sempre,   il tributo al sentimento amoroso della sua generazione, quella degli amori al chiaro di luna e degli amanti suicidi (Kleist). Procede in questo romanzetto pertanto all’ abbassamento stilistico del sentimento amoroso in un quadro domestico e ordinario (Lotte e le tartine). Sia Lotte che le tartine   torneranno ne L’Educazione sentimentale, nella prima scena come nell’ultima, la più straziante e la più “romantica”. Nella prima Madame Arnoux è ritratta in un quadro ordinario   mentre ricama (Frédéric, il protagonista “Guardava il suo cesto da lavoro con   stupore, come ad una cosa straordinaria”) e la donna è   alle prese con la fantesca e i capricci della figlia bambina. Nell’ultima Frédéric dice alla sua   sempre amata e mai posseduta Madame Arnoux: – “Tutto ciò che si biasima come esagerato in amore voi me lo avete fatto provare. Ho capito infine la scena di Werther che non disdegna le tartine di Charlotte”.
 
Goethe,   Werther e le tartine torneranno in una bellissima lettera   scritta nella notte del   21 -22 agosto 1853 alla sua amante Louise Colet. Qui il fatto che   Goethe, dopo aver finito di scrivere il Werther –   quasi un   tributo pagato dallo scrittore tedesco alla tempesta e all’impeto, all’infinito amoroso-, si   sposi   con “sa servante” fa scaturire   queste parole alla penna di   Flaubert:   « Bisogna recitare   durante la propria esistenza due parti: vivere da borghese e pensare da semidio. La soddisfazione del corpo e della testa non hanno nulla in comune. Se si incontrano mischiate, prendile e conservale. Ma non le cercare mai insieme, perché sarebbe sbagliato, e questa idea della felicità, del resto, è la causa quasi esclusiva di tutte le sciagure umane. Teniamo il fondo del nostro cuore per spalmarlo come una tartina, il succo intimo delle passioni per metterlo in bottiglia: conserviamo una riserva di   sublime per i posteri. Sappiamo cosa perdiamo   ogni giorno a causa degli sgocciolii del sentimento? ».
 
Nessuno può dire quale delle due opzioni di vita   – la “romantica” e la borghese – sia quella più desiderabile. La penso come Moravia a tal proposito che diceva: una vita vale l’altra, perché in fondo son tutte sbagliate. C’è un “però” ampiamente verificato… però: che spesso i fallimenti dei “romantici” li pagano gli altri, i prossimi, i parenti, i congiunti, i figli, tutti coloro che non hanno dilapidato il loro capitale emotivo e che, come diceva Orazio – il cantore dell‘aurea mediocritas, con la sua formula del “sibi constet”, sono rimasti in sé, non sono usciti fuori da/di sé, chiusi nell’ambito di un assennato, “classico”, filisteo, “umano troppo umano” recinto di esistenza ordinaria.
E spesso sono conti salatissimi che si pagano a rate tutta la vita.
 
 
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Il piccolo borghese e l’immensità – La lotta contro il quotidiano. Il caso di Emma
 
Una delle acquisizioni spirituali permanenti   della lettura di   Madame Bovary è che quel romanzo perfetto   ha reso immortale, e da allora in poi paradigmatica, la lotta tra l’ideale e il reale, tra l’infinito e il finito, tra ciò che noi vorremmo essere e ciò che noi effettivamente siamo. Ha reso palese il dissidio fra una vita “altra” che spesso non è che una vita “alta” – cioè al disopra della mediocrità della vita di tutti i giorni – e l’umile scenario in cui essa   si svolge effettivamente. Nel caso di Emma era l’astanteria di un medico di provincia piuttosto mediocre e grigio, nel nostro caso può essere la catena corta che ci lega a un ufficio, una fabbrica,   un’occupazione non voluta, subìta e di ripiego, come lo sono la stragrande maggioranza delle occupazioni. Oppure una condizione matrimoniale che non è la nostra.
 
Ma noi tutti viviamo questa esperienza come una insoddisfazione latente. Sappiamo ciò che non vogliamo ma non sappiamo esattamente ciò che vogliamo. Fin quando tutto ci appare drammaticamente chiaro. Emma Bovary va al ballo della Vaubyessard e scopre il gran mondo.   Al ritorno, dice Flaubert, era come se si fosse aperta una crepa nella sua vita, uno spartiacque tra ciò che era prima e ciò che sarà dopo questa “esperienza fondamentale”. Era avvenuto l’incontro con il mondo lungamente sognato nei romanzi, aveva visto nell’ immediato ciò che fino ad allora era desiderio mediato. Non occorre conoscere nei dettagli la teoria del desiderio mimetico di René Girard per intuire come funziona il dispositivo del desiderio. Apuleio   diceva: “Quod nemo novit paene non fit” , ciò che nessuno sa quasi non esiste, perché le cose esistono in sé e per sé, ma è solo il momento   in cui apprendi   che esistono, che le scopri   che esse vengono, per così dire, al mondo.
 
Emma va alla Vaubyessard:   vede e sa. Ma ciò che acuisce il dramma di Emma è che dopo questa esperienza del ballo non   riesce più a vivere la vita quotidiana. L’ideale ha fatto irruzione nel reale e le rende impossibile il ménage coniugale. Ha scoperto l’infinito al di là della siepe del quotidiano: come potrà adattarsi al tran tran di tutti i giorni quando ha visto il mondo?! Scopre improvvisamente la pochezza del marito, s’avvede per la prima volta che ha una nuca orrenda, e,   assalita dall’angoscia, vede tutta la sua vita come affogata nella minestra serale che è costretta a consumare con lui. E una volta sola nel suo dolore si chiede angosciata: “Dio mio, perché mi sono sposata?!
 
Invero tutte le Emme di questo mondo (e noi tutti siamo Emma Bovary!) hanno – indipendentemente dagli stimoli della vita brillante che i giornali oggettivamente di destra si industriano ad illustrare (lo chiamano gossip, ma è una forma raffinata di sublimazione oppressiva) al solo scopo di farle sognare e rosicare per meglio controllare-, hanno, dicevo, un solo problema: la gestione del quotidiano. E non è un problema da poco. Occorre   la forza d’animo,   lo spirito incrollabile di un anacoreta, l’eroismo di un Sisifo   per affrontare   tutti i santi giorni la gestione   – i latini le chiamavano le “cure” – del vivere, del semplice mantenersi in vita. È il quotidiano che tempra le coppie o le fa sbriciolare.
 
Il destino assegnato da Flaubert al suo personaggio è implacabile: chi nutre una visione erronea di se stesso, del proprio reale capitale intellettuale, non può avere altro risultato che la bancarotta dell’Io.   Madame Bovary   disegna la traiettoria di questo fallimento umano: vista ex post la vicenda di Emma suscita in noi raccapriccio più che pena. Eppure è proprio nell’uscire fuori “da” sé, nel concepirsi diverso da ciò che si è, dall’insoddisfazione “di” sé, da un sano bovarismo diremmo, che nasce il movimento e il cambiamento. A ben vedere, il “proprio” dell’uomo è essere scontento della propria condizione. È in ciò che si distingue da tutte le altre specie. C’è sempre un “momento Bovary” nella nostra vita, dunque, un momento in cui non sopportiamo e non ci sopportiamo. Ma proprio da lì può nascere la nostra riuscita o il nostro fallimento: è a partire da lì che ci potrà accadere di uscire fuori “da” noi ma anche “di” noi, ahimè, ossia di fallire se ci proiettiamo senza adeguati capitali intellettuali e morali fuori dai confini noti e abituali. Ma occorre sapere non solo ciò che vogliamo, ma chi siamo: avere contezza delle nostre capacità morali e intellettuali.
 
Flaubert in una lettera ricorda all’amico Le Poittevin il verso di Orazio (“Ars poetica”, vv. 126-127): «Sibi constet »: «Sii in armonia con te stesso », ovvero «Stai, resta in te », «Non tentare strade fuori di te ». Ma quale avventura umana potrebbe nascere da questa formula? È solo tentando l’uscita fuori “da” se stessi che potrebbe giungere il guadagno o la perdita “di” se stessi. Solo tentando una sortita dai nostri confini, dai nostri limiti potremmo “diventare ciò che siamo”, ossia realizzarci pienamente. Ma è proprio il rischio del fallimento che ci induce a «restare in noi », col risultato che invece di rischiare un fallimento grandioso e definitivo, preferiamo un piccolo ma implacabile fallimento a rate.
 

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart